Palazzo Farao Maida

Palazzo Farao Maida Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Palazzo Farao Maida, Luogo storico e punto di interesse, Via Garibaldi, Maida.

𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗦𝗖𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗩𝗢𝗜Un mese esatto dopo il voto, un giornale della Piana ha raccontato il Registro dei Dimoranti. Per la...
30/08/2026

𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗦𝗖𝗥𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗩𝗢𝗜

Un mese esatto dopo il voto, un giornale della Piana ha raccontato il Registro dei Dimoranti. Per la prima volta un quotidiano ha parlato non di chi resta, ma di chi non c'è mai stato. Se vostro nonno è partito da qui, questa notizia riguarda voi.

Guardate l'orologio, prima di ogni altra cosa.

Il 𝟮𝟵 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲, alle 𝟭𝟳:𝟮𝟳, si apriva la seduta del Consiglio comunale di Maida che avrebbe istituito il Registro dei Dimoranti.

𝗜𝗹 𝗟𝗮𝗺𝗲𝘁𝗶𝗻𝗼 ha pubblicato la notizia il 𝟮𝟵 𝗮𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼, alle 𝟭𝟴:𝟰𝟭.

Un mese esatto, più un'ora e quattordici minuti. Non lo ha calcolato nessuno. Ma quando il caso lavora con questa precisione, vale la pena fermarsi un attimo a guardarlo.

Grazie alla redazione del Lametino, e non è una gentilezza di circostanza. Un giornale locale vive di ciò che accade sotto le proprie finestre: incidenti, consigli comunali, sagre, gente che c'è. Ieri sera ha fatto una cosa che i giornali locali non fanno quasi mai. 𝗛𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗻𝗼, 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗻 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶. Ha dato una pagina agli assenti. Per un mestiere che campa di presenze è quasi un atto contro natura, e proprio per questo va detto ad alta voce.

E adesso permettetemi di parlare direttamente a voi. A voi che siete a Toronto, a Buenos Aires, a Muttenz, ad Ambler, a Melbourne, in Norvegia.

𝗜𝗲𝗿𝗶 𝘀𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘃𝗲𝘁𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗼, 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗵𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗼𝗶.

Non di vostro nonno. Di voi.

Ci sono cose che da qui si vedono male e che voi conoscete benissimo. Nel 𝗺𝗮𝗿𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟮𝟱 lo Stato italiano ha limitato a 𝗱𝘂𝗲 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 la cittadinanza per discendenza. Dalla terza in poi, fuori. Per chi legge da queste parti è una riga di gazzetta ufficiale. Per voi è stata un'altra cosa, e le parole giuste le sapete voi meglio di me: 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗹𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝘃𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵'𝗶𝗼. Vi è stato risposto, con la voce educata delle leggi, che quel cognome che portate da quattro generazioni non conta abbastanza.

E qui devo dire la cosa che mi pesa di più.

Nessuno ha detto niente. Non una piazza, non una fiaccolata, non un comunicato. In quelle settimane si discuteva di tutto e su Facebook si litigava come sempre. Di voi, nessuno. 𝗜𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗼, 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗲 𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼.

Quella legge nessuno poteva cambiarla, ed è giusto rispettarla: lo Stato avrà avuto le sue ragioni. Ma qualcuno doveva alzarsi e dirvi l'unica frase che serviva, quella che non costava niente a nessuno:

𝗡𝗼𝗻 𝗽𝗿𝗲𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝘁𝗲𝘃𝗶. 𝗡𝗼𝗶 𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼. 𝗡𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗼, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹'𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗹𝗼 𝗳𝗮.

Nessuno l'ha detta. La dice oggi un paese di 𝗾𝘂𝗮𝘁𝘁𝗿𝗼𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶, con una delibera votata all'unanimità e un registro che porterà i vostri nomi accanto a quelli dei vostri bisnonni.

Non l'ha fatto un ministero. Non l'ha fatto un partito. Lo ha fatto un consiglio comunale, e la parola gliel'ha portata 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮𝘁𝗼 che nel tempo libero scrive di storia patria. Ve lo dico perché ne traiate la conclusione giusta, che non riguarda me: 𝘀𝗲 𝗰𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘁𝗼 𝗶𝗼, 𝗽𝗼𝘁𝗲𝘁𝗲 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗰𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶, nel vostro paese, dovunque esso sia.

Un'ultima cosa, e la dico da dentro, perché appartengo a questa comunità quanto chiunque altro.

Abbiamo un vizio: sappiamo scrivere e lo usiamo male. Basta uno starnuto e partono i commenti di chi vuole dimostrare di avere studiato. Ma se hai studiato, saper scrivere non è un merito: è 𝘂𝗻 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲. Il punto è a che cosa lo usi. E allora una domanda ce la meritiamo tutti, io per primo: dov'eravamo, con tutta la nostra bella prosa, mentre quella porta si chiudeva? Usiamola per le cose serie, e non, come dicono a Palermo, per le minchiate.

Un mio amico che non c'è più, quando una discussione aveva ormai detto tutto, tagliava corto così: chiudiamola qua.

Stavolta gli chiedo scusa. 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲. Questa, per trentamila persone sparse per il mondo, comincia adesso.



Luca Cervadoro, Maida /

Edizione Italiana: 👇
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Sito WEB 👇
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Pagina Facebook 👇
https://tinyurl.com/mr3s6ejb

Maida – A distanza di un mese Maida celebra una giornata storica per la comunità. Dopo la proposta a firma dei consiglieri comunali del gruppo Costruiamo il…

📞 IL NUMERO AMERICANO CHE NON RICORDAVO...Sessanta giorni fa un libro è uscito da un paese di quattromila anime, senza e...
11/08/2026

📞 IL NUMERO AMERICANO CHE NON RICORDAVO...
Sessanta giorni fa un libro è uscito da un paese di quattromila anime, senza editore e senza un euro di pubblicità. Da allora ha attraversato cinque continenti, è entrato nelle librerie più antiche del mondo, ha portato un Consiglio comunale a votare all'unanimità, e ha fatto piangere persone in una piazza. Ma la cosa più importante è successa al telefono.

Squilla, e sul display c'è un prefisso che non riconosco.
Non è un numero italiano. È lungo, comincia in un modo che il mio telefono non sa interpretare, e la prima reazione quella di chiunque, in questi anni è di lasciarlo perdere. Poi rispondo. Dall'altra parte c'è una voce d'uomo che parla italiano con l'accento di chi lo ha imparato in casa e non a scuola. Dice il suo nome. E impiego qualche secondo buono a capire chi sia, perché quel nome io l'ho sentito l'ultima volta quando avevo sei anni.

Chiama da Ambler, Pennsylvania 🇺🇸. È mio parente. Non ci vediamo e non ci sentiamo da mezzo secolo. Qualche giorno fa una mia parente di Maida gli ha spedito una copia di questo libro. È arrivata. L'ha aperta. E poi ha fatto una cosa che nessun ufficio marketing al mondo può programmare: ha cercato il mio numero dall'altra parte dell'oceano e ha chiamato per ringraziarmi. Era emozionato. Si sentiva.

Gay Talese, figlio di un sarto di Maida, ha costruito una carriera leggendaria sull'idea che la Storia si nasconda nei dettagli minimi della gente comune. Ecco il dettaglio minimo, il più piccolo di tutti: due uomini che non si parlano da cinquant'anni, un libro dentro un pacco, e una telefonata internazionale in una sera qualunque d'agosto. Se qualcuno mi chiedesse di spiegare in un minuto che cos'è la Dimoranza, non aprirei il libro. Racconterei quella telefonata.

🌍 SESSANTA GIORNI, CINQUE CONTINENTI
Facciamo il punto, perché i fatti vanno detti per quello che sono.
Il 12 giugno 2026 questo libro è uscito. Senza editore. Senza distributore. Senza ufficio stampa. E questo è il dato che nessuno crede quando lo dico senza un solo euro speso in pubblicità. Nemmeno uno. Sessanta giorni dopo, ecco dov'è arrivato.
🇮🇹 In Italia è a catalogo alla Feltrinelli e su IBS, dove è acquistabile con la Carta del Docente. 🇺🇸 Negli Stati Uniti si vende da Walmart e da Books-A-Million. 🇬🇧 A Londra è da Foyles, in Charing Cross Road, la libreria fondata nel 1903 da due fratelli bocciati a un esame e diventata la più grande del mondo con quarantotto chilometri di scaffali. 🇨🇭 A Zurigo è da Orell Füssli, la casa le cui origini risalgono al 1519: la stessa azienda a cui la Svizzera affida la stampa delle proprie banconote. 🇩🇰 In Danimarca su Saxo. 🇸🇰 In Slovacchia su Eurobooks, catalogato sotto Etnografia.
🇳🇱 Nei Paesi Bassi ha aperto tre porte: bol.com, ReadShop e De Slegte, che non ha creato la scheda di un libro ma una scheda d'autore: "Luca Cervadoro is auteur". 🇹🇼 A Taipei è su Books.com.tw e su Eslite, la libreria che nel 1999 ha inventato il modello della libreria aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Un libro che parla di luoghi che non smettono mai di vivere dentro di noi, nella libreria che per prima ha deciso di non spegnere mai le luci.
🇳🇿 In Nuova Zelanda su Mighty Ape il punto della Terra più lontano dalla Calabria che esista. 🇸🇷 E, senza che nessuno lo abbia mandato, nei cataloghi del Suriname, in mezzo alla foresta amazzonica.
Nessuna di queste porte l'ho bussata io. Si sono aperte da sole.
Come dice il mio amico Tino: a volte i miracoli esistono.

📊 IL GIORNO IN CUI SIAMO FINITI SOPRA DARWIN
Poi ci sono i numeri, e ne cito uno solo perché è quello che mi ha fatto ridere e insieme riflettere.
Il 2 agosto, nella classifica Amazon.it delle novità più interessanti in Etnografia ed etnologia, questo libro risultava primo.
Al secondo posto c'era Charles Darwin, L'origine delle specie.
Ho sorriso. Poi ho smesso di sorridere, perché ho capito che quei due libri su quello scaffale non ci erano finiti per caso: Darwin studiò cosa accade a una popolazione che lascia il luogo in cui è nata. Questo libro prova a studiare l'altra metà della stessa domanda cosa resta di quel luogo dentro chi se n'è andato.

😢 VENA, 25 LUGLIO: LA PRIMA FILA E L'ULTIMA
Il 25 luglio il libro è tornato a casa, e non in una libreria: in una piazza. Piazza Skanderbeg, a Vena di Maida, il borgo Arbëreshë dove da cinquecento anni una comunità arrivata dall'Albania custodisce ancora la propria lingua. Duecento persone. Sedie di plastica bianca. E un silenzio che non si compra. Quella serata non è nata da sola. È stata costruita, pezzo per pezzo, dall'Assessore alla cultura Merilisa Del Giudice ✨, che ha curato ogni singolo dettaglio con una precisione che si vedeva a occhio n**o fino al quadro esposto accanto al tavolo, "Scorcio di un paese agricolo del passato, Vena" dell'artista Annina Grande: un vicolo che non esiste più, tenuto in vita dalla mano di chi l'ha dipinto. La tesi del libro, già detta su una tela. A condurre c'era l'architetta Mara Varia 🎙, che ha tenuto il filo per due ore senza spezzarlo un istante. Io, davanti a un pubblico, non avevo mai parlato in vita mia. Lei mi ha preso per mano e mi ci ha portato dentro, domanda dopo domanda, senza che nessuno se ne accorgesse. Non è cortesia: è mestiere.
Poi si è alzata una donna di Vena e ha letto alla sua gente la storia di Vena. E la piazza si è rotta. Ho visto piangere due, tre persone in prima fila. Pensavo fossero le uniche. Solo dopo ho saputo, da chi era più indietro, che si è pianto anche nell'ultima fila dove il mio sguardo non arrivava. Gente che non conoscevo, che piangeva per un motivo che nessuno aveva scritto in scaletta.

E c'è un dettaglio che porto con me più di tutti gli applausi. Un amico è venuto fin lì per me. Poi, a metà serata, se n'è dovuto andare. Il giorno dopo mi ha chiesto scusa: era tutto pieno, non c'erano più sedie, e lui, per motivi di salute, non riusciva a restare in piedi. Si è scusato lui. Un uomo che è venuto malato ad ascoltarmi, si è scusato con me. Ecco: se questa storia avesse un monumento, lo dedicherei a Lui.

🏛️ 29 LUGLIO, ORE 17:27
Quattro giorni dopo, l'aula consiliare di Maida.
Delibera numero 25. Approvata all'unanimità: maggioranza e opposizione insieme.
Nascono il Registro Comunale dei Dimoranti, il Certificato di Dimoranza, la Giornata del Dimorante. Per la prima volta in Italia, per quanto ci risulta, un Comune riconosce ufficialmente i discendenti dei propri emigrati.
Quattromilaseicento residenti. Trentamila figli nel mondo.
Non è più una teoria dentro un libro. È un atto amministrativo con un numero di protocollo.

💬 QUELLO CHE HANNO DETTO I LETTORI
Non le recensioni che ho chiesto: quelle che sono arrivate.
🇩🇪 «Entra sotto la pelle.» una lettrice dalla Germania
«Ci sono libri che si leggono e libri che si sentono. Dimoranza appartiene a questi ultimi.» Maria Concetta Pileggi
«L'ho letto in un fiato.» Matilde
«Serbatoi identitari attivi: il vero gancio teorico del libro.» Tino Paone

E due frasi che mi hanno tolto il sonno: una lettrice ha scritto che se ne parlerà in futuro. Un'altra, che durerà nel tempo.

📚 LE SETTE SORELLE
E qui l'annuncio.
Con l'edizione brasiliana, uscita in questi giorni, le lingue diventano cinque. Sta arrivando la francese, che chiude l'ultimo grande tratto della diaspora calabrese: Francia, Belgio vallone, Svizzera romanda, Québec. Saranno sei.
E ce ne sarà una settima: un volumetto in Arbëreshë, la lingua di Vena, non il libro intero ma alcune parti e sarà gratuito per tutti in versione digitale. Non si vende ciò che appartiene già a un popolo.
Sette volumi. Le sette sorelle.
Che sono anche, in cielo, le Pleiadi: il grappolo di stelle con cui i nostri antenati sapevano quando arare e quando prendere il mare, di cui Esiodo scriveva quasi tremila anni fa. E che si vedono da entrambi gli emisferi le stesse identiche stelle che guardava un contadino di Maida all'alba, le guardava anche suo figlio dall'altra parte dell'Oceano.
Non c'è immagine più esatta della Dimoranza in tutto il cielo.

📖 DOVE TROVARLO

📘 EDIZIONE ITALIANA 🇮🇹 — la versione madre, 221 pagine

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📕 English Edition 🇬🇧🇺🇸 —

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📗 Deutsche Edition 🇩🇪🇨🇭 —

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📙 Edición Española 🇪🇸🇦🇷 —

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📔 Edição Brasileira 🇧🇷 —

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📓 Édition française 🇫🇷 — in arrivo

📖 Botim arbëresh — prossimamente, gratuito

🌍 Sito ufficiale:

https://dimoranza-manifesto.netlify.app/

Disponibile in ebook e cartaceo. Da leggere sotto l'ombrellone, in aereo, o alle due di notte quando fa troppo caldo per dormire e la testa comincia a pensare alle persone che non ci sono più.

🕯 L'ULTIMA PAROLA NON È MIA…
E adesso devo chiudere, e non lo faccio con parole mie.
Qualche giorno fa mi ha scritto una donna. È nata lontano da qui. Suo padre era di Maida. Lei in questo paese non ha mai vissuto, ma non ha passato un solo giorno della sua vita senza pensare alla terra di suo padre.
Oggi non sta bene. Da tempo.
E in un momento in cui chiunque penserebbe soltanto a sé stesso, alla propria sofferenza, al proprio corpo, lei ha trovato la forza di scrivermi. Non per parlare di sé. Ma per chiedermi una cosa sola:

«Caro Luca, ti faccio i miei complimenti. Mi sarebbe piaciuto leggerlo. Purtroppo non sto bene, soffro già da tempo in silenzio.
Abbracciami la terra di mio padre.
Anche a te un grande abbraccio, e ricordami.»

Ho letto quel messaggio e mi è venuta la pelle d'oca.
Perché io ho scritto duecentoventuno pagine per spiegare che un luogo continua a vivere dentro chi non ci ha mai abitato. Ho citato Proust e Jung, le place cells dell'ippocampo e l'entanglement quantistico, il whakapapa dei Māori e la querencia sp****la.
E Lei, che non ha letto il libro, l'ha detto meglio di me in sei parole.

Abbracciami la terra di mio padre…

Non "la mia terra". La terra di suo padre. Una terra ricevuta in eredità come si riceve un cognome, custodita per una vita intera senza mai possederla, e che nell'ora più difficile è la prima cosa a cui pensa.

Questo, e nient'altro, è la Dimoranza.

Il resto le classifiche, le librerie di mezzo mondo, le sette lingue, perfino la delibera del Consiglio comunale è soltanto il rumore che una verità fa mentre attraversa il mondo per tornare a casa.
Luca Cervadoro ✍ Maida, Calabria

📕 IL LIBRO CHE HA GIRATO IL MONDO PRIMA DI FARSI  VEDERE A CASA;Ci sono libri che si presentano appena nati, con la cope...
21/07/2026

📕 IL LIBRO CHE HA GIRATO IL MONDO PRIMA DI FARSI VEDERE A CASA;
Ci sono libri che si presentano appena nati, con la copertina ancora tiepida di stampa.

Dimoranza no. Dimoranza ha fatto un'altra cosa: è partita.
Quaranta giorni fa è uscita da un paese di quattromila anime, in Calabria, senza un editore, senza un ufficio stampa, senza un solo euro di pubblicità. E in quaranta giorni ha fatto quello che nessuno, ragionevolmente, avrebbe dovuto permetterle di fare.

È entrata nel catalogo della Feltrinelli. È in vendita in America da Walmart e Books-A-Million. È arrivata a Londra da Foyles, la libreria leggendaria di Charing Cross Road. In Danimarca si vende in corone, a Taiwan in dollari taiwanesi. Ha imparato tre lingue: oggi esiste in italiano, in inglese e in tedesco e spagnolo.

Cinque testate ne hanno scritto, dal Quotidiano del Sud alle voci della piana lametina. E dopo più di un mese, quando i libri normalmente scendono, è salita: l’altro giorno era tra i primi dieci in Italia nella classifica Amazon di Antropologia culturale, e terza tra le novità più interessanti della stessa categoria.

Tutto questo, prima ancora di essere presentata una sola volta.
E allora la domanda è legittima: che cos'è questo libro?
Chi l'ha letto usa parole che di solito non si usano per un saggio.

Una lettrice dalla Germania ha scritto che "entra sotto la pelle". Altri raccontano di essersi fermati a metà pagina perché avevano trovato, scritto nero su bianco, un sentimento che portavano dentro da tutta la vita senza sapergli dare un nome.

Perché questo fa Dimoranza: dà un nome a una cosa che conoscete già. La riassumo in una riga, ed è tutto quello che vi dirò:

non siamo noi ad abitare i luoghi. Sono i luoghi che abitano noi.

Questa è Dimoranza

Il resto, sabato sera.

Perché adesso il libro torna a casa. E per la sua prima presentazione ufficiale non poteva scegliere un indirizzo più perfetto: Piazza Skanderbeg, a Vena di Maida. La piazza che porta il nome dell'eroe di un popolo che, cinquecento anni fa, lasciò la propria terra e non la p***e mai: gli Arbëreshë, che dopo cinque secoli custodiscono ancora lingua, riti e memoria.

Un libro che sostiene che i luoghi vivono dentro le persone verrà presentato nella piazza di chi lo dimostra da mezzo millennio. Non è una scelta di comodo. È una dichiarazione.

📍 Sabato 25 luglio · ore 19:00 · Piazza Skanderbeg, Vena di Maida, per la rassegna Orizzonti Letterari. Saluti istituzionali del Sindaco Salvatore Paone, dell'Assessore alla Cultura Merilisa Del Giudice e di Francesco Panza, presidente della Pro Loco Vena. Dialoga con l'autore l'architetta Mara Varia.

E c'è un dato che va detto, perché misura la serietà della serata: questo incontro porta quattro stemmi. Il patrocinio della Città di Maida, della Provincia di Catanzaro, della Pro Loco Vena APS e dell'Ordine degli Architetti di Catanzaro. Quattro istituzioni, dal municipio alla provincia a un ordine professionale, che hanno messo il proprio nome accanto a un libro nato tra queste colline.

Ai libri, questo, capita di rado. Ai libri di paese, quasi mai.
Un ultimo invito, ed è il più importante. Sabato portate qualcuno. Portate chi è tornato per l'estate e a settembre riparte. Portate i vostri ragazzi, che un giorno partiranno anche loro. E se avete un fratello a Toronto, una sorella a Zurigo, un cugino a Buenos Aires, mandategli questo post: la serata parla di loro, anche se non potranno esserci.

Il mondo l'ha già letto. Sabato tocca a casa.

📘L'edizione italiana:

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🌍 Tutte le edizioni:

https://dimoranza-manifesto.netlify.app/

📿 Storia di un rettangolo di carta che conteneva uno Stato...Gli oggetti non parlano. Ma alcuni, se li si interroga con ...
18/07/2026

📿 Storia di un rettangolo di carta che conteneva uno Stato...

Gli oggetti non parlano. Ma alcuni, se li si interroga con pazienza, confessano. Questa cartolina, per esempio, ha impiegato sessantasette anni per tornare a raccontarmi la Sua storia, e la Sua storia comincia come cominciano tutte le storie serie: con un uomo che decide che il suo paese merita di essere visto.

Quell'uomo era Filippo Pascuzzi, Arciprete di Maida per lunghi anni, pastore di anime e, in questo caso, editore. Perché è il suo nome che sta stampato in basso a sinistra, nella riga minuscola che nessuno legge e che invece è la chiave di tutto: Ediz. Filippo Pascuzzi, Arciprete. Non un tipografo di città, non un commerciante di souvenir. La parrocchia stessa. L’Arciprete che guardava la sua chiesa e pensava che quell'immagine dovesse viaggiare, moltiplicarsi, arrivare dove Maida non era mai arrivata, ma… mi ricorda qualcosa…

Per farlo aveva bisogno di un occhio. E l'occhio, a Maida, aveva un nome solo: Dattilo, il fotografo storico del paese, quello che per generazioni ha fissato su lastra e pellicola i matrimoni, i funerali, le feste, i volti. Fu lui a piazzare il cavalletto davanti alla facciata della chiesa di S. Maria Cattolica, fu lui a entrare nella navata in un giorno di festa, quando i drappi pendevano dagli archi e la folla premeva verso l'altare, fu lui a inquadrare il Santo di Paola con il suo bordone e il disco raggiante della Charitas. Tre fotografie. Tre atti di uno stesso sguardo.

Poi le immagini partirono. Perché questa è la parte del racconto che preferisco: per diventare cartolina, Maida dovette andare a Milano. Allo Stabilimento Dalle Nogare e Armetti, una delle grandi officine italiane della vera fotografia, dove le lastre di Dattilo vennero trasformate in migliaia di rettangoli lucidi. Un paese di Calabria stampato a quasi mille chilometri da sé stesso, nella capitale dell'editoria illustrata. L'Italia funzionava così: la memoria si produceva al Nord, ma il desiderio di memoria nasceva al Sud.

E qui viene la parola che rende questa cartolina un documento storico e non un ricordino. Perché sotto le tre immagini, l'Arciprete non fece scrivere semplicemente "patrono di Maida". Fece scrivere: Patrono della Città e dello Stato di Maida. Uno Stato. Nel pieno Novecento, su un cartoncino da pochi soldi, sopravviveva intatto il titolo dell'antico dominio feudale di cui Maida fu capoluogo. Le carte geografiche lo avevano cancellato da secoli. La devozione no. Le cartoline sono così: archiviano quello che gli archivi dimenticano.

Poi, un giorno del 1959, qualcuno comprò questa copia. La girò, scrisse un saluto affettuoso, la portò all'ufficio postale. Il timbro di Maida cadde accanto alla Siracusana viola, e il rettangolo partì per il viaggio più improbabile della sua vita: dal paese sulla collina fino all'isola di Capri, fino a un bar affacciato su un altro mare. Maida che saluta Capri. Il Santo di Paola che attraversa il Tirreno per posta ordinaria.

E adesso è qui, tornata. Un Arciprete, un fotografo, uno stabilimento milanese, un francobollo, uno Stato scomparso: tutto dentro dieci centimetri per quindici. Gli oggetti non parlano, dicevo. Ma sanno aspettare. E chi sa leggere, prima o poi, li sente.

Buona festa di San Francesco a tutti, da queste pagine che da oltre quindici anni riportano la storia di Maida in .

E questa volta Vi vogliamo lasciare con una domanda. Mettete la risposta nei commenti: chi era il santo patrono di Maida prima di San Francesco di Paola?



Luca Cervadoro, Citta di Maida / /

DIMORANZA — Manifesto per una Civiltà Ubiqua · Luca Cervadoro

NON CHIEDETECI DI RESISTEREUn saggio di Artribune smonta la parola più abusata del dibattito sui borghi: alle comunità m...
13/07/2026

NON CHIEDETECI DI RESISTERE
Un saggio di Artribune smonta la parola più abusata del dibattito sui borghi: alle comunità marginali si chiede di adattarsi al declino invece di rimuoverne le cause. Da Maida una proposta che rovescia il tavolo. Perché il problema non è quanti restano, ma quanti non abbiamo mai smesso di avere. E perché la Dimoranza non è una consolazione: è una rivendicazione.

Il 10 luglio 2026, su Artribune, Alex Urso ha scritto una cosa che a Maida non abbiamo osato dire per pudore, e che invece andava detta con la brutalità con cui la dice lui fin dal titolo: il primo passo per far ripartire le aree interne è smettere di usare la parola resilienza.

Vale la pena capire perché quella frase è una bomba. La resilienza è, da anni, il ritornello dei convegni: la capacità di un territorio di reagire, di reinventarsi, di sopravvivere. Suona nobile. Suona persino consolatoria. Ma Urso ricostruisce un filone critico che va da Mark Neocleous a Jonathan Joseph a David Chandler, e la conclusione, spogliata dal gergo accademico, è di una crudezza che Giorgio Bocca avrebbe firmato: chiamare "resiliente" un paese che si svuota significa complimentarsi con lui perché sopporta bene una malattia che qualcun altro gli ha procurato. È un elogio che assolve il colpevole. Sposta l'attenzione dalle cause, decenni di disinvestimento, di servizi tagliati, di scuole chiuse e treni soppressi, e la mette tutta sulla capacità delle vittime di arrangiarsi. In una parola: trasforma la sopravvivenza in politica. E siccome sopravvivere è già una fatica, chi sopravvive non ha il fiato per pretendere.

Ecco perché quella parola andava rotta. E Urso l'ha rotta.
Ma quando si rompe una parola resta un vuoto, e nel vuoto bisogna metterci qualcosa. Il grande merito di quell'articolo è anche il suo limite naturale, ed è il limite di tutta la discussione italiana sui borghi: dice benissimo cosa non funziona, ma la domanda successiva, quella vera, resta sospesa. Se resilienza significa "arrangiatevi", e se anche la nobilissima restanza di Vito Teti riguarda soltanto chi è rimasto, allora con quale parola parliamo di tutti gli altri? Di quelli che sono partiti? Perché è lì, e non tra i pochi rimasti, che c'è il numero grande. Un paese di mille anime ha, nel mondo, diecimila figli. Solo che nessuno li conta.

Questa è la crepa in cui abbiamo infilato la Dimoranza.
E qui bisogna dirlo chiaro, perché è il punto che chiediamo ad Alex Urso e a chiunque studi queste cose di considerare. La Dimoranza non è resilienza. Non chiede a nessuno di adattarsi, di sopportare, di stringere i denti. Non è la retorica del borgo che resiste eroicamente mentre lo Stato si volta dall'altra parte. È l'esatto contrario: è una contestazione dei numeri su cui lo Stato decide. La resilienza dice "resistete con quello che avete".

La Dimoranza dice: voi non sapete quello che abbiamo.

Umberto Eco ci ha insegnato che chi controlla i nomi controlla il mondo, e che un errore di classificazione può cancellare una realtà intera. Ecco l'errore: la statistica conta i residenti. Il residente è chi dorme dentro il confine comunale la notte del censimento. Su quella cifra, e solo su quella, si decide se un paese merita una scuola, un medico, una corriera. Ma un paese non è un dormitorio. Un paese è una comunità, e una comunità non finisce dove finisce il cartello stradale. Maida ha i suoi figli a Filadelfia, ad Ambler, a Brooklyn, in Argentina, in Australia, in Svizzera, a Torino. Non sono ex maidesi. Sono maidesi che vivono altrove. Il censimento li ha persi. Il paese, no.

Poi c'è il pregiudizio da abbattere, e va abbattuto in fretta, perché è quello che tiene l'Italia divisa mentre affonda unita. Questa non è una questione meridionale. La marginalità non è una malattia del Sud: è una malattia della geografia. Sono le stesse identiche condizioni dei borghi dell'Appennino tosco-emiliano, delle valli del Piemonte, dell'Alto Adige più interno, del Friuli montano, di certe frazioni alpine dove restano venti persone e un'osteria aperta a ore. Un paese abbandonato in Val Borbera e un paese abbandonato nella Sila hanno lo stesso silenzio, la stessa scuola chiusa, gli stessi figli lontani. Solo che al Sud ci hanno abituati a chiamarlo destino, e al Nord si fa più fatica ad ammetterlo. Ma il freddo delle finestre spente è lo stesso da Cuneo a Catanzaro.

E allora, in pochi punti, ecco perché la ricetta della Dimoranza è più concreta della resilienza. Non più poetica: più concreta.

1. Cambia i numeri, non gli umori. La resilienza chiede alle comunità di sentirsi forti. La Dimoranza chiede di ricontarle. Se un borgo dimostra di avere una comunità reale dieci volte più grande della sua popolazione residente, non sta chiedendo pietà: sta esibendo un titolo. E i titoli, nelle sedi istituzionali, pesano.

2. Non deresponsabilizza nessuno. È la trappola che Urso denuncia, e noi ci teniamo fuori: la Dimoranza non sostituisce le politiche pubbliche, le rende esigibili. Un paese isolato chiede. Un paese con una rete mondiale pretende. Scuole, sanità, trasporti e connessioni restano un dovere dello Stato, e nessuna narrazione, per quanto bella, può prendere il posto di un medico di base.

3. Trasforma l'emigrazione da ferita a infrastruttura. Per un secolo abbiamo raccontato la partenza come una perdita. Ma quei figli, oggi, sono ingegneri, imprenditori, medici, insegnanti, elettori. Sono capitale relazionale, competenze, ponti economici e culturali. Un paese che li ricontatta non piange i suoi morti: convoca i suoi vivi.

4. Costa zero e parte subito. Non serve una legge, non serve un bando, non serve aspettare Roma o Bruxelles. Un paese può cominciare domani mattina a costruire il proprio registro globale, a scrivere ai discendenti, a riconoscerli. Mentre le riforme strutturali fanno il loro corso, che è lungo, la comunità si ricompone. È l'unica cosa che si può fare adesso.

5. Vale per ogni borgo d'Italia, senza distinzione di latitudine. Se funziona per un paese della Calabria, funziona per un paese delle Langhe e per uno della Carnia. Perché la diaspora italiana non è meridionale: è italiana. Sono milioni, sparsi ovunque. E sono la più grande riserva inutilizzata che questo Paese possieda.
Concludo con la scena che tiene insieme tutto, e la devo a Gay Talese, il figlio del sarto di Maida che insegnò all'America che la Storia abita nei gesti minimi. Immaginate un uomo, in un paese qualsiasi dell'Appennino o della Sila, che chiude a chiave la porta di casa dei suoi genitori. Non tornerà. E immaginate, nello stesso istante, dall'altra parte del mondo, un suo cugino di terza generazione che pronuncia male il nome di quel paese e non sa nemmeno dove sia sulla carta. Le statistiche vedono una porta che si chiude. Noi vediamo un filo che non si è mai spezzato.

Il declino dei borghi non si ferma chiedendo loro di essere resilienti. Alex Urso ha ragione, ed è ora che lo si dica ad alta voce. Ma non si ferma nemmeno con la nostalgia. Si ferma quando smettiamo di contare le finestre accese e cominciamo a contare le persone.
E allora, per la prima volta da un secolo, i conti tornano.
Luca Cervadoro, Città di Màida


LINK
L'articolo di Alex Urso su Artribune: https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2026/07/resilienza-provincia-aree-interne-italia/

Il manifesto della Dimoranza: 👇

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📘 Ci sono libri che si scrivono in una stanza. Questo si è scritto per quindici anni camminando per Maida, con le mani d...
21/06/2026

📘 Ci sono libri che si scrivono in una stanza. Questo si è scritto per quindici anni camminando per Maida, con le mani dietro la schiena, come fanno gli anziani che conoscono ogni pietra per nome.

Lo ha dettato il Castello Normanno, che dall'alto continua a mo***re una guardia che nessuno gli ha più ordinato. Lo ha sussurrato il Convento di San Francesco, dove il silenzio ha una qualità che altrove non esiste. Lo hanno firmato, senza saperlo, le facciate di Palazzo Farao e di Palazzo Vitale, e quell'Arco di Sant'Antonio sotto cui sono passate, una accanto all'altra, dieci generazioni di maidesi diretti chissà dove.

Da queste pietre è nato un pensiero, e da quel pensiero un libro: DIMORANZA. Manifesto per una Civiltà Ubiqua.
La Dimoranza è l'idea che un luogo continui ad abitare chi lo lascia. Che Maida non finisca ai suoi confini, ma viva intatta dentro chi la porta nel sangue a Toronto, a Buenos Aires, a Stoccarda. Non è nostalgia. È la scoperta che si può appartenere a un paese anche da diecimila chilometri di distanza, e che questa non è una sconfitta, ma una forma nuova e antichissima di civiltà.

Voi che ogni giorno fotografate questi muri, che custodite una Foto de ‘na vota, che scrivete sotto un vicolo il nome di chi non c'è più, lo sapete già senza averlo mai letto: state facendo Dimoranza. Questo libro non fa che restituirvi il nome di ciò che siete sempre stati.

Maida è diventata da poco città. Adesso ha anche il suo manifesto.
Come il Castello lassù, anche questo libro è ormai al suo posto. Aspetta soltanto che qualcuno alzi lo sguardo.

💛 DIMORANZA. Manifesto per una Civiltà Ubiqua…

Il libro è qui:
👇
https://www.amazon.it/dp/B0H59LF8FN

Indirizzo

Via Garibaldi
Maida
88025

Sito Web

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