Unione Popolare Valle Camonica-Sebino

Unione Popolare Valle Camonica-Sebino Una speranza, un'occasione, una possibilità. cambiare lo stato di cose presenti si può

Per tradurre in Europa le ragioni di chi non crede nelle ricette liberiste, per uscire dalla crisi economica che attanaglia la classe lavoratrice.

𝗪𝗼𝗸𝗲: 𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮Il dibattito estivo sul "woke" ha un vincitore già scritto: la de...
25/08/2026

𝗪𝗼𝗸𝗲: 𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮
Il dibattito estivo sul "woke" ha un vincitore già scritto: la destra. E non perché abbia ragione. Perché è l'unica a non doversi giustificare.
Conte scrive su Repubblica che la sinistra avrebbe esagerato con i diritti civili, sacrificando il programma sociale. Fassina applaude. Renzi, l'orologio rotto che due volte al giorno segna l'ora esatta, concorda. Il meccanismo è sempre lo stesso: si chiede alla sinistra di fare autocritica su una battaglia che non ha mai davvero combattuto, per liberare spazio a un programma sociale che — guarda caso — resta annacquato lo stesso. Nessuna patrimoniale. Nessun salario reale. Solo la rinuncia ai diritti, in cambio di niente.
Chiediamoci di cosa esattamente dovremmo scusarci, in un paese dove la Presidente del Consiglio dice al New York Times che il fascismo, "visto da dentro", non era poi così terribile. Dove un generale in libera uscita elogia il "patriarcato mediterraneo" e viene applaudito. Dove l'educazione sessuo-affettiva è vietata per legge e la storia coloniale sparisce dai programmi scolastici per decreto Valditara. L'egemonia culturale in Italia non ce l'ha la sinistra. Ce l'ha la destra, ed è schiacciante — sui linguaggi, sull'immaginario, sul senso comune diffuso anche tra i "moderati".
Il trucco è vecchio: separare diritti civili e diritti sociali per farli sembrare in competizione. Ma chi sfrutta i braccianti migranti nei campi del Sud sa benissimo che il salario da fame e il colore della pelle sono la stessa oppressione, non due lotte diverse da mettere in fila. È la lezione dell'intersezionalità, teorizzata da Crenshaw più di trent'anni fa: quando la coscienza di classe non sfida il razzismo, quando l'antirazzismo non sfida il patriarcato, quando il femminismo non sfida lo sfruttamento, ciascuno di questi movimenti finisce — suo malgrado — per rafforzare esattamente ciò che dice di combattere. Non è un eccesso identitario a spiegare le vittorie della destra. È il contrario: il fallimento nel tenere insieme i fronti.
E non è un caso che questa "cattura" avvenga proprio ora, alla vigilia di primarie ed elezioni. È l'ennesima riprova che il centrosinistra ragiona per consenso elettorale, non per trasformazione. Non gli interessa costruire un blocco sociale che non arretri su nulla — gli interessa un pacchetto elettorale presentabile. Ma un partito non si misura sui voti raccolti: si misura sulla sua capacità di produrre senso comune alternativo, di essere — come diceva Gramsci — intellettuale collettivo, non agenzia di mediazione con l'esistente.
Qui non si tratta né/né. Si tratta di tenere insieme, senza sconti, il salario e i diritti, la casa e la libertà di essere ciò che si è. Chi propone di scegliere sta già scegliendo per noi. E sta scegliendo la resa.

Agosto 2026Cosa ci insegnano davvero le lotte in corso in giro per il mondo, in questo momento? Non le vince chi ha più ...
08/08/2026

Agosto 2026
Cosa ci insegnano davvero le lotte in corso in giro per il mondo, in questo momento? Non le vince chi ha più voti. Le fa avanzare chi costruisce un soggetto organizzato capace di stare su più terreni insieme, senza sciogliersi tra un ciclo elettorale e l'altro.
In Argentina la mobilitazione di piazza ha fatto arretrare Milei sulla svendita delle terre, mentre in Parlamento i tribuni della sinistra rivoluzionaria portavano lo stesso conflitto dentro le istituzioni senza diventarne prigionieri. Non sciopero o parlamento: sciopero e parlamento, tenuti insieme da un'organizzazione che non aspetta le elezioni per esistere.
La Global Sumud Flotilla ha messo sulla stessa barca sindacati di base e alcuni attivisti del centrosinistra, insieme al Collettivo di Fabbrica ex GKN. Ha dimostrato che si può convergere tra soggetti diversi senza annacquare il contenuto — Palestina libera, rottura con Israele — quando la piattaforma è larga abbastanza da tenere dentro tutti e netta abbastanza da non perdere nessuno per strada. Gli operai GKN, a Campi Bisenzio, quella stessa logica la applicano da cinque anni sul proprio terreno: non hanno aspettato che Stato o Regione risolvessero il problema al posto loro, si sono scritti da soli il piano industriale, da capo tre volte, finché non ha retto alle verifiche tecniche.
In Val di Susa il movimento NoTav resiste da oltre vent'anni alla Torino-Lione, nonostante l'intero arco istituzionale — centrosinistra compreso — la consideri un'opera da completare a ogni costo. Il 25 luglio scorso ventimila persone hanno marciato fino ai cantieri. Nessuno sponsor politico, nessuna sponda mediatica stabile: solo un territorio che non ha mai smesso di dire di no.
A Roma, allo Spin Time Labs, quattrocento persone dormono in strada da due settimane dopo lo sgombero, rivendicando un modello di casa collettivo contro la logica del mercato immobiliare.
E le stesse coste italiane sono diventate un fronte di lotta: a Ostuni contro il cemento sul litorale, a Cala Finanza in Sardegna contro un resort extra-lusso, in Albania a Portonovo contro chi vuole la spiaggia per pochi paganti. A Venezia la partita si gioca sulla casa: un'anziana signora sfrattata per fare posto a nuovi letti turistici, mentre la città diventava scenografia per il matrimonio di un miliardario.
Negli Stati Uniti, Mamdani ed El-Sayed hanno vinto usando i social non come vetrina ma come organizzazione: hanno costruito comunità, non solo pubblico, e questo gli ha permesso di reggere anche con otto volte meno soldi degli avversari.
Nessuna di queste storie ha vinto avendo paura dello scontro. Nessuna ha vinto pensando che moderare il programma portasse più consenso. Hanno vinto, o comunque avanzato, costruendo un soggetto radicato — non un pubblico da sondaggio.
È questo che dovremmo imparare, nei territori, in Italia come altrove: il partito, il collettivo, l'unione non si misurano sui voti che prendono, ma sulla capacità di costruire senso comune alternativo e un'organizzazione capace di reggere lo scontro quando arriva. Perché arriva sempre.
Unione Popolare Valle Camonica

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L'ALTERNATIVA SECONDO SCHLEIN? UN'INTERVISTA CHE ANDREBBE LETTA FINO IN FONDOUn'ora e quaranta di colloquio telefonico c...
27/07/2026

L'ALTERNATIVA SECONDO SCHLEIN? UN'INTERVISTA CHE ANDREBBE LETTA FINO IN FONDO
Un'ora e quaranta di colloquio telefonico con il direttore del Foglio, Claudio Cerasa. Vale la pena leggerla, non per polemica fine a sé stessa, ma perché dice con chiarezza dove sta andando il PD nel momento in cui prova a costruire un'alternativa.
Cosa emerge: nessuna "preclusione ideologica sul nucleare", con richiamo alla ricerca sulla fusione già da eurodeputata. Sostegno "convinto" e senza ambiguità al fianco militare dell'Ucraina, "con tutti i mezzi". Sul caso Fakir, morto in una caserma di polizia a Bologna, la linea è la prudenza istituzionale: "Il ruolo della politica non è quello di commentare i fatti di cronaca", meglio aspettare la magistratura. Su Draghi e Calenda, apertura e riconoscimento.
E qui viene il punto: non si tratta più di piccoli aggiustamenti tattici. In un'unica intervista, Schlein mette in discussione contemporaneamente posizioni che per anni sono state patrimonio condiviso di chi si riconosce nel centrosinistra e nei suoi movimenti — l'opposizione storica al nucleare, il pacifismo come cultura politica, la cautela nel giudicare la gestione dell'ordine pubblico. Non sono dettagli: sono pezzi di identità collettiva, costruiti in anni di battaglie e di piazze. Archiviarli così, in un colpo solo, e per di più scegliendo il Foglio come sede per farlo, pone una domanda semplice: su quali basi tiene ancora insieme un campo che si vede smentito, punto dopo punto, dalla propria stessa leader?
Un punto, però, andrebbe posto con più forza: perché proprio il Foglio? Un giornale che sulla Palestina ha preso posizioni nette, spesso sprezzanti verso chi manifesta e verso chi si oppone al genocidio in corso. Non è un dettaglio. Concedere un'ora e quaranta di intervista a quella testata, in quel modo, non è solo una scelta di comunicazione: è la scelta di chi cercare come interlocutore e chi rassicurare.
Non è la destra. Ma prepara il terreno, con altri toni, alla stessa destinazione.
👉 L'intervista originale (parzialmente a pagamento): https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963

𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐜𝐚𝐧𝐝𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞, 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐚𝐜𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.Da qui, dalla Valle Ca...
23/07/2026

𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐜𝐚𝐧𝐝𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞, 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐚𝐜𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.

Da qui, dalla Valle Camonica, Bologna sembra lontana. Ma quella distanza non è una scusa per guardare altrove: è esattamente la stessa distanza comoda che tiene in silenzio, anche qui, chi dovrebbe parlare e non lo fa.
Chi gioisce apertamente per la morte di Abderrahim Fakir è uno squallore facile da riconoscere, quasi comodo: si mostra per quello che è, non ha bisogno di essere smascherato. Il problema, quello vero, è un altro: è la fila ordinata di persone perbene che non gioiscono affatto, che anzi si professano indignate, e che però nel momento in cui devono chiamare le cose con il loro nome si bloccano. "Vicenda", "caso", "fatti da chiarire". Mai "omicidio". Come se la parola fosse più violenta del gesto che descrive — due agenti che tengono un uomo a faccia a terra finché smette di respirare, mentre lui chiede aiuto e nessuno interviene.
Quella esitazione linguistica non è prudenza giuridica, è una forma di violenza a bassa intensità. Perché mentre si aspettano "i fatti" — che in realtà sono già tutti lì, in un video che chiunque può guardare — la famiglia di Abderrahim continua a chiedere l'unica cosa che conta: che qualcuno riconosca che è stato ucciso. Ogni "aspettiamo" pronunciato da chi ha già visto quel video è un modo elegante per dire: la tua vita, così com'è morta, non merita ancora una parola definitiva.
Ed è qui che si misura la differenza reale, quella che conta più delle appartenenze politiche dichiarate: c'è chi in piazza ha pianto e urlato "assassini" senza chiedere il permesso a nessuno — facchini, famiglie, ragazzi — e c'è chi, comodamente fuori da quel fiume, si è preoccupato più dei vetri rotti che del corpo a terra. Non è una differenza che riguarda solo Bologna: riguarda anche le nostre valli, dove la stessa prudenza, lo stesso "aspettiamo la magistratura", si ripete ogni volta che il potere — in divisa o in giacca — va toccato davvero.
E poi c'è un'altra voce, forse la più subdola di tutte perché si finge super partes: quella di chi guarda la piazza e si affretta a dire che "non era il momento", che "così si spacca il paese", che serviva "unità" e non "contrapposizione". Chi parla così non sta difendendo la pace sociale, sta difendendo il proprio diritto a non dover mai scegliere da che parte stare.
La dignità, in questi giorni, ha avuto un solo indirizzo preciso: quello della nipote di Abderrahim che ha parlato in piazza con la voce rotta ma ferma, quello dei lavoratori che hanno bloccato il turno di notte per lui, quello di chi si è preso i lacrimogeni pur di restare a dire una parola sola — assassini — senza sconti. Lo squallore, dall'altra parte, non ha bisogno di essere gridato: basta un tono pacato, un "sì però", una prudenza di troppo, ripetuta abbastanza volte da diventare complicità — qui come a Bologna.
Questo non è un discorso sui nemici. I nemici, quelli veri, si riconoscono da soli. Questo è un discorso per chi sta nel mezzo e crede che il mezzo sia un posto sicuro, anche da lontano: non lo è mai, quando in ballo c'è una vita che è stata tolta e qualcuno che chiede solo che venga chiamata con il suo nome.

Abderrahim Fakir, 43 anni, è morto a Bologna schiacciato a terra da due agenti, mentre i sanitari presenti guardano senz...
20/07/2026

Abderrahim Fakir, 43 anni, è morto a Bologna schiacciato a terra da due agenti, mentre i sanitari presenti guardano senza intervenire. Il video integrale — non quello tagliato che gira sui social — lo mostra immobilizzato, che chiede aiuto, che si dimena, mentre smette di respirare. Il fascismo di oggi parte da lì: dagli inermi che restano a guardare, che non intervengono, o che si indignano per un giorno e poi tornano alla normalità.
Il caso di Lorenzo Tosa, apprezzato influencer della sinistra democratica e liberale, aiuta a capire il meccanismo: ore 21, post commosso su Fakir, "piena luce", "Stato di diritto nonostante tutto". Quattro ore dopo, due post di gioia per un Mondiale vinto in casa di Trump. Per chi vive di engagement l'indignazione è un contenuto stagionale, non un impegno — non richiede rottura né domande su chi comanda davvero.
E forse è ora di allargare lo sguardo oltre la lente del Ventennio, i saluti romani, la nostalgia da bar — che restano un problema, ma non bastano più a spiegare cosa sta succedendo. Il modello che conta oggi è un altro: sono Israele e gli Stati Uniti. Democrazie funzionanti, godibili, persino divertenti — per chi si adegua al potere e sta dalla parte giusta della cittadinanza. Per chi è razzializzato, per chi resta fuori da quel perimetro, sono apartheid, sono retate, sono la morte quotidiana resa amministrativa. Ed è a quel modello — non a Mussolini — che le nostre istituzioni, comprese quelle che si dicono democratiche, guardano sempre più apertamente: una polizia che assomiglia sempre di più all'IDF e all'ICE, selettiva su chi protegge e su chi schiaccia.
Centrodestra e centrosinistra non sono uguali, ma la struttura sotto non cambia: i diritti restano un privilegio di chi ha mezzi e status per difenderli. Non basta votare contro in Parlamento se poi si difende la libertà con una voce più impaurita di quella usata per rassicurare la polizia. Qui in Valle Camonica non viviamo ancora questi conflitti in forma così esplicita — non c'è la stessa razzializzazione violenta, le istituzioni locali restano relativamente accoglienti verso i richiedenti asilo. Ma è proprio per questo che la vigilanza va tenuta alta ora, non quando il problema busserà anche alla nostra porta: il modello a due velocità non è mai solo un fatto di grandi città, prima o poi trova la sua versione periferica.

per cambiare il mondo e non essere assorbiti dalla "narrazione dominante" scegli un'altra informazione Radio Onda d'Urto...
17/07/2026

per cambiare il mondo e non essere assorbiti dalla "narrazione dominante" scegli un'altra informazione Radio Onda d'Urto Valcamonica

📻 Mercoledì 22 luglio, ore 18.30 — Cinquanta minuti di Valle Camonica
Torna l'appuntamento mensile della redazione camuna di Radio Onda d'Urto!
In scaletta:
🌌 CieloBuio — con Tobia, co-fondatore di CieloBuio OdV, uno sguardo diverso sulla montagna, quella che si vive anche di notte.
🏔️ Ri-Abitare le Terre Alte — si chiude il percorso di nove mesi promosso dal Collettivo Resistente Alta Valle Camonica insieme al Circolo Culturale Ghislandi. Le voci di Laura, Alessandra, Simonetta ed Enrico, raccolte durante la festa conclusiva di Edolo.
🇵🇸 Marcia sulla Stessa Strada — tredicesima edizione, promossa dal Coordinamento Migranti della CGIL. Con Adarosa, un focus su Gaza.
📢 Non solo: aggiornamenti dal territorio e gli annunci sui prossimi appuntamenti.
🎧 Ci trovate su:
📍 100.1 FM — Valle Camonica e Lago d'Iseo
📍 95.8 FM — Alta Valle (zona Edolo)
📍 100.0 FM — zona Ponte di Legno
🔁 Replica domenica 26 luglio, ore 7.45
📅 Prossimo appuntamento: 23 settembre
Buona prosecuzione sulle nostre frequenze! 🎙️
Collettivo Resistente Alta Valcamonica Adarosa Di Pietro Laura Cappellini Radio Onda d'Urto Festa di Radio Onda d'Urto

Mille giorni di genocidio a Gaza. Mille giorni in cui la gente comune non si è fermata — in piazza, nei presidi, nelle s...
29/06/2026

Mille giorni di genocidio a Gaza. Mille giorni in cui la gente comune non si è fermata — in piazza, nei presidi, nelle strade.
Il 3 luglio tocca anche a noi. A Pisogne, in Piazza Corna Pellegrini dalle 17.30, la Valle Camonica torna in strada. Perché l'attivismo non è uno slogan — è esserci, ogni volta, finché non si smette di uccidere.
Se senti che c'è qualcosa da fare, fallo. Il posto è questo, il momento è adesso.
📍 Piazza Corna Pellegrini, Pisogne — dalle 17.30
Con la Palestina nel cuore. 🇵🇸

Unione Popolare
Rifondazione Comunista Valle Camonica-Alto Sebino
Potere al Popolo

Per un'altra informazione, per la trasformazione sociale.
20/06/2026

Per un'altra informazione, per la trasformazione sociale.

MERCOLEDÌ 24 GIUGNO | ORE 18.30

Cinquanta minuti di Valle Camonica — su Radio Onda d'Urto
Una puntata che non volevate perdere.

🏥 Sanità pubblica: dentro il sistema
Siamo riusciti a incontrare Corrado Scolari, Direttore Generale di ASST Valcamonica, e a fargli le domande che contano davvero. Liste d'attesa, fuga di medici e infermieri verso il privato, Case della Comunità, accesso alle cure per chi è più vulnerabile. Un confronto che parte dalla nostra valle — ma che si inserisce in un quadro regionale e nazionale che conoscete bene. I dati dicono cose interessanti. Venite ad ascoltare.

💧 Acqua: chi decide, chi paga, chi gestisce
Cos'è l'ATO camuno dell'acqua e chi decide davvero come viene gestita? Ne parliamo con Mattia Peluchetti, sindaco di Sellero, tra i protagonisti del dibattito locale sul futuro dei servizi idrici: il principio di autofinanziamento, il ruolo di Servizi Idrici Valle Camonica, e la domanda che resta aperta — l'autonomia locale porta davvero benefici ai cittadini?

🇵🇸 Palestina — dalla valle al mondo
La Valle Camonica è una delle realtà più vive nella solidarietà con la Palestina. Stasera Adarosa Di Pietro ci porta il suo resoconto — e con lei alcune voci raccolte nelle iniziative precedenti, che non avevano ancora trovato spazio in onda. Voci che meritavano di essere ascoltate. Le ascoltiamo stasera, insieme al filo che ci collega a "Palestina Anima Mundi": la presentazione del libro di Francesca Albanese "La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero", trasmessa in diretta streaming in oltre 150 piazze d'Italia, tra cui . Perché resistere è anche questo: costruire reti, tenersi in piedi insieme.
🎵 E come sempre, uno sguardo agli artisti che saliranno sul palco della ###IV Festa di Radio Onda d'Urto — 5–22 agosto 2026, via Serenissima, Brescia.
🔁 Replica domenica 28 giugno, ore 7.45
Radio Onda d'Urto
Festa di Radio Onda d'Urto

📡 Streaming su radiondadurto.org

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🔴⛵ HANNO ABBORDATO LA FLOTILLA IN ALTO MARE. CHIAMATELO CON IL SUO NOME: PIRATERIA.Nella notte, la Marina israeliana ha ...
30/04/2026

🔴⛵ HANNO ABBORDATO LA FLOTILLA IN ALTO MARE. CHIAMATELO CON IL SUO NOME: PIRATERIA.
Nella notte, la Marina israeliana ha attaccato la Global Sumud Flotilla a ovest di Creta, in acque internazionali, a quasi mille chilometri da Gaza. Imbarcazioni civili disarmate circondate da motovedette militari. Equipaggi messi in ginocchio con le armi puntate. Oltre 175 attivisti arrestati, 24 italiani, trascinati verso Ashdod.
Non è "intercettazione". Non è "sicurezza". È un sequestro di civili nel mezzo del Mediterraneo.
E tra quei civili c'erano anche ebrei — come David Adler, che era lì proprio perché si sentiva in dovere di esserci come ebreo, contro un genocidio compiuto nel nome della sua comunità. Qualcuno se lo ricordi, la prossima volta che prova a fare di tutta l'erba un fascio tra antisionismo e antisemitismo.
Il governo italiano ha detto "liberazione immediata". Bene. Ma questo governo non ha mai smesso di commerciare con Israele, di non applicare sanzioni, di proteggere i suoi interessi prima di proteggere il diritto internazionale. Le parole non ci bastano.
Noi di Unione Popolare Valle Camonica e Sebino siamo con la Flotilla, con il popolo palestinese, con chi ha il coraggio di mettere il corpo dove mette le parole.
Stasera i presidi sono a Brescia e Bergamo — gli unici nelle nostre province. Guardate le foto per dettagli.
In Valle Camonica e Sebino continuiamo a organizzarci. La solidarietà non si ferma.
🇵🇸 Palestina libera. Fuori Israele dal Mediterraneo.

Il 25 aprile è una festa divisiva. Lo è sempre stata. Divide gli antifascisti dai fascisti. Non esiste una terza posizio...
26/04/2026

Il 25 aprile è una festa divisiva. Lo è sempre stata. Divide gli antifascisti dai fascisti. Non esiste una terza posizione, non esiste neutralità — e chi oggi si scandalizza di questa divisione, chi vorrebbe un 25 aprile per tutti, bonario e condiviso, sta già dicendo da che parte sta.
In Vallecamonica centinaia di persone hanno scelto la montagna. Partenze dalla mattina da Cerveno, Losine, Malegno e Lozio, quasi mille metri di dislivello fino alla Casa Padre Daniele dell'Operazione Mato Grosso, ai piedi della Concarena. Una festa popolare, intergenerazionale, vera — non celebrazione istituzionale ma pratica collettiva di memoria viva.
Per la prima volta un banchetto del Comitato di Solidarietà con la Palestina: torte vegane, vegetariane e senza glutine esaurite in poco tempo, informazione sul boicottaggio dei prodotti israeliani. Nel pomeriggio i discorsi dei sindaci e della segretaria della Camera del Lavoro di Vallecamonica e Sebino. Poi il concerto degli Illuf. E nell'intervallo Adarosa ha preso la parola e ha fatto quello che la memoria antifascista impone: ha rifiutato la neutralizzazione. Chi oggi bombarda ospedali e scuole, deporta civili, pratica l'apartheid e chiama tutto questo autodifesa non è una questione geopolitica. È fascismo. È la stessa domanda del 1945, con nomi diversi.
L'antifascismo non è un valore museale. È una scelta di campo permanente. Oggi sul Monte di Cerveno quella scelta si vedeva. Chiaramente.
Il Cantiere della Sinistra e dei Movimenti reali

Indirizzo

Malonno
25040

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