03/03/2025
Una riflessione di Emanuele Paleologo, presidente di Messina In Progresso:
Gli eventi accaduti a Messina in occasione del corteo No Ponte meritano una riflessione più approfondita di quanto sia stato finora fatto.
La condanna unanime da parte della città, dei partiti politici e persino degli altri movimenti contrari al ponte si è focalizzata esclusivamente sui metodi adottati da una frangia di manifestanti, tralasciando completamente l’analisi sulla gestione dell’ordine pubblico da parte delle forze dell’ordine.
Non vi è dubbio che alcuni episodi di vandalismo e violenza siano stati deprecabili, e non condivido affatto quei metodi come forma di protesta.
Tuttavia, la reazione sproporzionata delle forze dell’ordine è un elemento che non può essere ignorato.
Dai video circolati sui social emerge chiaramente come il contatto tra manifestanti e agenti in tenuta antisommossa sia partito proprio dalla polizia, in risposta al lancio di qualche petardo.
La repressione messa in atto non ha fatto altro che alimentare ulteriormente la tensione, contribuendo a creare un clima di conflitto evitabile.
Ancora più preoccupante è quanto accaduto in serata alla Galleria Vittorio Emanuele.
Ero presente con alcuni amici, semplicemente per sederci in uno dei bar della galleria, quando improvvisamente le forze antisommossa hanno fatto irruzione, causando il fuggi fuggi generale di decine di ragazzi.
Questo intervento, apparentemente scaturito dalla sola presenza di due attivisti No Ponte, ha creato un momento di panico e pericolo del tutto ingiustificato.
La gestione dell’ordine pubblico da parte della questura è stata, a mio avviso, pessima.
La scelta di affrontare una manifestazione con una reazione sproporzionata e repressiva non solo ha generato scontri evitabili, ma ha anche distorto completamente il dibattito sulla vicenda.
Come presidente dell’associazione politica Messina in Progresso, non posso che ritenere sbagliati metodi e dinamiche degli organizzatori del corteo di cui stiamo parlando.
Tuttavia, l’indignazione generale di tutte le forze politiche, dei movimenti No Ponte e dei comuni cittadini mi fa interrogare sulla reale comprensione della situazione da parte della città.
Messina è una città dormiente e rassegnata, che non conosce minimamente le dinamiche delle proteste e che si fa scivolare addosso qualsiasi decisione politica senza proferire parola.
Per questo motivo si scandalizza per questi scontri, perché poco abituata a situazioni del genere e perché, in fondo, il dissenso e il conflitto, anche quando pacifici e legittimi, non fanno parte della sua cultura civica.
Alla luce di ciò che accadrà in futuro con l’apertura dei cantieri e le conseguenti proteste che inevitabilmente ne scaturiranno, questo corteo è stato un primo esame per la città e per le forze dell’ordine.
Un banco di prova che ha mostrato tutti i limiti di una gestione della sicurezza inadeguata e impreparata.
E l’esito di questo esame, purtroppo, è stato totalmente negativo su tutti i fronti.
Le istituzioni e le autorità preposte all’ordine pubblico hanno dimostrato di non essere in grado di garantire la sicurezza senza degenerare in una repressione sproporzionata,
mentre la città si è limitata a una condanna univoca, senza sviluppare alcuna riflessione critica sulla gestione dell’intera vicenda.
Il problema non sta solo nella protesta in sé, ma anche nella narrazione mediatica e politica che ne è seguita.
Il dibattito pubblico si è concentrato esclusivamente nel prendere le distanze dal corteo e dai suoi esiti, senza interrogarsi minimamente su come la gestione della sicurezza abbia contribuito a trasformare una manifestazione in un’occasione di scontro.
Se davvero si vuole un confronto onesto sul futuro del Ponte sullo Stretto, bisogna essere disposti a guardare la realtà in tutta la sua complessità, senza cedere a letture unilaterali e strumentali.
La battaglia contro il ponte merita di essere portata avanti con metodi civili e pacifici, ma merita anche di essere trattata con onestà intellettuale.
Una condanna a senso unico non aiuta il dibattito, né rende giustizia a chi, con ragioni valide, si oppone a quest’opera.
È necessario invece pretendere un’analisi più attenta e critica anche rispetto alle modalità con cui lo Stato decide di gestire il dissenso.
E allora, viene da chiedersi: qualche pensilina imbrattata e qualche edificio deturpato valgono forse più dello scempio che si appresta a compiersi sullo Stretto di Messina?
Sono davvero più gravi di un’intera città che verrà devastata dai cantieri, trasformata in un enorme cantiere per un’opera dalla dubbia utilità e dalla dubbia possibilità di realizzazione?
Attenzione a ignorare la gestione del dissenso in generale, perché un domani non troppo lontano potrebbe colpire anche chi oggi si sente distante da quanto accaduto nei giorni scorsi.
Oggi è facile, per mille motivi, bollare i manifestanti come violenti e irresponsabili, ma domani quei manganelli potrebbero colpire anche altri movimenti che scelgono metodi di protesta meno aggressivi,
ma che organizzano cortei ben più numerosi.
Se la gestione della sicurezza continuerà a essere inefficace e repressiva, il rischio è che anche manifestazioni pacifiche possano trasformarsi in scenari di tensione ben più pericolosi di quello che abbiamo visto.
Attenzione, perché con l’apertura dei primi cantieri le occasioni di scontro e tensione aumenteranno, e le forze dell’ordine, così come lo Stato, hanno il dovere di garantire e assicurare il diritto al dissenso legittimo contro quest’opera.
La vera indignazione dovrebbe concentrarsi sulle premesse stesse della costruzione del ponte, su come dietro questa infrastruttura si stiano muovendo enormi interessi economici a scapito del territorio e della comunità.
E mentre pochi fanno il colpo della vita, noi, come in un film di qualche anno fa, rischiamo di rimanere semplicemente a guardare.