09/08/2026
Ci sono date capaci di segnare la storia di un intero territorio e del suo popolo. Sono date in cui gli avvenimenti hanno un eco potentissimo, talmente forte da produrre effetti incalcolabili.
Il 9 Agosto del 2017 noi c'eravamo, con le nostre convinzioni, la nostra superficialità, le nostre paure, la nostra indifferenza.
Era una di quelle giornate caldissime come ne sarebbero seguite tante altre, il pieno di un Estate che vide sul Gargano un record di presenze incredibile, il governo guidato da Paolo Gentiloni era alle prese con le dimissioni del capo della Protezione Civile e le radio passavano "Succede tutto per una ragione".
E molto probabilmente fu quella la prima cosa che ci dicemmo. Che succede tutto per una ragione. Solo che quella volta faticammo a comprendere com'era stato possibile.
Il 9 Agosto 2017 presso la vecchia stazione di San Marco in Lamis, un commando di uomini armati di fucili, kalashnikov e pistole uccise 4 persone.
A terra, sotto il sole cocente, restarono i corpi senza vita di Mario Luciano Romito, Matteo De Palma, Luigi Luciani, Aurelio Luciani.
Anni di agguati nei centri cittadini, persone scomparse e mai ritrovate, faide che hanno decimato interi nuclei famigliari, tonnellate di si*****te prima e di stupefacenti poi importati dai Balcani, centinaia di aziende e attività produttive vittime di estorsione, erano stati semplificati con la dicitura "mafia pastorale".
Ma quel giorno no.
Quel giorno era lo spartiacque tra un prima e un dopo.
Quel giorno ci ricordava che per avere salva la vita non bastava ripetersi ipocritamente "fin quando si uccidono tra di loro...".
Quel giorno ci consegnava la realtà per quella che era: cinquant'anni passati a girarsi dall'altra parte, a sottovalutare i fenomeni criminali, a rifiutare l'idea che tra grano e fichi d'india potesse nascere una Mafia sanguinaria e potente, avevano lasciato figlie e figli senza i loro padri, mogli senza i loro mariti, madri e padri senza i loro figli. E stavolta lo avevano fatto senza tener conto della fedina penale, senza che ci fosse una qualsiasi colpa da espiare (come se fossero loro i giudici che emettono sentenze), senza tenere fede al cinico motto popolare "finché si ammazzano tra di loro".
Si, perché quel 9 Agosto una cosa ce l'ha insegnata subito: si può morire anche mentre ci si trova nel posto giusto al momento giusto e cioè in campagna a lavorare la terra come Luigi e Aurelio e che quando alla forza della legge che deve perseguire le colpe si sostituisce la violenza, lo Stato smette di esistere e con esso anche le sue regole.
E a quel punto è in pericolo la vita di ognuno di noi.
Il 9 Agosto 2017 è il giorno in cui ci siamo fatti coraggio, abbiamo tolto le bende che coprivano i nostri occhi, ci siamo affidati alle istituzioni più credibili del nostro paese e abbiamo chiesto loro di mettere fine al cancro che intossicava la nostra terra.
Resta il rammarico che per farlo abbiamo lasciato che una bambina non vedesse suo padre, assassinato prima della sua nascita. Questa è una delle colpe più gravi che fatichiamo ad accettare.