30/08/2026
𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗦𝗖𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗩𝗢𝗜
Un mese esatto dopo il voto, un giornale della Piana ha raccontato il Registro dei Dimoranti. Per la prima volta un quotidiano ha parlato non di chi resta, ma di chi non c'è mai stato. Se vostro nonno è partito da qui, questa notizia riguarda voi.
Guardate l'orologio, prima di ogni altra cosa.
Il 𝟮𝟵 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲, alle 𝟭𝟳:𝟮𝟳, si apriva la seduta del Consiglio comunale di Maida che avrebbe istituito il Registro dei Dimoranti.
𝗜𝗹 𝗟𝗮𝗺𝗲𝘁𝗶𝗻𝗼 ha pubblicato la notizia il 𝟮𝟵 𝗮𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼, alle 𝟭𝟴:𝟰𝟭.
Un mese esatto, più un'ora e quattordici minuti. Non lo ha calcolato nessuno. Ma quando il caso lavora con questa precisione, vale la pena fermarsi un attimo a guardarlo.
Grazie alla redazione del Lametino, e non è una gentilezza di circostanza. Un giornale locale vive di ciò che accade sotto le proprie finestre: incidenti, consigli comunali, sagre, gente che c'è. Ieri sera ha fatto una cosa che i giornali locali non fanno quasi mai. 𝗛𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗻𝗼, 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗻 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶. Ha dato una pagina agli assenti. Per un mestiere che campa di presenze è quasi un atto contro natura, e proprio per questo va detto ad alta voce.
E adesso permettetemi di parlare direttamente a voi. A voi che siete a Toronto, a Buenos Aires, a Muttenz, ad Ambler, a Melbourne, in Norvegia.
𝗜𝗲𝗿𝗶 𝘀𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘃𝗲𝘁𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗼, 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗵𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗼𝗶.
Non di vostro nonno. Di voi.
Ci sono cose che da qui si vedono male e che voi conoscete benissimo. Nel 𝗺𝗮𝗿𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟮𝟱 lo Stato italiano ha limitato a 𝗱𝘂𝗲 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 la cittadinanza per discendenza. Dalla terza in poi, fuori. Per chi legge da queste parti è una riga di gazzetta ufficiale. Per voi è stata un'altra cosa, e le parole giuste le sapete voi meglio di me: 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗹𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝘃𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵'𝗶𝗼. Vi è stato risposto, con la voce educata delle leggi, che quel cognome che portate da quattro generazioni non conta abbastanza.
E qui devo dire la cosa che mi pesa di più.
Nessuno ha detto niente. Non una piazza, non una fiaccolata, non un comunicato. In quelle settimane si discuteva di tutto e su Facebook si litigava come sempre. Di voi, nessuno. 𝗜𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗼, 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗲 𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼.
Quella legge nessuno poteva cambiarla, ed è giusto rispettarla: lo Stato avrà avuto le sue ragioni. Ma qualcuno doveva alzarsi e dirvi l'unica frase che serviva, quella che non costava niente a nessuno:
𝗡𝗼𝗻 𝗽𝗿𝗲𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝘁𝗲𝘃𝗶. 𝗡𝗼𝗶 𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼. 𝗡𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗼, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹'𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗹𝗼 𝗳𝗮.
Nessuno l'ha detta. La dice oggi un paese di 𝗾𝘂𝗮𝘁𝘁𝗿𝗼𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶, con una delibera votata all'unanimità e un registro che porterà i vostri nomi accanto a quelli dei vostri bisnonni.
Non l'ha fatto un ministero. Non l'ha fatto un partito. Lo ha fatto un consiglio comunale, e la parola gliel'ha portata 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮𝘁𝗼 che nel tempo libero scrive di storia patria. Ve lo dico perché ne traiate la conclusione giusta, che non riguarda me: 𝘀𝗲 𝗰𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗼 𝗶𝗼, 𝗽𝗼𝘁𝗲𝘁𝗲 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗰𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶, nel vostro paese, dovunque esso sia.
Un'ultima cosa, e la dico da dentro, perché appartengo a questa comunità quanto chiunque altro.
Abbiamo un vizio: sappiamo scrivere e lo usiamo male. Basta uno starnuto e partono i commenti di chi vuole dimostrare di avere studiato. Ma se hai studiato, saper scrivere non è un merito: è 𝘂𝗻 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲. Il punto è a che cosa lo usi. E allora una domanda ce la meritiamo tutti, io per primo: dov'eravamo, con tutta la nostra bella prosa, mentre quella porta si chiudeva? Usiamola per le cose serie, e non, come dicono a Palermo, per le minchiate.
Un mio amico che non c'è più, quando una discussione aveva ormai detto tutto, tagliava corto così: chiudiamola qua.
Stavolta gli chiedo scusa. 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲. Questa, per trentamila persone sparse per il mondo, comincia adesso.
Luca Cervadoro, Maida /
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Maida – A distanza di un mese Maida celebra una giornata storica per la comunità. Dopo la proposta a firma dei consiglieri comunali del gruppo Costruiamo il…