09/03/2026
Tratto da: Conoscere Messina di Lina Vanda
Storie di Sicilia:Capizzi la ribelle
Capizzi (ME) è un paese che pare appeso alle montagne, alle falde del Monte Verna, vicino alle sorgenti del Simeto, uno di quei luoghi dove l’aria è sottile, limpida e quasi tagliente.
Non a caso da quelle parti si ripete un proverbio antico: “A Capizzi l’aria è fina e la lingua è taglienti”, un modo semplice e diretto per dire che il clima è buono ma la gente è di montagna e non ama i giri di parole; quando una cosa va detta, si dice, e quando un’ingiustizia diventa troppo evidente la pazienza, come una corda troppo tirata, finisce per spezzarsi.
I capitini sono particolari, ospitali e generosi con chi arriva in pace, capaci di mettere davanti all’ospite il pane migliore e il vino più buono, pronti a trattare uno straniero come se fosse un parente lontano. Non per nulla si dice anche: “Cu’ passa di Capizzi, o s’arricria o s’arrizza”, cioè chi passa da Capizzi o si rallegra per l’accoglienza oppure si raddrizza per la paura, se capita nel mezzo di qualche faccenda storta.
Una terra dove convivono devozione e ribellione, e infatti nei Nebrodi circola un altro detto che sintetizza bene questo carattere doppio: “Capizzi, terra di santi e di briganti.”
La storia del paese, a ben guardare, sembra confermare proprio questo proverbio.
Già nel Medioevo i capitini avevano dimostrato di non essere gente facile da governare, tanto che quando si misero di traverso al potere imperiale, l’imperatore Federico II di Svevia decise di dare una lezione esemplare: nel 1243 fece distruggere le case dei ribelli nel quartiere dei Casalini e deportò una parte consistente della popolazione a Palermo insieme agli abitanti di Centuripe, costringendoli a stabilirsi nella zona araba della città che sarebbe poi stata conosciuta come Albergaria Centurbi et Capicii.
Una punizione severa, pensata per spegnere ogni velleità di ribellione, ma non bastò a sedare la voglia di ribbelione dei capitini.
Quando nel 1282 scoppiò il Vespro siciliano, Capizzi partecipò alla rivolta contro gli Angioini con lo stesso spirito indocile che aveva già mostrato in passato; ancora oggi la via principale del paese si chiama Corso dei Vespri, come a ricordare che la memoria di quelle giornate non è mai scomparsa del tutto.
Nei secoli successivi la scena si ripeté più volte: nel 1705 la popolazione si sollevò per il rincaro del pane, che giorno dopo giorno diminuiva di peso e aumentava di prezzo, e la folla arrivò a un passo dal linciaggio di fornai e amministratori, salvati soltanto dall’intervento dell’arciprete Antonino Mazzara e del clero, che riuscirono a calmare gli animi con parole di conciliazione.
Anche nel 1812 e nel 1820 il paese conobbe nuovi tumulti, con il saccheggio del palazzo Larcan Lanza e il rogo dei registri delle imposte, segni evidenti di una tensione sociale che covava sotto la cenere.
Perfino nel Novecento, durante la seconda guerra mondiale, Capizzi mostrò quel carattere duro e orgoglioso che la tradizione attribuisce ai suoi abitanti. Nel 1943, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nelle retrovie dell’esercito francese operavano anche reparti coloniali marocchini, i famigerati goumiers, la cui fama di saccheggi e violenze contro la popolazione civile aveva preceduto il loro arrivo, creando timore soprattutto tra i contadini sparsi nelle campagne dei Nebrodi.
Quando alcuni di questi soldati tentarono di spingersi nel territorio del paese e praticare le violenze di cui andavano famosi trovarono però una popolazione pronta a difendersi; i capitini reagirono con i mezzi che avevano a disposizione, roncole, bastoni e fucili da caccia, e quello che ne seguì fu uno scontro brutale, una piccola guerra dentro la guerra grande, combattuta tra le campagne e le strade del paese.
Tra colpi di roncola e fucilate caddero una dozzina di marocchini e quattro capitini, in un episodio feroce e senza gloria che ancora oggi resta nella memoria locale.
Ma la rivolta più sanguinosa della storia di Capizzi era avvenuta quasi un secolo prima, nel 1849, e la miccia che accese l’incendio fu la tassa sul macinato, un tributo tanto odiato da diventare quasi un simbolo dell’oppressione.
Non era soltanto una questione di denaro, perché la tassa comportava una serie di controlli e restrizioni che rendevano la vita dei mugnai e dei contadini un continuo tormento. Il grano poteva essere macinato solo in determinate ore e mai dopo il tramonto, le farine dovevano essere accompagnate da bollette e seguire percorsi prestabiliti, gli ispettori avevano il diritto di entrare nei mulini in qualsiasi momento per verificare, sequestrare o controllare, e il custode pesatore possedeva addirittura una delle chiavi del cassone dove veniva conservato il grano.
Tutto questo accadeva in un territorio dove la vita economica ruotava proprio attorno ai mulini: nel territorio capitino se ne contavano quarantadue, alimentati dal fiume Giano e dai torrenti di montagna, e il lavoro del mugnaio era già di per sé duro e rischioso, fatto di giornate passate nella polvere di farina per mantenere la famiglia era aggravato da questi oneri insopportabili.
A rendere la situazione ancora più esplosiva contribuiva il comportamento degli esattori, che applicavano la tassa con uno zelo inflessibile, accumulando rancori e malcontento. In quel clima bastava poco perché la tensione si trasformasse in violenza, e quel poco arrivò la sera del 1 settembre 1849, quando alcuni impiegati del macinato giunsero a Capizzi.
La loro presenza fu sufficiente a far ripartire il mormorio che da tempo serpeggiava nel paese, un brusio fatto di rabbia e frustrazione che quella notte impedì a molti di dormire.
Verso le quattro del mattino una folla armata si radunò davanti alla casa di Nicolò Garges e del genero Luigi Maimone esattori ; prima ci furono le urla, poi qualcuno appiccò il fuoco alla porta, e quando il legno cedette i due uomini all’interno risposero sparando con i fucili, colpendo a morte due rivoltosi.
Quel gesto trasformò la protesta in una furia incontrollabile. Gli assalitori irruppero nella casa, mentre Luigi Maimone riusciva a fuggire attraverso un passaggio nascosto, e non trovandolo si accanirono contro chi era rimasto. Rosalia Angela Garges, giovane sposa incinta, fu colpita a pugnalate, mentre la madre Rosa Scialfa cadde accanto a lei; le due donne furono ritrovate nel pomeriggio nella strada sotto il castello.
L’altra figlia, Luigia Garges, subì una violenza brutale e venne poi colpita con una ferocia quasi incredibile: diciassette colpi d’arma tagliente, un bastone alla testa e una fucilata alla coscia. Gli aggressori la lasciarono sul posto convinti che fosse morta, ma quando fu trovata respirava ancora.
Da quel momento il paese sembrò perdere ogni controllo, la folla si divise in gruppi e cominciò a cercare gli esattori casa per casa, sfondando porte e saccheggiando abitazioni. Luigi Bonelli, esattore del macinato, fu ucciso insieme alla moglie Rosalia La Iacona, anch’essa incinta, mentre il farmacista Gaetano Maimone e l’usciere comunale Gaetano Sacco vennero trovati morti nella strada di San Bartolomeo. All’alba del 2 settembre i rivoltosi trovarono finalmente Luigi Maimone nascosto in un casolare di campagna e lo uccisero a colpi di scure e di fucile; poco dopo venne rinvenuto morto anche Nicolò Garges. Quando il sole salì sopra i tetti di Capizzi il bilancio della notte contava almeno dieci morti e numerosi feriti.
La notizia della rivolta raggiunse rapidamente Palermo e il generale Carlo Filangieri, incaricato da Ferdinando II delle Due Sicilie di ristabilire l’ordine dopo i moti del 1848, inviò un battaglione con un ordine severissimo: se il paese avesse opposto resistenza doveva essere incendiato.
Quando i soldati arrivarono arrestarono ventitré persone, cinque delle quali furono condannate alla fucilazione, mentre molti altri finirono in carcere o sotto processo. Le autorità parlarono di complotto politico contro i Borbone, ma dietro quella violenza si nascondeva qualcosa di più semplice e più umano: la disperazione di contadini, pastori e piccoli commercianti che chiedevano una vita meno dura.
Le conseguenze della rivolta furono pesanti. Il paese dovette sopportare nuove tasse, soprattutto sul vino, e fu obbligato a versare vitalizi alle famiglie delle vittime; con un rescritto reale del 1850 il re concesse pensioni ai superstiti della famiglia Garges e alle sorelle Maimone, divenute suore benedettine, caricando il comune del pagamento. L’obbligo cessò solo con l’arrivo di Giuseppe Garibaldi nel 1860.
Da allora molte cose sono cambiate, ma la memoria di quella notte continua a circolare nelle storie raccontate nelle case e nelle piazze del paese. Non a caso a Capizzi si dice ancora:
“Cu’ passa di Capizzi senza bisaccia, torna sempre cu’ na storia.”
E a Capizzi, di storie, ce ne sono davvero tante.
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Fonti: Galleria - N° 7 Gennaio-Marzo 2023 - Capizzi LA RIVOLTA DEL 1° SETTEMBRE 1849 di FRANCESCO SARRA MINICHELLO