Palazzo Farao Maida

Palazzo Farao Maida Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Palazzo Farao Maida, Luogo storico e punto di interesse, Via Garibaldi, Maida.

🛡️💀🔨Il Faro che non si Spense:Storia di Pietra e Sangue nella Maida del Seicento;Esiste un luogo dove la morte e la bell...
22/11/2025

🛡️💀🔨Il Faro che non si Spense:
Storia di Pietra e Sangue nella Maida del Seicento;

Esiste un luogo dove la morte e la bellezza si guardano negli occhi senza paura. È una chiesa piccola, quasi timida, nel cuore antico di Maida, dove le case si ammassano come fedeli in preghiera. Si chiama San Giuseppe, ma il suo vero nome quello che sussurrano le pietre è più lungo, più doloroso: chiesa di Santa Maria delle Grazie e di San Giuseppe. E qui, sotto un pavimento calpestato da generazioni che non sanno cosa nasconde, giace il segreto più bello e terribile della famiglia Farao: uno stemma scolpito nel marmo che sembra urlare contro il tempo.
Era il 1635 quando Pietro Antonio Farao un uomo di cui non conosciamo il volto ma possiamo immaginare le mani callose di chi ha costruito un potere dal nulla decise che la sua famiglia avrebbe avuto una tomba degna di questo nome. Non un buco nella terra, non una fossa comune. Una chiesa. Tutta sua. Un luogo dove i suoi morti avrebbero riposato sotto la protezione della Vergine e di San Giuseppe, dove le preghiere sarebbero salite direttamente al cielo senza fare la fila con quelle dei poveri.
Farao o Farao Ferao, come compare in alcuni documenti, con quella ripetizione ipnotica che sembra un'eco di se stessa era un nobile di recente insediamento. Non aveva secoli di blasone alle spalle, non discendeva dai normanni o dagli svevi. Il suo potere era fresco, costruito con astuzia e matrimoni strategici. Era legato ai Ruffo di Bagnara, quella famiglia che in Calabria significava più del viceré stesso, e possedeva vasti feudi nella Piana di Sant'Eufemia, quelle terre grasse e maledette dove il grano cresceva alto ma la malaria mieteva più vite della guerra.
Ma costruire una chiesa in Calabria nel 1635 significava sfidare Dio stesso. Il 27 marzo 1638, quando le mura erano appena alzate e la malta ancora fresca, la terra tremò. Il terremoto devastò Maida e tutta la Calabria con una violenza che sembrava la fine del mondo. Le case crollarono come castelli di carte. I campanili si piegarono come alberi sotto il vento. E la piccola chiesa dei Farao? Resistette. O forse crollò e fu ricostruita con tale ostinazione che nessuno osò annotare la differenza. Nel settembre 1640, cinque anni dopo l'inizio dei lavori e due anni dopo l'apocalisse, la chiesa fu consacrata.
I Farao avevano vinto la loro prima battaglia contro la morte. E l'edificio che Pietro Antonio senior lasciò non era solo un luogo di culto: era un manifesto di “ius patronatus laicale”, quella pratica tipicamente secentesca per cui un signore poteva fondare una ca****la, nominarvi il ca****lano, controllarla come proprietà privata. Una chiesa fortezza dell'anima, dove il potere temporale si genufletteva davanti a quello spirituale solo per convenienza.
Sul pavimento della navata unica un rettangolo di silenzio largo appena quanto bastava per far respirare l'anima è incastrata una lastra di marmo bianco. Ottanta centimetri per sessanta, forse meno, forse di più: le misure della dignità sono sempre approssimative. Otto centimetri di spessore tra i vivi e i morti. Marmo di Carrara o calcare locale, poco importa: è pietra nobile, levigata con cura, pesante come un sacramento. Un bassorilievo schiacciato dove ogni dettaglio è stato inciso e modellato a gradine, con quella tecnica che richiede mano ferma e pazienza infinita.
E su questa pietra è scolpito un miracolo.
Al centro, dentro un cartiglio ovale che sembra respirare, c'è un faro. Una torre con la lanterna accesa, la fiamma che danza nel vento di marmo. Intorno, quello che a prima vista sembra un polpo impazzito: tentacoli che si avvolgono, si attorcigliano, abbrancano. Ma guardando meglio e bisogna guardare in ginocchio, come si guardano le cose sacre capisci che non sono tentacoli. Sono onde. Il mare in tempesta. Gli scogli che emergono dalla furia dell'acqua. Conchiglie e volute barocche che si fondono con gli spruzzi pietrificati. E il faro, immobile, continua a illuminare.
Il barocco calabrese aveva questa ossessione per il mare. Nelle chiese di Tropea, Pizzo, Vibo, ovunque c'è acqua scolpita che minaccia e non distrugge, onde che urlano in silenzio. Perché il mare, per un calabrese del Seicento, non era cartolina né vacanza. Era il nemico che portava i turchi, la fame, le malattie. Era la via della salvezza e della dannazione. E la famiglia Farao il cui nome stesso gridava "faro", arma parlante, stemma che si spiega da sé si era scelta come simbolo l'unica cosa che il mare non può spegnere.
Quella lastra ha due fori laterali, ciascuno del diametro di tre centimetri. Servivano per i perni, per sollevarla quando bisognava calare giù un altro corpo nell'ossario ipogeo. Immagina la scena: la chiesa in penombra, le candele che tremano, quattro uomini che infilano i perni nei fori e sollevano la pietra con un rumore sordo. Sotto, il buio. L'odore dolciastro dei corpi in decomposizione. Le ossa degli antenati ammassate senza troppa cerimonia perché la morte, alla fine, democratizza tutto. Poi il nuovo corpo scende, avvolto in lino. La lastra torna al suo posto con un tonfo definitivo. Il faro continua a brillare sopra i morti.
Passarono i decenni. I Farao prosperarono, si estinsero in linea diretta, rinacquero in linee collaterali con quella caparbietà tipica delle famiglie che hanno messo radici profonde. Nel 1739 centoquattro anni dopo la fondazione, più di un secolo in cui la chiesa aveva visto nascere e morire generazioni intere un altro Pietro Antonio Farao guardò l'edificio che portava il nome del suo antenato e vide che stava cedendo.
Non sappiamo se fosse pronipote o nipote del fondatore gli archivi parrocchiali tacciono su troppi dettagli, come sempre in Calabria dove la Storia si tramanda più per sussurri che per documenti ma portava lo stesso nome, e questo bastava. Forse le pareti si erano lesionate. Forse il tetto perdeva. Forse semplicemente Pietro Antonio Farao junior voleva che anche il suo nome fosse inciso accanto a quello dell'antenato, perché l'immortalità condivisa è meglio di nessuna immortalità.
Ordinò un restauro importante, forse una ricostruzione parziale. E quando i lavori furono finiti, fece incidere sulla facciata esterna - semplice, tardo-barocca, senza fronzoli ma dignitosa un'iscrizione latina che è un capolavoro di vanità mascherata da pietà:
TEMPLVM AD HONOREM SEMPERVIRGINIS MARIE GRATIE MATRIS EIVSDEMQUE BEATISSIMI SPONSI IOSEPH PRO REDEMPTIONE ANIMARVM PVRGATORIO PETRVS ANTONIVS FARA VS EREXIT ANNO QVO ENSV AD AVXILIVM MDCC###IX
"Tempio in onore della Semprevergine Maria Madre delle Grazie e del suo Beatissimo Sposo Giuseppe, per la redenzione delle anime dal purgatorio, Pietro Antonio Farao eresse nell'anno in cui venne in aiuto 1739".
Quella formula Anno quo ensus ad auxilium, "nell'anno in cui venne in aiuto" - è ambigua, deliberatamente. Chi venne in aiuto? San Giuseppe? La Vergine? O forse Pietro Antonio junior stesso, che con i suoi soldi salvò la chiesa dalla rovina? Il latino permette queste ambiguità sontuose, e i Farao le sfruttavano con maestria.
Sopra l'iscrizione del 1739, Pietro Antonio junior fece scolpire lo stemma ufficiale della famiglia: scudo sannitico con bordo sagomato, cimiero con elmo e pennacchio. Al centro, semplicissimo, il faro a forma di torre merlata con fiamma accesa in cima, su base rocciosa. Campo d'argento - marmo bianco su intonaco rosato con il faro al naturale e la fiamma di rosso. Sobrio. Rispettabile. Araldicamente corretto. Lo stemma che si mostra al mondo, quello da registro nobiliare, quello che dice:
"Siamo i Farao, illuminiamo la via".
Ma dentro, sul pavimento dove solo i morti guardano, lo stemma vero quello della seconda metà del Seicento, quello barocco, drammatico, allegorico continua a raccontare un'altra storia. Quella versione elaborata e rara dello stesso simbolo, con le onde che sembrano tentacoli e il mare che abbraccia minaccioso lo scoglio senza riuscire a spegnere la luce, rappresenta la verità più profonda della famiglia. Non la nobiltà ufficiale, ma la lotta quotidiana contro l'oblio. Non il blasone da esibire, ma la paura da nascondere sotto otto centimetri di marmo.
Perché i Farao sapevano che anche i ricchi finiscono all'inferno, e che le messe costavano meno di quanto valeva la loro anima. Sapevano che il tempo erode la pietra come il mare erode lo scoglio. E sapevano che l'unica vera immortalità è quella che si scolpisce nel punto esatto dove la vita finisce: sotto i piedi di chi prega, sopra le teste di chi non prega più.
La chiesa sopravvisse all'editto napoleonico di Saint-Cloud del 1806, quello che vietava le sepolture in chiesa e spediva i morti fuori dalle mura cittadine, nei cimiteri igienici e razionali voluti dall'Illuminismo. Ma in Calabria le leggi napoleoniche arrivavano attutite, come onde che hanno già percorso troppa strada. E l'ossario dei Farao continuò a ricevere corpi anche dopo, in segreto, con quella disobbedienza gentile tipica del Sud che finge di inchinarsi alle leggi ma poi fa di testa sua.
Oggi la chiesa di San Giuseppe è quasi dimenticata. Pochi turisti, nessuna guida. Nei registri parrocchiali Liber Baptizatorum e Stati delle Anime dal 1630 al 1750 compaiono ancora i nomi dei Farao, poi sempre più radi, poi scomparsi. Estinti o dispersi, poco importa. Ma il loro faro è ancora lì, incastrato nel pavimento come un diamante in una tomba.
E se ti inginocchi se hai il coraggio di inginocchiarti su quella pietra che copre i morti e guardi il marmo da vicino, vedi i segni del tempo: la patina giallastra, le crepe sottili, le abrasioni di trecento anni di passi. Vedi la gradine dello scultore, il colpo secco che ha staccato il marmo superfluo per far emergere le onde. Vedi l'amore ossessivo per il dettaglio che solo il barocco meridionale possedeva, quella capacità di trasformare la morte in teatro.
Lo stato di conservazione è buono, miracolosamente. La lastra ha resistito a tutto: ai terremoti, all'umidità, al calpestio secolare, all'indifferenza. È un unicum iconografico regionale, dicono gli studiosi con quella prudenza accademica che nasconde l'emozione. Merita tutela, valorizzazione, protezione. Ma forse la sua vera protezione è proprio questa: essere dimenticata. Perché i tesori troppo famosi finiscono nei musei, morti dietro vetrine. E questo tesoro è vivo. Respira ancora sotto i piedi dei fedeli.
E capisci che quello non è solo uno stemma. È un testamento. Un grido di chi sapeva di essere fragile e mortale ma voleva almeno che la sua fragilità fosse scolpita in qualcosa di eterno. È il tentativo disperato di un uomo Pietro Antonio Farao senior, che nel 1635 prese una decisione f***e, e di Pietro Antonio Farao junior, che nel 1739 la rinnovò di dire ai figli, ai nipoti, ai pronipoti che non avrebbero mai conosciuto: "Noi siamo stati qui. Abbiamo resistito. Come il faro nella tempesta".
Il resto è silenzio. O meglio: il resto è il rumore sordo dei passi sopra i morti, il calpestio indifferente di chi non sa che sotto c'è un capolavoro. Ma i Farao lo sapevano. Perché loro non scolpivano per i vivi. Scolpivano per l'eternità.
E l'eternità, a Maida, dura almeno finché la pietra resiste.

GrazieESanGiuseppe Ultra

💎I Gioielli di Murat e il Granchio del Pretore: L'Incredibile Lapsus di Aldo Peronaci nella Storia di Maida;🗝Tra la minu...
10/08/2025

💎I Gioielli di Murat e il Granchio del Pretore: L'Incredibile Lapsus di Aldo Peronaci nella Storia di Maida;
🗝Tra la minuziosa ricostruzione di un tesoro regale e un abbaglio che confonde un sarto calabrese con Christian Dior, il racconto di una delle più affascinanti e fallaci indagini della storiografia calabrese del Novecento.

🔍C'è un modo di toccare la storia che appartiene solo ai grandi narratori, a coloro che sanno spolverare gli archivi non per accumulare date, ma per far rivivere il sangue, il sudore e le passioni degli uomini.
Umberto Eco lo faceva con la semiotica, trasformando i segni in epopee. Giorgio Bocca con il bisturi del cronista, incidendo la carne viva della società. Gay Talese con l'occhio del sarto, cucendo dettagli minimi per creare ritratti monumentali.

E poi c'è stato Aldo Peronaci, un uomo che, da Pretore del comune di Maida, in Calabria, negli anni Quaranta, si trovò tra le mani non solo la legge, ma un frammento incandescente di storia napoleonica.
La sua fu una fortuna quasi romanzesca. In un giorno come tanti, incontrò un amico, Francesco Ciriaco, che gli aprì le porte di un mistero custodito per oltre un secolo. Gli mostrò i gioielli di Gioacchino Murat, l'ex Re di Napoli, fucilato al Pizzo il 13 ottobre 1815.
Non erano leggende, ma oggetti reali, tangibili: un anello, un orologio, orecchini, una collana, persino una tabacchiera d'oro che, si diceva, contenesse ancora il tabacco del Re.
Oggetti che la famiglia Farao/Ciriaco aveva conservato con una devozione quasi religiosa, reliquie di un re caduto, rubate, secondo la ricostruzione di Peronaci, sul suo ca****re ancora caldo.
Da questa scoperta nacque uno scritto destinato all'Archivio Storico della Calabria, un saggio che per acume, dettaglio e passione narrativa avrebbe potuto, in un altro contesto, ambire a un premio Pulitzer.
Peronaci non si limitò a descrivere i gioielli; ne dissezionò la storia con la perizia di un detective e la prosa di un romanziere.
Descrisse l'anello con il motto inciso, «Sans épine», e il topazio che recava una C maiuscola sopra le parole «Mon bien aimé», un pegno d'amore per la regina Carolina Bonaparte. Raccontò dell'orologio da tasca, opera dell'orafo Abraham Colomby, con la sua cassa impreziosita da diamanti e una miniatura smaltata del volto della regina.
Analizzò la collana con i suoi due cammei, uno dei quali raffigurava Murat stesso, riconoscibile dai lunghi favoriti. Ogni parola di Peronaci era un colpo di scalpello che liberava la storia dalla pietra del tempo. Ricostruì le ore convulse dello sbarco, la prigionia, la fucilazione, smontando le versioni ufficiali e mettendo in luce le incongruenze, come un magistrato che istruisce il più complesso dei processi.

E fu proprio qui, all'apice della sua indagine, che il gigante inciampò. Travolto dall'entusiasmo, Peronaci commise un errore madornale, un granchio grande quanto la storia stessa di Maida.
Nel tentativo di rintracciare l'orafo Abraham Colomby, si affidò a una ricerca commissionata a Parigi. E qui la sua penna, solitamente così precisa, scivolò in un lapsus freudiano tanto incredibile quanto rivelatore.
Scrisse di aver incaricato delle ricerche il "celebre sarto Christian Dior (originario di Maida, che aveva cambiato il proprio originario cognome di Cristiani con l'altro più altisonante)".

In questa singola frase, Peronaci costruì un mito. Confuse Francesco Cristiani, un sarto di talento originario di Maida ed emigrato a Parigi, con Christian Dior, l'icona della moda francese, nato a Granville, in Normandia, da una famiglia di industriali, senza alcun legame con l'Italia, tanto meno con la Calabria. L'idea che Dior fosse un Cristiani sotto mentite spoglie era una fantasia, un'eco seducente ma falsa, un desiderio di grandezza che proiettava l'ombra di un piccolo borgo calabrese sulle passerelle più famose del mondo.

L'errore è monumentale non solo per la sua imprecisione, ma perché viola la regola aurea di ogni storico: la verifica ossessiva delle fonti. E il fatto che un'affermazione così palesemente errata sia stata pubblicata su una fonte autorevole come l'Archivio Storico della Calabria la rende ancora più grave. È la dimostrazione di come anche l'indagine più rigorosa possa essere tradita da un eccesso di passione, da un amore per la propria terra che diventa, per un attimo, cecità.

Eppure, questo sbaglio non cancella il valore epico del lavoro di Peronaci. Anzi, lo rende tragicamente umano. Ci mostra un uomo capace di riportare alla luce un tesoro perduto, di descriverlo con una precisione quasi magica, ma anche di cadere nella più banale delle trappole narrative: credere a una bella storia piuttosto che alla verità.
La sua opera rimane una pietra miliare. Ha raccontato i gioielli di Murat come nessuno prima, svelandone i segreti e le storie d'amore incise nell'oro. Ma ci ha anche lasciato in eredità un fantasma, la leggenda di un Dior calabrese che non è mai esistito. E in questo dualismo, tra la scoperta eccezionale e l'errore colossale, risiede tutta la complessità e il fascino della storia, una disciplina che non è mai solo un elenco di fatti, ma il racconto imperfetto e appassionato di come gli uomini li hanno cercati, trovati e, a volte, inventato.
E mentre chiudo questa storia, una domanda mi tormenta ancora: cosa avrebbe pensato Murat, se avesse saputo che i suoi gioielli sarebbero diventati protagonisti di saggi eruditi e leggende inventate? Avrebbe riso, probabilmente. Lui che aveva sempre amato il teatro della vita, anche nella morte aveva trovato il modo di continuare a stupire, a confondere, a lasciare tracce che si perdono nel labirinto della memoria.

Maida custodisce ancora i suoi segreti. E Peronaci, con i suoi errori e le sue scoperte, ne è diventato parte. Per sempre.

🔍 Fonti Primarie (Archivistiche)
Queste sono le fonti manoscritte e i documenti originali su cui Peronaci ha basato la sua ricerca, consultati principalmente presso l'Archivio di Stato di Napoli (Archivio Borbone).
Archivio Borbone (Arch. Borb.):
Fascio 623: Contiene lettere originali, tra cui quella di Murat alla moglie Carolina del 9 ottobre 1815, e il rapporto di Nunziante al Re del 13 ottobre.
Fascio 656: Include il rapporto del Comandante del Porto Del Gado, la lettera di Alcalà a Nunziante, il dispositivo originale della sentenza di morte di Murat, e la copia dell'ultima lettera di Murat a Carolina.
Fascio 622: Contiene la Relazione dello sbarco redatta per le Potenze straniere.
Archivio Privato Nunziante: Citato per un provvedimento del Ministro Circello.
Zibaldone manoscritto della Casata Farao: Fonte utilizzata dal Parisi per le notizie sulla famiglia Farao di Maida.
Fonti Secondarie (Bibliografia a Stampa)
Queste sono le opere pubblicate (libri, articoli, diari) che Peronaci cita per confrontare, criticare o confermare le informazioni.
Alcalà, Francesco: Rapporto al Duca de l'Infantado, citato in Gasparri e Capialbi.
Bianco, N. A.: Gli ultimi avvenimenti del regno di G. M., Melfi, 1880.
Capece-Minutolo, Vincenzo: Testimonianza citata in Valente.
Cortese, F.: Sbarco, cattura... ecc., Cosenza, 1977.
De Nicola, Carlo: Diario Napoletano, pubblicato in Archivio storico per le Province Napoletane.
De Sassenay, C. H. E.: Les derniers jours de Murat, Paris, 1896.
Doria, Gino: Murat re di Napoli, Napoli, 1966.
Dumas, Alexandre: Impressions de voyage. Le capitaine Arena (1842), Paris, 1891.
Dupont, Marcel: Murat, Paris, 1934.
Fisquet, Honoré: Murat (Joachim), in Nouvelle Biographie Générale (Didot ed.), Paris, 1861.
Franceschetti, D. C.: Mémoires..., Paris, 1826 e Supplément aux Memoires..., Paris, 1828.
Gallippi, A.: Documenti storici della città di Pizzo, Vibo Valentia, 1936.
Gallois, Léonard: Histoire de Joachim Murat, Paris, 1826.
Galvani, M.: Mémoires..., Paris, 1843.
Garnier, Jean-Paul: Gioacchino M. re di Napoli (1859), Napoli, 1973.
Gasparri, E. e Capialbi, V.: La fine di un Re, Monteleone, 1894.
Guardione, Francesco: G. M. in Italia (1899), Palermo, 1916.
Lancellotti, Arturo: I Napoleonidi, Roma, 1936.
Lénormant, François: La Grande Gréce, III, Paris, 1884.
Manfroni, Camillo: Note a P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, Napoli, 1905.
Masdea, T. A.: L'arresto ed il supplizio di G. Murat, citato in Romano.
Mazzucchelli, Mario: Murat re di Napoli, (1931), Milano, 1970.
Montanelli, Indro: Storia d'Italia, XXV, Milano, 1976.
Parisi, A. F.: Lo Stato di Maida nel Risorgimento, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1958 e 1959.
Pignatelli, F.: Memorie..., citato in Cortese.
Rasponi, Luisa Murat: Souvenirs d'une fille de J. Murat, Paris, 1929.
Ricciardi, G.: Relazione autentica della fazione... ecc., in Archivio Storico Italiano, 1876.
Romano, G.: Ricordi Murattiani, Pavia, 1890.
Turquan, Joseph: Les soeurs de Napoléon. II Caroline Murat, Paris, s. d.
Valente, Angela: Gioacchino Murat e l'Italia meridionale, (1941), Torino 1977.

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🌟 ESTATE MAIDESE 2025 🌟 🎯🗓️ Mercoledì 16 Luglio ore 21:30 🏰 Castello Normanno di Maida✨ "L'APE FURIBONDA - Undici donne ...
12/07/2025

🌟 ESTATE MAIDESE 2025 🌟
🎯🗓️ Mercoledì 16 Luglio ore 21:30 🏰 Castello Normanno di Maida
✨ "L'APE FURIBONDA - Undici donne di carattere in Calabria" ✨
QUANDO LE DONNE RISCRIVONO LA STORIA;

Tra le mura millenarie del 🏰 Castello Normanno di Maida, 🖋️Bruno Gemelli e 🖋️Claudio Cavaliere presenteranno:
📚"L'Ape Furibonda - Undici donne di carattere in Calabria", un libro che ha il sapore della terra rossa e il profumo del gelsomino, dove ogni pagina è un viaggio nell'anima segreta della Calabria. Non è una semplice presentazione, è un atto di giustizia letteraria verso quelle undici donne che hanno attraversato secoli di silenzio per emergere come protagoniste di una storia che nessuno aveva mai raccontato: dalla marchesa della Sila che sfidò baroni e montagne, alle partigiane che scelsero la libertà quando il mondo bruciava, dalle sindache che cambiarono il volto dei loro paesi alle imprenditrici che trasformarono la povertà in opportunità, fino alla straordinaria Rosa Graziano, la cui casa si affacciava proprio sulla piazza del Castello Normanno di Maida, testimone silenziosa di una vita che ha attraversato la tragedia e la redenzione, l'amore e la giustizia in un intreccio che solo la letteratura sa dipingere con tale potenza evocativa.
🎤Anna Callipo, scrittrice e poetessa, autrice di "A Piedi Nudi" e voce autentica della letteratura femminile contemporanea, modererà questa serata dove la parola si fa incantesimo e la memoria diventa presente.
👋 Salvatore Paone, sindaco di Maida, porterà i saluti di una comunità che ha scelto di celebrare le sue radici attraverso la cultura. Tra le pietre antiche del Castello Normanno, sotto un cielo di luglio🌙 che promette stelle, scopriremo che la Calabria non è solo la terra che conosciamo, ma un universo di storie femminili coraggiose, di scelte difficili e vittorie conquistate una lacrima alla volta, un sorriso alla volta, una battaglia alla volta.
📖 Una serata che vi conquisterà il cuore 📖
👥 Vi aspettiamo

“Radici di Maida: un viaggio nel tempo per i custodi di domani;L'iniziativa che trasforma la storia del borgo in un patr...
30/11/2024

“Radici di Maida: un viaggio nel tempo per i custodi di domani;
L'iniziativa che trasforma la storia del borgo in un patrimonio vivo, raccontato ai più piccoli per accendere l'orgoglio e il senso di appartenenza…”
La scelta di porre Maida al centro di un’iniziativa rivolta ai bambini rappresenta non solo un atto di amore verso la propria terra, ma un autentico manifesto culturale. L'articolo firmato da Tonino Ciliberto racconta, con semplicità ma anche con profonda sensibilità, l’importanza di far scoprire ai più piccoli le radici che affondano nel cuore della storia di Maida.
Un’impresa che merita non solo di essere celebrata, ma di diventare modello per altre realtà. Il titolo, "Far conoscere le proprie radici", già di per sé evoca un’immagine carica di significato. In un tempo in cui l’identità sembra diluirsi nelle maglie di un mondo globalizzato, il richiamo alle origini diventa un’ancora necessaria, un punto fermo da cui partire per costruire un futuro consapevole.
È sublime il modo in cui l’articolo intreccia storia, tradizione e senso di comunità, evidenziando come l’Associazione "Tra chjazza, ruga e carriari" si faccia portavoce di un patrimonio che rischia, altrimenti, di cadere nell’oblio. L’iniziativa da me ideata in collaborazione con l’Associazione "Tra chjazza, ruga e carriari" e con il supporto dell’Istituto Comprensivo di Maida, è una testimonianza di quanto l’educazione possa diventare strumento di rinascita della memoria storica.
Il coinvolgimento di artisti, l’attenzione ai dettagli e l’intento di “raccontare a misura di bambino” rappresentano un’operazione raffinata, dove il passato si fa narratore e i bambini ascoltatori curiosi, pronti a trasformarsi in custodi delle storie narrate. La ricca storia di Maida, evocata attraverso palazzi nobiliari, chiese e opere d’arte, diventa un palcoscenico ideale per accendere nei più piccoli una scintilla di appartenenza.
Il giornalista non manca di sottolineare la bellezza del viaggio, definendolo un “Emozionante lettura di un contesto con una storia che si perde nel tempo.” Ogni parola scelta vibra di orgoglio e consapevolezza, e ciò eleva l’articolo da semplice cronaca a riflessione culturale.
L’attenzione ai dettagli è meravigliosa: il coinvolgimento degli artisti di MaidaArt, la visita alla Galleria di piazza Garibaldi, i laboratori artistici, tutto concorre a creare un mosaico di esperienze che non si limita a celebrare il passato, ma lo rende vivo e tangibile, quasi palpabile.
Maida, con la sua storia millenaria, si erge non solo come luogo geografico, ma come anima pulsante di un’identità collettiva, pronta a rinascere attraverso le generazioni future.
Maida è un luogo dove il tempo sembra tessere fili invisibili che collegano la sua straordinaria storia a quella dell’Italia intera. Ricchissima di memoria, questo borgo affonda le sue radici nel Paleolitico, testimoniato dal sito archeologico di Casella di Maida, definito dal compianto professore Gambassini dell’Università di Pisa come «uno dei più importanti siti del Paleolitico in Europa» in una sua pubblicazione accademica. Il museo di Reggio Calabria, simbolo della cultura calabrese, apre proprio con le pietre ritrovate a Casella di Maida, grazie al lavoro del professor Leone di Lamezia Terme, a dimostrazione di quanto questa terra sia un pilastro della storia dell’Italia.
Maida è stata anche il teatro di scontri epocali: qui, anche se in pochi minuti, si sono affrontati due tra gli eserciti più potenti del loro tempo, quello di Napoleone Bonaparte e quello inglese, in una battaglia che ancora riecheggia nelle pagine dei libri di storia.
È il borgo che ha accolto Giuseppe Garibaldi, il quale, dal balcone del Palazzo Farao, il 29 agosto 1860 annunciò in piazza Garibaldi gremita «la disfatta di diecimila borbonici», lasciando un segno indelebile nella memoria collettiva.
Maida è anche una fucina di talenti che hanno illuminato il mondo. Qui nacque Vincenzo Vianeo, pioniere dell’attuale chirurgia plastica, il cui genio medico ancora oggi ispira ammirazione.
Da questo borgo partì, a soli diciassette anni, Antonio Cristiani, che da Parigi conquistò l’élite mondiale come uno dei più grandi sarti del suo tempo, vestendo le personalità più influenti dell’epoca. Sempre da Maida mosse i suoi primi passi lo scultore Giuseppe Donato, che, giovanissimo, incantò il grande Auguste Rodin, autore del celebre “Pensatore”.
E come dimenticare Gay Talese, figlio di Maida e padre del “New Journalism”, uno stile narrativo rivoluzionario che ha ridefinito il giornalismo moderno negli Stati Uniti! Oppure Nicholas Pileggi, la mente dietro capolavori cinematografici come “Quei bravi ragazzi”,”Casinò”, qualche anno fa ha nuovamente collaborato con Martin Scorsese per un documentario sulla mafia trasmesso su Netflix, con il leggendario Al Pacino come protagonista.
Maida è una sinfonia di storie e talenti, un luogo che ha dato i natali a innumerevoli figure di spicco, capaci di distinguersi nei campi più disparati, dall’arte alla scienza, dalla politica alla cultura. Eppure, neanche le parole più ricercate potrebbero contenere la ricchezza degli eventi che hanno attraversato questo antico borgo, culla di storia, genio e meraviglia. Maida è molto più di un luogo: è un’anima collettiva che continua a pulsare, ispirando chiunque abbia la fortuna di conoscerla.
Questo pezzo giornalistico, dunque, non è soltanto un elogio all’iniziativa, ma un invito alla riflessione. Che cos’è la memoria di un luogo, se non il terreno fertile su cui costruire il domani?
E quanto è straordinario il gesto di piantare in questa terra le radici della conoscenza, affinché i bambini di oggi diventino gli adulti consapevoli di domani? Tonino Ciliberto, con il suo articolo, ha tracciato un sentiero luminoso, che ogni lettore dovrebbe percorrere con lo stesso entusiasmo con cui i bambini hanno scoperto le bellezze di Maida.
Iniziative come queste non solo parlano della bellezza del passato, ma ci insegnano che il futuro si costruisce con la cura dei dettagli, con il rispetto per le radici e con l’audacia di trasmettere la propria storia, con fierezza, alle nuove generazioni. Che questa esperienza possa essere solo l’inizio di un lungo viaggio per Maida, un borgo che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, tanto da insegnare.

Indirizzo

Via Garibaldi
Maida
88025

Sito Web

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