14/11/2021
🚀 VEDUTE DA MARTE 🌍
Berlino aiuta Varsavia?
Seppur non dimenticato, il 1 settembre 1939, giorno in cui il Terzo Reich aggredì la Polonia dando avvio all’orrore assoluto del secolo scorso, è lontano. Ora Germania e Polonia stessa sono entrambi Stati membri dell’Unione Europea, anche se la seconda delle due nazioni è europea a suo modo, ovvero quando e per ciò che le fa comodo.
Inquadriamo i fatti: alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, opportunamente blindata da chilometri e chilometri di filo spinato - è davvero così remoto il 1 settembre 1939? - , premono migliaia di profughi, in prevalenza afghani e iracheni che vogliono entrare in Europa. La paleo-dittatura dell’eterno Presidente di Minsk, Lukashenko, ben spalleggiata dalla ben più influente quasi-dittatura putiniana di Mosca, concede visti turistici urbi ed orbi e poi trasporta i nuovi arrivati direttamente al confine, abbandonandoli lì in condizioni inumane e a temperature glaciali.
In poche parole: i “turisti” - profughi vengono usati come “arma non convenzionale” per rivalersi delle sanzioni imposte dall’Unione alla Bielorussia a causa delle politiche liberticide e illiberali, nonché della repressione di massa operate dal suddetto, immarcescibile galantuomo, casualmente munito di baffetti che non ricordano nulla di buono, il quale, per sopramercato, minaccia anche il blocco del transito attraverso il suo Paese del gas russo verso Occidente.
In concreto: tra Varsavia e Minsk spirano gelidi venti di guerra. Ma anche la vicina Lituania ha dichiarato lo stato di emergenza. Non solo: il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha dichiarato: “E’ inaccettabile l’uso dei migranti come tattica ibrida.” Persino la Turchia, non certo il paradiso della democrazia ma membro della NATO stessa e primo Paese di approdo dei migranti, ha dato una poderosa stretta ai voli verso la Bielorussia.
Non si può certo dire che da questa parte del filo spinato le cose vadano molto meglio se ragioniamo in termini di diritti politici, civili, sociali e soprattutto umani. Ma è indiscutibile che la frontiera tra Varsavia e Minsk è la frontiera d’Europa, una delle più critiche, in verità.
In sede di Unione, il Premier polacco Morawieczki, non può certo alzare troppo la voce, visto l’opinabile atteggiamento e la rinnovata identità iper-nazionalista di Varsavia. Così, interviene con il suo indiscusso peso politico-economico e la sua non meno dubbia autorevolezza istituzionale la Germania, che esorta Bruxelles ad agire quanto prima. “La Polonia o la Germania non possono gestire questo da sole. Dobbiamo aiutare il governo polacco a proteggere la sua frontiera esterne. Questo sarebbe compito della Commissione Europea: Faccio appello perché agisca e la invito a intervenire”. Sono parole, impossibili da fraintendere, del Ministro degli Esteri di Berlino, Horst Seehofer.
Un’alzata di scudi totalmente disinteressata? Ne siamo certi? Nel loro stentato inglese, i “turisti” urlano dal di là del filo: “We don’t want stay in Poland! We want to Germany!” Più chiaro di così. E la “Germany” ha chiuso da tempo i rubinetti: il 2015 è passato, quando Berlino ha accolto migliaia e migliaia di rifugiati, in prevalenza siriani e curdi, senza lesinare sui numeri, ma dietro previa e oculata selezione: ingegneri, medici, tecnici, media/buona borghesia, ben integrati sia nella società che nel mondo del lavoro tedeschi, contribuendo ad accrescere benessere e PIL.
In sintesi: tutti questi meccanismi non esattamente cristallini esistono da sempre. E si riassumono nel concetto di “Realpolitik” (guarda caso un termine tedesco, molto tedesco), che immancabilmente si nutre di carne e di sangue umani. Carne e sangue dei più deboli, dei più esposti, dei più vulnerabili.