21/03/2025
C’è da restare avviliti. E anche un po’ amareggiati.
Le frasi fuori contesto del Manifesto di Ventotene lette ieri da Giorgia Meloni alla Camera — e le reazioni scomposte di una certa opposizione — dimostrano solo una cosa: non l’hanno letto.
Noi, nel nostro piccolo, sentiamo il bisogno di parlarne, perché lo consideriamo un nostro riferimento culturale e politico.
Si parva licet, gli abbiamo persino reso omaggio nel titolo del documento con cui abbiamo dato vita alla nostra compagine civica alle ultime amministrative: “Melfi libera e democratica”.
Perché in quello slancio — che è prima di tutto liberale e democratico — ci riconosciamo.
Non servivano né semplificazioni né slogan.
Bastava conoscere quel Manifesto, che solo due giorni prima in molti sventolavano con orgoglio a Piazza del Popolo.
E sarebbe bastato tornare al testo per rispondere, con pacatezza e senza urla scomposte, alle forzature che sono state pronunciate in Aula.
Vediamo i punti principali.
Meloni cita:
“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”
Ma il Manifesto dice:
“La bussola di orientamento …non può essere il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata … deve essere … abolita. La statizzazione… dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia.
…
Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente…
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche). …
Pensiamo … ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio.”
Dunque non un’abolizione ideologica della proprietà privata, ma un uso responsabile e riformatore degli strumenti pubblici nei settori strategici e una riforma agraria per allargare realmente le basi della proprietà e delle libertà economiche.
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Secondo punto.
Meloni cita:
“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”
Ma il Manifesto chiarisce che:
“La formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, …che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l’intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.”
E ancora:
“La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, …, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. …
E la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi.”
Una visione di Stato sociale, ma fondata sulla libertà di contrattazione e sulla responsabilità individuale. Nessun salario di Stato. Nessun centralismo economico.
Una posizione che possiamo serenamente definire liberaldemocratica.
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Terzo punto.
Meloni cita:
“Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente”.
Ma il Manifesto afferma:
“La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della libertà…
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche.”
E poi:
“Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare…
…
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
…
Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
…
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna.
…
Il partito rivoluzionario andrà creando … fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato.”
Non c’è alcuna nostalgia per regimi autoritari, dunque, ma l’idea che le fasi di transizione richiedano visione, responsabilità e guida.
Richiedano cioè classe dirigente e non possano affidarsi a ricette populiste o di presunta “democrazia diretta”, ma debbano invece incardinarsi in un solido sistema di democrazia rappresentativa.
Serve, secondo il Manifestp, una classe dirigente consapevole, capace di interpretare le esigenze profonde della società.
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Questo è, in sintesi, lo spirito del Manifesto di Ventotene.
Un testo lucido, appassionato, profondamente europeo.
Chi lo cita in Parlamento dovrebbe almeno prendersi il tempo di leggerlo per intero.
Tanto si doveva. Per amore di verità.
E con sconforto.
Il testo integrale del documento redatto da Spinelli, Rossi e Colorni durante il periodo di confino sull'isola di Ventotene