19/08/2026
Questo è il periodo dell’anno in cui le nostre montagne diventano meta privilegiata per chi cerca panorami, escursioni, sport e contatto con la natura. Proprio per questo dovremmo riflettere sul modo corretto di vivere la quota e ciò che essa offre.
In questi giorni si è letto davvero di tutto: lunghe file, definite da molti come “overturismo”, per raggiungere il Rifugio Friedrich August, a 2.300 metri ai piedi del Sassolungo, sopra Campitello di Fassa, al solo scopo di mangiare un krapfen. Una fotografia diventata virale ha trasformato il sentiero in una fila interminabile.
Dal mio punto di vista è quasi incomprensibile lasciarsi ammaliare da un’attrazione che dura il secondo di uno scatto e il minuto di un morso. Chi si mette in coda ha davvero apprezzato il paesaggio? Si è goduto salita e discesa? Ha sostenuto la struttura? E soprattutto, si è riportato a valle i propri rifiuti?
A questo si collega il secondo tema: i 39 interventi del Soccorso Alpino nel fine settimana di Ferragosto. Persone impreparate, percorsi o tempi calcolati male, difficoltà nel rientro. Quello che per noi montanari è l’ABC — calzature, abbigliamento, meteo, itinerario e preparazione fisica — viene troppo spesso sottovalutato. Molte emergenze si sarebbero potute evitare con una pianificazione ragionata.
Infine, la richiesta della SAT al gestore del Rifugio Marchetti, sul Monte Stivo, di ritirare la bandiera della Palestina. Non si tratta di essere contrari alla vicinanza verso un popolo colpito dalla guerra, ma di ricordare che chi rappresenta la SAT è chiamato a mantenere la neutralità, senza esternare posizioni politiche o ideologiche.
E poi ci sono strutture in quota gestite sempre più come il Papeete o i locali della costa. I nostri presidi alpini non sono discoteche estive. È una stonatura, una vera stortura.
Su questo rifletto e valuto chi propone un’idea di accoglienza di questo tipo, ma soprattutto critico, con l’auspicio di aiutare, chi decide di salire con una mentalità superficiale: un atteggiamento che non appartiene a noi montanari e che si pone a un’infinita distanza dai principi che hanno sempre custodito il senso autentico delle terre alte.