25/08/2026
𝗪𝗼𝗸𝗲: 𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮
Il dibattito estivo sul "woke" ha un vincitore già scritto: la destra. E non perché abbia ragione. Perché è l'unica a non doversi giustificare.
Conte scrive su Repubblica che la sinistra avrebbe esagerato con i diritti civili, sacrificando il programma sociale. Fassina applaude. Renzi, l'orologio rotto che due volte al giorno segna l'ora esatta, concorda. Il meccanismo è sempre lo stesso: si chiede alla sinistra di fare autocritica su una battaglia che non ha mai davvero combattuto, per liberare spazio a un programma sociale che — guarda caso — resta annacquato lo stesso. Nessuna patrimoniale. Nessun salario reale. Solo la rinuncia ai diritti, in cambio di niente.
Chiediamoci di cosa esattamente dovremmo scusarci, in un paese dove la Presidente del Consiglio dice al New York Times che il fascismo, "visto da dentro", non era poi così terribile. Dove un generale in libera uscita elogia il "patriarcato mediterraneo" e viene applaudito. Dove l'educazione sessuo-affettiva è vietata per legge e la storia coloniale sparisce dai programmi scolastici per decreto Valditara. L'egemonia culturale in Italia non ce l'ha la sinistra. Ce l'ha la destra, ed è schiacciante — sui linguaggi, sull'immaginario, sul senso comune diffuso anche tra i "moderati".
Il trucco è vecchio: separare diritti civili e diritti sociali per farli sembrare in competizione. Ma chi sfrutta i braccianti migranti nei campi del Sud sa benissimo che il salario da fame e il colore della pelle sono la stessa oppressione, non due lotte diverse da mettere in fila. È la lezione dell'intersezionalità, teorizzata da Crenshaw più di trent'anni fa: quando la coscienza di classe non sfida il razzismo, quando l'antirazzismo non sfida il patriarcato, quando il femminismo non sfida lo sfruttamento, ciascuno di questi movimenti finisce — suo malgrado — per rafforzare esattamente ciò che dice di combattere. Non è un eccesso identitario a spiegare le vittorie della destra. È il contrario: il fallimento nel tenere insieme i fronti.
E non è un caso che questa "cattura" avvenga proprio ora, alla vigilia di primarie ed elezioni. È l'ennesima riprova che il centrosinistra ragiona per consenso elettorale, non per trasformazione. Non gli interessa costruire un blocco sociale che non arretri su nulla — gli interessa un pacchetto elettorale presentabile. Ma un partito non si misura sui voti raccolti: si misura sulla sua capacità di produrre senso comune alternativo, di essere — come diceva Gramsci — intellettuale collettivo, non agenzia di mediazione con l'esistente.
Qui non si tratta né/né. Si tratta di tenere insieme, senza sconti, il salario e i diritti, la casa e la libertà di essere ciò che si è. Chi propone di scegliere sta già scegliendo per noi. E sta scegliendo la resa.