Enoteca Provinciale Messina

Enoteca Provinciale Messina Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Enoteca Provinciale Messina, Organizzazione governativa, SP 35 San Placido Calonerò, Messina.

L’Enoteca Provinciale, costituisce un ambizioso progetto di rilancio, promozione e valorizzazione delle innumerevoli eccellenze caratterizzanti il territorio provinciale e particolarmente inerenti l’ ambito enogastronomico.

Vi aspettiamo sabato 21 e domenica 22 marzo 2026 dalle ore 9.30 alle ore 17.30 per visitare l' ex Monastero Benedettino ...
11/03/2026

Vi aspettiamo sabato 21 e domenica 22 marzo 2026 dalle ore 9.30 alle ore 17.30 per visitare l' ex Monastero Benedettino di San Placido Calonerò sede della nostra scuola❤️
Nel post del FAI qualche anticipazione sulla storia del Monastero. Buona lettura— con Piero la Tona.

Tratto da: Conoscere Messina di Lina VandaLo sapevi che..il pesce spada nasconde una storia tutta messinese?Lo Stretto d...
09/03/2026

Tratto da: Conoscere Messina di Lina Vanda
Lo sapevi che..il pesce spada nasconde una storia tutta messinese?
Lo Stretto di Messina è un luogo di transito di moltissime specie marine, dai cetacei ai pesci più comuni come tonni e palamite. Protagonista indiscusso è però il pesce spada, uno dei simboli di Messina.
Ma qual è la sua storia e cosa significa davvero per la nostra città?
Il mito del pesce spada e la tradizionale pesca messinese
Strettamente legato alla storia di Messina è il mito del pesce spada: si racconta di un popolo greco, i Mirmidoni, che nello scenario della guerra di T***a, per vendicare la morte di Achille, decisero di lasciarsi annegare in mare. A quel punto la dea marina Teti, madre proprio di Achille, li trasformò in pesci dotati di spada proprio per ricordarli come valorosi guerrieri.
Questo sembra ricollegarsi a un’abitudine propria del pesce spada che poco ha a che fare con le leggende: quando la femmina viene arpionata il maschio non la abbandona e le rimane vicino, cadendo anche lui nella trappola dei pescatori. Di questa coppia, detta “a parigghia” parla anche Domenico Modugno nella sua canzone “U pisci spada”.
Oggi la pesca del pesce spada rimane un evento tradizionale messinese: praticata già nel II secolo a.C. e raccontata anche dallo storico greco Polibio, vede oggi l’utilizzo di un’imbarcazione di origine araba, la Feluca (attualmente utilizzata anche con altri scopi, come in occasione della processione di San Nicola e del presepe di Ganzirri), con al bordo un equipaggio di cinque rematori più il famoso “lanzaturi”, l’arpioniere.
Un gesto di rito che accompagna la pesca è l’incisione di quattro croci sulla parte destra del corpo del pesce, detta “a Cardata ra cruci”. Si tratta probabilmente di un segno di rispetto e riconoscimento del valore di combattente proprio del pesce spada.
Un mito…di pietanza
Il pesce spada è diventato fonte di ricchezza, tanto per il commercio quanto per il palato di intere generazioni di messinesi.
Questo prodigioso pesce (la cui qualità è tra le migliori al mondo) si presta infatti a numerosissime ricette. La più tipica per Messina potrebbe essere proprio quella delle braciole di pesce spada: “muddicate” e condite con varie spezie, generano un mix di consistenze tale da poter assaporare ogni qualità del prezioso alimento.
Fonti: Wikipedia.org-Discovermessina.it

Tratto dfa: Conoscere Merssina di Lina VandaLa Zona falcata di Messina tra storia e leggenda.Situata sulla punta nordori...
09/03/2026

Tratto dfa: Conoscere Merssina di Lina Vanda
La Zona falcata di Messina tra storia e leggenda.
Situata sulla punta nordorientale della Sicilia, Messina, anticamente denominata “Zancle”, è una città caratterizzata da una storia dal grande fascino. Famosa per il suo porto a forma di falce, da cui il nome di “zona falcata”, vanta una tradizione marittima secolare.
Il mito di Crono che diede vita alla leggenda di Zancle
Secondo antiche leggende siciliane, quando gli dèi governavano la terra e il cielo, Messina fu teatro di una disputa divina. Crono, figlio di Urano, dio del cielo stellato, dopo aver tentato di evirare il padre con la sua stessa falce, la gettò in mare. La falce, impattando con la costa, si conficcò nella terraferma, dando vita al Porto e alla città di Zancle (nome derivante, secondo Tucidide, dal termine siculo Zanclon, “falce”).
La pen*sola di San Raineri
Raffigurata da Antonello da Messina come sfondo delle sue Crocifissioni, l’attuale pen*sola di San Raineri, sito dell’originaria Zancle, rappresenta un tratto distintivo della città di Messina.
Tuttavia, la pen*sola ha subito, nel corso del tempo, una serie di trasformazioni dal punto di vista fisico e funzionale.
Nel corso del XVI secolo la pen*sola di San Ranieri assume un ruolo di fondamentale importanza nelle strategie difensive contro gli attacchi turchi, diventando altresì nodo cruciale per la navigazione nello Stretto di Messina. Questo periodo segna un’epoca di trasformazioni significative per il promontorio: a partire dalla costruzione del Forte S. Salvatore, in sostituzione del monastero brasiliano di origine normanna, si denota la nascita di un nuovo sistema di fortificazioni, volto a garantire la sicurezza della città e dei commerci marittimi che attraversano lo Stretto.
La Lanterna del Montorsoli e il nuovo Arsenale
Nello stesso periodo viene costruita la Torre della Lanterna, progettata da Giovan Angelo Montorsoli (1556). Questo edificio turrito trae la sua origine da un doppio mandato della città portuale: comunicare il servizio di ricovero navale e, contemporaneamente, monitorare il transito sullo Stretto per segnalare eventuali situazioni di pericolo.
Contestualmente, nel periodo compreso tra il 1565 e il 1615, viene istituito un nuovo Arsenale, destinato alla costruzione e al raddobbo delle navi.
San Raineri, essendo isolato dalla città, è stato, per un lungo periodo, luogo di isolamento per i malati e sito di sepoltura per i morti causati da epidemie, come la peste del 1522 e del 1575.
Cittadella: da simbolo della repressione a sogno non realizzato
Un importante stravolgimento è dato dall’esito negativo della rivolta cittadina contro gli spagnoli del 1678: la repressione contro il governo spagnolo trova la sua massima rappresentazione nella costruzione della Cittadella, fortificazione nata con lo scopo di separare la pen*sola dalla città.
Facendo un salto temporale di qualche secolo, nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia, la città chiese al nuovo Stato l’abbattimento della Cittadella. Parallelamente l’architetto Giacomo Fiore sognava che San Raineri divenisse un vero e proprio giardino circondato dal mare. Sogno che, ad oggi, resta tale.
La Madonnina del Porto
Nel 1934, nel punto più remoto della costa, nasce la maestosa stele della Madonnina del Porto. La Madonnina, simbolo della città di Messina, accoglie benedicente chiunque arrivi in Sicilia. Non è casuale, infatti, l’imponente scritta alla base del suo stele: «VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS». Un augurio tratto dal saluto finale presente all’interno di una lettera che la Madonna scrisse alla popolazione messinese. Da qui anche il nome di “Madonna della Lettera”.

09/03/2026

Tratto da: Conoscere Messina di Lina Vanda
Storie di Sicilia:Capizzi la ribelle
Capizzi (ME) è un paese che pare appeso alle montagne, alle falde del Monte Verna, vicino alle sorgenti del Simeto, uno di quei luoghi dove l’aria è sottile, limpida e quasi tagliente.
Non a caso da quelle parti si ripete un proverbio antico: “A Capizzi l’aria è fina e la lingua è taglienti”, un modo semplice e diretto per dire che il clima è buono ma la gente è di montagna e non ama i giri di parole; quando una cosa va detta, si dice, e quando un’ingiustizia diventa troppo evidente la pazienza, come una corda troppo tirata, finisce per spezzarsi.
I capitini sono particolari, ospitali e generosi con chi arriva in pace, capaci di mettere davanti all’ospite il pane migliore e il vino più buono, pronti a trattare uno straniero come se fosse un parente lontano. Non per nulla si dice anche: “Cu’ passa di Capizzi, o s’arricria o s’arrizza”, cioè chi passa da Capizzi o si rallegra per l’accoglienza oppure si raddrizza per la paura, se capita nel mezzo di qualche faccenda storta.
Una terra dove convivono devozione e ribellione, e infatti nei Nebrodi circola un altro detto che sintetizza bene questo carattere doppio: “Capizzi, terra di santi e di briganti.”
La storia del paese, a ben guardare, sembra confermare proprio questo proverbio.
Già nel Medioevo i capitini avevano dimostrato di non essere gente facile da governare, tanto che quando si misero di traverso al potere imperiale, l’imperatore Federico II di Svevia decise di dare una lezione esemplare: nel 1243 fece distruggere le case dei ribelli nel quartiere dei Casalini e deportò una parte consistente della popolazione a Palermo insieme agli abitanti di Centuripe, costringendoli a stabilirsi nella zona araba della città che sarebbe poi stata conosciuta come Albergaria Centurbi et Capicii.
Una punizione severa, pensata per spegnere ogni velleità di ribellione, ma non bastò a sedare la voglia di ribbelione dei capitini.
Quando nel 1282 scoppiò il Vespro siciliano, Capizzi partecipò alla rivolta contro gli Angioini con lo stesso spirito indocile che aveva già mostrato in passato; ancora oggi la via principale del paese si chiama Corso dei Vespri, come a ricordare che la memoria di quelle giornate non è mai scomparsa del tutto.
Nei secoli successivi la scena si ripeté più volte: nel 1705 la popolazione si sollevò per il rincaro del pane, che giorno dopo giorno diminuiva di peso e aumentava di prezzo, e la folla arrivò a un passo dal linciaggio di fornai e amministratori, salvati soltanto dall’intervento dell’arciprete Antonino Mazzara e del clero, che riuscirono a calmare gli animi con parole di conciliazione.
Anche nel 1812 e nel 1820 il paese conobbe nuovi tumulti, con il saccheggio del palazzo Larcan Lanza e il rogo dei registri delle imposte, segni evidenti di una tensione sociale che covava sotto la cenere.
Perfino nel Novecento, durante la seconda guerra mondiale, Capizzi mostrò quel carattere duro e orgoglioso che la tradizione attribuisce ai suoi abitanti. Nel 1943, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nelle retrovie dell’esercito francese operavano anche reparti coloniali marocchini, i famigerati goumiers, la cui fama di saccheggi e violenze contro la popolazione civile aveva preceduto il loro arrivo, creando timore soprattutto tra i contadini sparsi nelle campagne dei Nebrodi.
Quando alcuni di questi soldati tentarono di spingersi nel territorio del paese e praticare le violenze di cui andavano famosi trovarono però una popolazione pronta a difendersi; i capitini reagirono con i mezzi che avevano a disposizione, roncole, bastoni e fucili da caccia, e quello che ne seguì fu uno scontro brutale, una piccola guerra dentro la guerra grande, combattuta tra le campagne e le strade del paese.
Tra colpi di roncola e fucilate caddero una dozzina di marocchini e quattro capitini, in un episodio feroce e senza gloria che ancora oggi resta nella memoria locale.
Ma la rivolta più sanguinosa della storia di Capizzi era avvenuta quasi un secolo prima, nel 1849, e la miccia che accese l’incendio fu la tassa sul macinato, un tributo tanto odiato da diventare quasi un simbolo dell’oppressione.
Non era soltanto una questione di denaro, perché la tassa comportava una serie di controlli e restrizioni che rendevano la vita dei mugnai e dei contadini un continuo tormento. Il grano poteva essere macinato solo in determinate ore e mai dopo il tramonto, le farine dovevano essere accompagnate da bollette e seguire percorsi prestabiliti, gli ispettori avevano il diritto di entrare nei mulini in qualsiasi momento per verificare, sequestrare o controllare, e il custode pesatore possedeva addirittura una delle chiavi del cassone dove veniva conservato il grano.
Tutto questo accadeva in un territorio dove la vita economica ruotava proprio attorno ai mulini: nel territorio capitino se ne contavano quarantadue, alimentati dal fiume Giano e dai torrenti di montagna, e il lavoro del mugnaio era già di per sé duro e rischioso, fatto di giornate passate nella polvere di farina per mantenere la famiglia era aggravato da questi oneri insopportabili.
A rendere la situazione ancora più esplosiva contribuiva il comportamento degli esattori, che applicavano la tassa con uno zelo inflessibile, accumulando rancori e malcontento. In quel clima bastava poco perché la tensione si trasformasse in violenza, e quel poco arrivò la sera del 1 settembre 1849, quando alcuni impiegati del macinato giunsero a Capizzi.
La loro presenza fu sufficiente a far ripartire il mormorio che da tempo serpeggiava nel paese, un brusio fatto di rabbia e frustrazione che quella notte impedì a molti di dormire.
Verso le quattro del mattino una folla armata si radunò davanti alla casa di Nicolò Garges e del genero Luigi Maimone esattori ; prima ci furono le urla, poi qualcuno appiccò il fuoco alla porta, e quando il legno cedette i due uomini all’interno risposero sparando con i fucili, colpendo a morte due rivoltosi.
Quel gesto trasformò la protesta in una furia incontrollabile. Gli assalitori irruppero nella casa, mentre Luigi Maimone riusciva a fuggire attraverso un passaggio nascosto, e non trovandolo si accanirono contro chi era rimasto. Rosalia Angela Garges, giovane sposa incinta, fu colpita a pugnalate, mentre la madre Rosa Scialfa cadde accanto a lei; le due donne furono ritrovate nel pomeriggio nella strada sotto il castello.
L’altra figlia, Luigia Garges, subì una violenza brutale e venne poi colpita con una ferocia quasi incredibile: diciassette colpi d’arma tagliente, un bastone alla testa e una fucilata alla coscia. Gli aggressori la lasciarono sul posto convinti che fosse morta, ma quando fu trovata respirava ancora.
Da quel momento il paese sembrò perdere ogni controllo, la folla si divise in gruppi e cominciò a cercare gli esattori casa per casa, sfondando porte e saccheggiando abitazioni. Luigi Bonelli, esattore del macinato, fu ucciso insieme alla moglie Rosalia La Iacona, anch’essa incinta, mentre il farmacista Gaetano Maimone e l’usciere comunale Gaetano Sacco vennero trovati morti nella strada di San Bartolomeo. All’alba del 2 settembre i rivoltosi trovarono finalmente Luigi Maimone nascosto in un casolare di campagna e lo uccisero a colpi di scure e di fucile; poco dopo venne rinvenuto morto anche Nicolò Garges. Quando il sole salì sopra i tetti di Capizzi il bilancio della notte contava almeno dieci morti e numerosi feriti.
La notizia della rivolta raggiunse rapidamente Palermo e il generale Carlo Filangieri, incaricato da Ferdinando II delle Due Sicilie di ristabilire l’ordine dopo i moti del 1848, inviò un battaglione con un ordine severissimo: se il paese avesse opposto resistenza doveva essere incendiato.
Quando i soldati arrivarono arrestarono ventitré persone, cinque delle quali furono condannate alla fucilazione, mentre molti altri finirono in carcere o sotto processo. Le autorità parlarono di complotto politico contro i Borbone, ma dietro quella violenza si nascondeva qualcosa di più semplice e più umano: la disperazione di contadini, pastori e piccoli commercianti che chiedevano una vita meno dura.
Le conseguenze della rivolta furono pesanti. Il paese dovette sopportare nuove tasse, soprattutto sul vino, e fu obbligato a versare vitalizi alle famiglie delle vittime; con un rescritto reale del 1850 il re concesse pensioni ai superstiti della famiglia Garges e alle sorelle Maimone, divenute suore benedettine, caricando il comune del pagamento. L’obbligo cessò solo con l’arrivo di Giuseppe Garibaldi nel 1860.
Da allora molte cose sono cambiate, ma la memoria di quella notte continua a circolare nelle storie raccontate nelle case e nelle piazze del paese. Non a caso a Capizzi si dice ancora:
“Cu’ passa di Capizzi senza bisaccia, torna sempre cu’ na storia.”
E a Capizzi, di storie, ce ne sono davvero tante.
Ludum science center
Fonti: Galleria - N° 7 Gennaio-Marzo 2023 - Capizzi LA RIVOLTA DEL 1° SETTEMBRE 1849 di FRANCESCO SARRA MINICHELLO

04/03/2026

Lo sapevi che...molti modi di dire messinesi nascondono delle storie assai curiose?
Ebbene sì, anche senza saperlo, il messinese porta dentro di sé la storia e la cultura della propria città. Sebbene ovviamente esistano delle testimonianze scritte, il dialetto e i modi di dire vengono appresi prevalentemente grazie alla tradizione orale. Tutti abbiamo un nonno che ci ha insegnato alcuni modi di dire e ci ha spiegato il loro significato, ma spesso l’origine di quei detti si è persa nella notte dei tempi. Di seguito si riporta qualche esempio.
L’ espressione, ormai desueta, “fici cchiù dannu du cincu i frivaru” (ha fatto più danno del 5 febbraio), è legata al terremoto del 5 febbraio del 1783. La catastrofe ha distrutto interi centri abitati calabresi, come Palmi e Scilla e ha raso al suolo Messina, lasciando in piedi solo la Cittadella: viene considerato il più grande disastro del XVIII secolo nell’Italia meridionale. L’entità del fenomeno non è correlata all’elevato grado delle scosse, ma alla rapidità con cui si sono succedute (si parla di 5 scosse maggiori tra il 5 febbraio e il 28 marzo). A seguito dell’accaduto, nel maggio dello stesso anno, il regno borbonico emanò il primo governo antisismico d’Europa.
Il detto “Essiri cchiù di cani ‘i Brasi” (letteralmente “essere più dei cani di Biagio”), viene utilizzato molto spesso nel messinese per indicare ungrande numero di persone che creano una grande confusione. Vi sono diverse teorie riguardo l’origine di questa frase, ma sicuramente quella che segue è la più simpatica. Si dice che un Viceré spagnolo di nome Blas (Biagio) d’istanza a Messina, amante della caccia, abbia inviato una lettera al fratello in Spagna in cui gli chiedeva di mandargli 2 o 3 cani da caccia. La lettera è stata male interpretata dal fratello che ha letto la cifra di 203, scambiando la lettera o per il numero 0. Quando i 203 cani sono approdati a Messina a bordo di una nave, il loro baccano era talmente forte da essere udito per tutta Punta Faro.😄
Ad ogni modo una delle espressioni più amate dai messinesi è sicuramente “babbillumpa”, che letteralmente significa “scemo dell’UNPA”. Ma cos’è l’UNPA?L’Unione nazionale protezione antiaerea, in acronimo UNPA, era un’organizzazione della protezione civile istituita il 31 agosto 1934. Verso la fine del conflitto, lo stato di grave emergenza ha costretto al reclutamento di persone anziane e soggetti con deficit fisici o mentali esentati dal servizio militare.
Nonostante il significato chiaramente denigratorio, bisogna ricordare che i cosiddetti “babbillumpa”, in tutta Italia, ma soprattutto a Messina (dove i bombardamenti sono stati moltissimi) hanno salvato parecchie vite, sia occupandosi dell’informazione preventiva in caso di attacco aereo, sia intervenendo alla fine del bombardamento per rimuovere le macerie e soccorrere i feriti. La tradizione messinese è piena di modi di dire il cui significato si è perso o sta per perdersi.
Voi ne conoscete altri? Scriveteli nei commenti!
Renata Cuzzola.

03/10/2025

La Messina di Carlo V: Il quartiere della Giudecca
Il quartiere ebraico o giudecca di Messina fu un quartiere della città di Messina, popolato quasi esclusivamente da ebrei.
La giudecca di Messina si trovava all'incirca tra la zona del Duomo ed il torrente portalegni (oggi identificato con la Via Tommaso Cannizzaro), in particolare corrisponde ad oggi all’area urbana compresa nel quadrilatero delimitato dalle vie: T.Cannizzaro, Centonze, S.Filippo Bianchi, C.Battisti.
Dove oggi sorge il Rettorato dell'Università degli studi di Messina, si trovava nel medioevo la strada della Sinagoga. L'attuale via Cardines (alle spalle della Chiesa dei Catalani) un tempo veniva chiamata "Via della Giudecca" poiché attraversava il quartiere ebraico. Era presente fino al XVIII secolo anche una porta, chiamata "Porta della Giudecca" ubicata in corrispondenza dell’attuale is.188 di via Cesare Battisti.
Nel 1171, la comunità ebraica di Messina era composta da circa 200 nuclei familiari; nel 1453 si contavano circa 180 famiglie, e al momento dell'espulsione o conversione del 1492 (tramite il decreto dell'Alhambra) il numero di persone superava le 2400 unità.
Gli ebrei messinesi erano impegnati in diverse attività artigianali e produttive: trattavano e filavano la seta, lavoravano i metalli, conciavano le pelli e si occupavano della tintura dei tessuti. Inoltre, avevano un ruolo importante nel commercio, sia dei beni da loro stessi prodotti, sia di articoli come stoffe e spezie; in misura minore, commerciavano anche schiavi e zucchero.
All’interno della comunità si distinguevano alcune famiglie di rilievo, in particolare dinastie di medici come i Bonavoglia e i Faccas.
Secondo una leggenda sorta nel Seicento, nel 1347 la sinagoga sarebbe stata trasformata nella chiesa della Candeloja (poi demolita) come punizione per un presunto omicidio rituale commesso da alcuni membri della comunità ebraica. In particolare si dice si fosse trattato di un'orribile crocifissione di un fanciullo cristiano, il giorno di Venerdì Santo.
In seguito a tale accusa, alcuni ebrei sarebbero stati decapitati e le loro teste esposte pubblicamente. Con questo racconto, gli eruditi locali cercarono di giustificare la presenza di una lapide, chiamata "Pietra dei Giudei" che fu apposta sulla facciata del Duomo.
Nel 1492 in seguito al decreto dell'Alhambra gli ebrei furono costretti a convertirsi al cristianesimo o in alternativa ad abbandonare i territori governati dalla corona di Aragona.
Molti ebrei rimasero a Messina convertendosi, e nel corso dei secoli successivi quelle che un tempo erano famiglie ebraiche persero traccia della loro ascendenza. Motivo per cui oggi molti messinesi potrebbero essere dei loro discendenti senza saperlo.
Tra i cognomi messinesi probabilmente appartenenti ai discendenti di ebrei, possiamo citare: Bonanno, Bruno, Costantino, oppure i cognomi che richiamano ai nomi di luoghi, come: Messina, Catania, Noto, Ragusa, Siracusa, Milazzo, Cosenza.
Sappiamo infatti che una tradizione tipica degli ebrei era quella di assumere cognomi che identificassero un luogo in cui si erano stabiliti, anche se va specificato che non era un'abitudine esclusivamente loro, ma poteva essere adottato un cognome simile anche da genti non ebraiche.
Altri cognomi spesso usati da famiglia ebree sono quelli che fanno riferimento a personaggi biblici: Davide o David, Giacobbe, Salomone, Adamo o Addamo, Abramo, Rebecca o Rebecchi, Sansone, Sajia o Isajia, Raffaele.
Tratto da : Conoscere Messina di Lina Vanda

Profumi e sapori messinesi/siciliani: "u limoni cunzatu" (limone condito)La tradizione culinaria siciliana è ricca di ri...
03/10/2025

Profumi e sapori messinesi/siciliani: "u limoni cunzatu" (limone condito)
La tradizione culinaria siciliana è ricca di ricette particolari, uniche nel loro genere. Piatti dal sapore antico che, ancora oggi, non hanno proprio nulla da invidiare ai ristoranti stellati. Oggi vogliamo fare un passo indietro nel tempo, per parlarvi di una preparazione che non tutti conoscono ma che, sicuramente, stupisce tutti.
Limone cunzato . un piatto povero che, un tempo, era molto diffuso tra i contadini: un modo intelligente ed economico per riutilizzare il pane raffermo, con tutto il profumo degli agrumi.
Si tratta di una di quelle ricette della tradizione povera, che con poco è sempre riuscita a dare vita a piatti speciali.
Un modo intelligente ed economico per riutilizzare il pane raffermo, ma anche per esaltare in maniera particolare l’aroma e il gusto degli ottimi limoni di Sicilia.
Ai limoni, rigorosamente siculi, sbucciati e tagliati a cubetti, basta aggiungere: acqua, olio, sale e pepe. Nel brodino si inzuppa il pane raffermo et voilà, il gioco è fatto. Si tratta di un piatto che sfrutta tutti i benefici e le proprietà del limone.

La Messina di Carlo V: La scalinata di Santa Barbara.Raro brandello della trama urbana pre terremoto, in cui è ancora vi...
03/10/2025

La Messina di Carlo V: La scalinata di Santa Barbara.
Raro brandello della trama urbana pre terremoto, in cui è ancora visibile la abitativa messinese tra '700 e '800, il borgo si sviluppava sull'area sommitale del bastione S. Barbara, elemento difensivo della cinta muraria eretta da Carlo V nel 1537.
Posizionata fra il Viale Italia e la via Tommaso Cannizzaro, lungo la grande cinta muraria e a ridosso dell’antico borgo del Tirone (o di quel che ne resta…)
Il nome “S. Barbara” deriva dalla presenza di un convento religioso con annessa chiesa, S. Maria di Malfinò (1195), di cui oggi tipologia rimane un portale rimontato presso l'ingresso laterale sinistro della chiesa di San Matteo a Villa Lina.
La scalinata collegava la parte bassa della città con il Noviziato dei Gesuiti (1576), un tempo insistente sull'area occupata oggi dalla Caserma “Sabato”. E' stata l'ultima residenza del mimo Gerarad Foucault, nonché di alcune iniziative del collettivo Machine Works.
le scalinate dell'arte
Tratto da; Conoscere Messina di Lina Vanda

03/10/2025

Lo sapevi che?:L’Inglese che riscoprì l’anima di Vulcano.
Alla fine dell’Ottocento un viaggiatore scozzese rimase folgorato dell’isola di Vulcano. E proprio quel viaggiatore, di nome James Stevenson, ne liberò il potenziale, rivelandolo al massimo. Stevenson era arrivato da Glasgow e il suo nome è ancora molto noto sull’isoletta dell’arcipelago delle Eolie.
Nel XIX secolo l’estrazione dello zolfo e dell’allume era un’attività molto redditizia: Stevenson rilevò gran parte delle proprietà dello Stato nell’isola, compresa l’azienda di estrazione dei minerali, e si trasferì a Vulcano. Divenne così molto ricco.
Nel 1870 comprò, dagli eredi del generale borbonico Nunziante, la maggior parte dell’isola di Vulcano, ed accanto all’attività estrattiva si dedicò anche all’agricoltura, impiantando i primi vigneti e producendo un solforoso vino, ben conosciuto dai suoi amici di Glasgow. Il mosto era tenuto a fermentare proprio qui, in questi locali, che già da allora erano detti le “cantine Stevenson”.
Tra i suoi interessi anche l’archeologia: egli acquistò – per poi donarla alla Glasgow Art Gallery Museum i corredi di venti tombe greche riportate alla luce a Lipari nel 1879. Questi reperti, a tutt’oggi, costituiscono la più significativa collezione di terrecotte di Lipari che si trovano fuori dalla Sicilia.
A porre fine alle sue attività, nel 1888, fu la stessa isola che l’aveva reso ricco. Nel 1888, infatti, una violentissima eruzione sconvolse Vulcano. Andò avanti fino al marzo del 1890, con una forza tale da distruggere tutto. A Stevenson non rimase che lasciare l’isola.
Tratto da: Conoscere Messina di Lina Vanda

Incontro internazionale fra GAL, nell'ambito del progetto dii Cooperazione 19.3 "Discovering rural Sicily". L' Enoteca h...
20/05/2025

Incontro internazionale fra GAL, nell'ambito del progetto dii Cooperazione 19.3 "Discovering rural Sicily". L' Enoteca ha ospitato nei suoi locali ,con una visita guidata e degustazione , una delegazione straniera proveniente da Spagna, Portogallo e Marta e il Gal Taormina Peloritani.

15/12/2024

Indirizzo

SP 35 San Placido Calonerò
Messina
98139

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:30
Martedì 09:00 - 12:00
15:00 - 16:30
Mercoledì 09:00 - 12:00
15:00 - 16:30
Giovedì 09:00 - 12:00
15:00 - 16:30
Venerdì 09:00 - 12:00
15:00 - 16:30

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