05/06/2026
LA CIVILTÀ STA ARRETRANDO E PAOLOROSSI GUIDA LA RITIRATA
di Andrea Marinelli
Confesso che della vicenda che ha coinvolto Luca Paolorossi e la candidata Helena Pieroni non mi ha colpito tanto l’insulto in sé. Le parole utilizzate sono gravi, volgari, sessiste e del tutto sproporzionate rispetto al commento che le aveva generate. Pieroni aveva espresso una considerazione di natura tecnica e politica sui risultati elettorali, un’analisi che può essere condivisa o contestata, ma che rientra pienamente nel normale confronto democratico. La reazione, invece, è stata aggressiva, offensiva, umiliante.
Eppure non sono rimasto sorpreso.
Perché quelle parole non rappresentano una deviazione dal personaggio. Ne rappresentano, semmai, la piena coerenza. Paolorossi non è un’eccezione. È l’incarnazione di un modello politico che oggi incontra consenso, visibilità e approvazione.
Viviamo una stagione nella quale l’avversario politico non è più considerato un interlocutore con idee diverse. È diventato un nemico. E il nemico non si discute, non si ascolta, non si rispetta. Va ridicolizzato, delegittimato, annientato. Gli si nega perfino il diritto a un confronto tra pari.
È una trasformazione profonda e inquietante della politica. La competizione democratica ha lasciato il posto alla guerra permanente delle tifoserie. Non si valuta più ciò che viene detto, ma chi lo dice. Se parla uno dei “nostri”, tutto è consentito. Se parla uno degli “altri”, qualunque parola diventa motivo di attacco.
Basta leggere i commenti sui social network per comprenderlo. Sotto i post che raccontano questa vicenda si trova una conferma sconfortante. Dalla parte politica di Paolorossi sono arrivate pochissime critiche. Molti hanno preferito giustificare, minimizzare o addirittura applaudire. La solidarietà a Pieroni è stata limitata e, ciò che considero ancora più preoccupante, assai debole da parte di molte donne che pure dovrebbero riconoscere immediatamente la natura sessista di certe espressioni.
Il problema, però, va oltre il singolo episodio.
Da anni assistiamo a un progressivo disprezzo verso la formazione, la preparazione, la competenza e persino verso il linguaggio corretto. La misura, l’argomentazione e il rispetto vengono percepiti come segni di debolezza. Al contrario, urlare, insultare, provocare e umiliare sono diventati strumenti di affermazione politica.
Ciò che un tempo sarebbe stato liquidato come fenomeno da baraccone oggi raccoglie consenso. La volgarità non è più un difetto da nascondere; è diventata una medaglia da esibire. L’aggressività viene scambiata per autenticità. L’insulto viene celebrato come coraggio.
Da uomo di sinistra, trovo particolarmente amaro constatare come anche il dibattito pubblico abbia ormai rinunciato alla complessità. Oggi ogni discussione sembra ridursi a uno scontro caricaturale tra fascisti e comunisti. Una semplificazione imbarazzante, storicamente povera e culturalmente degradante, che tuttavia domina il lessico quotidiano e alimenta una polarizzazione sempre più sterile.
Nel frattempo scompaiono le domande vere: come amministrare meglio una città, come migliorare i servizi, come affrontare le disuguaglianze, come costruire una comunità più giusta. Tutto viene travolto dal tifo.
La vicenda di questi giorni non dovrebbe essere letta soltanto come l’ennesima polemica social. Dovrebbe interrogarci sul modello di politica che stiamo premiando. Perché il problema non è soltanto chi pronuncia certe parole. Il problema è il numero crescente di persone che le considerano normali, accettabili o persino apprezzabili.
Ed è questo, più ancora dell’insulto stesso, che dovrebbe preoccuparci.