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NOSTRO SANGUE, LORO PROFITTOSpesso i social e le prime pagine dei giornali sono piene di notizie di torture, di guerre e...
05/06/2026

NOSTRO SANGUE, LORO PROFITTO

Spesso i social e le prime pagine dei giornali sono piene di notizie di torture, di guerre e d’ogni altro tipo di barbarie che potrebbero apparire lontane, figlie di culture estranee alla “civile” Europa.

Eppure in Italia, nel 2026, è possibile esser chiusi in un’auto e bruciati vivi perché ci si è opposti alla schiavitù.

E’ successo ad Amendolara, provincia di Cosenza, dove quattro braccianti di origini afgane/pakistane, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, sono stati giustiziati nella maniera più barbara da due connazionali, al servizio della mafia pakistana – a sua volta legata alla 'ndrangheta - in veste di Kapò, perché si erano lamentati di dover vivere in 10 in una stanza, senza mai ricevere il pur misero salario che gli spettava.

Ancora una volta viene dimostrato quanto l’idea di “fratellanza nazionale” e di altri melensi discorsi sulla patria non siano altro che un’illusione, un veleno ideologico utile soltanto ai padroni per dividere i lavoratori. La nazionalità conta poco; il capitale assolda i suoi aguzzini senza distinzione di passaporto, purché mettano in riga con sangue e torture i lavoratori, così da estrarre fino all’ultima goccia di profitto.

La verità è che i salariati non hanno patria, il nostro sudore bagna il globo intero.

La nostra bandiera non è il tricolore, tanto sventolato nelle parate del due giugno, *né il drappo di qualsiasi altra nazione;* la nostra bandiera è la bandiera rossa, grondate del nostro sangue. Grondante del sangue di Waseem, Amin, Ullah e Safi, del sangue di Gaetano Sciarrotta morto il 30 maggio schiacciato da un muletto, del sangue di Michele Amelia travolto da un’auto il 21 maggio mentre stava allestendo un cantiere per la manutenzione dell’A1, del sangue dei 1093 morti su lavoro registrati nell’anno passato, del sangue dei milioni di proletari russi e ucraini spediti a massacrarsi a vicenda in una guerra fratricida in nome dell’imperialismo russo o di quello europeo in vesti ucraine, del sangue delle vittime delle guerre che il capitale semina in ogni parte della Terra, dalla Palestina al Sudan!

La bandiera rossa raccoglie il sangue di tutti membri della nostra classe, la classe lavoratrice, che ogni giorno vengono assassinati dal dominio del capitale; un dominio che è ineluttabilmente violenza, che è ineluttabilmente torture, che è ineluttabilmente morte!

Gli ipocriti sovranisti, tanto amanti della loro giustizia e delle loro forze dell’ordine, da sempre tacciono sulle condizioni di brutale sfruttamento della forza-lavoro immigrata. Al grido di “prima gli italiani”, si minimizzano e nascondono le peggio atrocità sofferte dalla sezione più vessata e oppressa della nostra classe : i salariati/schiavi immigrati.

Anzi, fanno leggi apposite per tenere ancora più oppressi e ricattabili questi schiavi!

Coloro che soffocano le lotte degli operai con decreti sicurezza, che penalizzano i veri scioperi atti a colpire e a danneggiare i padroni senza preavvisi e senza i teatrini che sono i tavoli delle trattative imbastiti dai sindacati, sono dunque co-responsabili di questo sistema di barbarie, ne sono i garanti!

Tutelandone la sopravvivenza e giustificandolo in nome della “patria” o della “democrazia”, condividono la responsabilità di queste quattro morti, delle migliaia che sono venute prima e delle migliaia che verranno in futuro.

Alle loro ideologie razziste, nazionaliste e patriottiche, rispondiamo con la chiamata all’unità di tutti i lavoratori, senza distinzioni di etnia, di sesso o di religione.

La nostra classe dev’essere più che mai unita per lottare contro il suo comune nemico: i padroni d’ogni nazione e i loro scagnozzi, tanto nelle sudice vesti di boia che nelle più “rispettabili” vesti di membri di partito e di “Onorevoli”.

Intanto, i falsi amici dei lavoratori, i “partiti di opposizione” e i sindacati, continuano a diffondere il loro veleno ideologico.

Questi signori e signore prima piangono lacrime di coccodrillo per questa barbarie – ricordiamo gli accordi sottoscritti da Gentiloni con gli aguzzini libici nel 2017 oppure i primi decreti sicurezza approvati dal Movimento Cinque Stelle quando ancora era alleato della Lega - poi stanno con le braccia incrociate quando si soffocano le rivendicazioni dei lavoratori, o meglio, si siedono per terra nelle aule parlamentari come dei bambini mentre s’approvano i suddetti decreti liberticidi. Ecco la massima opposizione di questi difensori dei lavoratori! Non si può far altro, dicon loro, altrimenti si violerebbero le sacre procedure del parlamento, s’andrebbe contro la legge, si violerebbe la santissima “legalità” !

Questi signori si riempiono la bocca della parola “legalità”, la stessa legalità che impedisce agli scioperi e alle lotte dei lavoratori di espandersi e di ottenere risultati, per quanto parziali e provvisori, soprattutto in tempi di crisi come questo, senza richiedere permessi a questure, senza preavvisi e senza fasce di garanzia.

La lotta dei lavoratori deve portare disagi, deve nuocere alle tasche dei padroni il più possibile, deve imporre delle rivendicazioni, altrimenti diventa uno spettacolino di qualche ora, prassi a cui stiamo assistendo ormai da molto, molto tempo.

Sinceri democratici, le vostre parole sono menzogna! La vostra democrazia, la democrazia borghese, è utile soltanto ai padroni per tenere ben sedati gli operai tramite l’illusione della manfrina elettorale.

Del diritto, della legalità e della Costituzione dei padroni non ci importa niente!

Per contrastare morti e sfruttamento bisogna lottare, oltre e contro la prassi conciliatoria sindacale, inevitabilmente destinata alla sconfitta, per i nostri interessi di classe!

Finché il profitto sarà il centro dell’attività disumana di questo sistema, gli interessi dei padroni avranno sempre il primato entro e sopra ogni legge ed ogni morale, a cui ipocritamente si appellano.

LAVORATORI, IL NOSTRO SUDORE, IL NOSTRO SANGUE, VIENE RIPAGATO CON SALARI STAGNANTI/IN CALO OPPURE CON LA MORTE!

LAVORATORI, SPUTIAMO SULLE LORO CATENE LEGALI! ORGANIZZIAMO LA NOSTRA LOTTA AL DI FUORI E CONTRO I SINDACATI, COSTITUIAMO I NOSTRI COMITATI DI SCIOPERO!

Dobbiamo organizzarci e costruire la sola organizzazione capace di coordinare la difesa dei salariati e opporsi a questo sistema di barbarie e di morte: il Partito rivoluzionario!

Studenti, lavoratori, sosteniamo questa lotta: mettiamoci in contatto con il P.C.Int., leggiamone gli articoli e diffondiamone le posizioni a scuola, in università e sul posto di lavoro!

COMPAGNI, COMPAGNE: AVANTI LA GUERRA DI CLASSE!
Venerdì, June 5, 2026

https://www.leftcom.org/it/articles/2026-06-05/nostro-sangue-loro-profitto

La monarchia è morta: la repubblica borghese ne continuerà degnamente le tradizioniArticolo tratto da: Battaglia Comunis...
02/06/2026

La monarchia è morta: la repubblica borghese ne continuerà degnamente le tradizioni

Articolo tratto da: Battaglia Comunista, n. 19, Milano 15-22 giugno 1946

Nel tripudio dei festeggiamenti per l'ottantesimo anniversario della repubblica borghese, ripubblichiamo un articolo di Battaglia comunista del giugno 1946

La monarchia è stata sbalzata via come responsabile del fascismo: la presidenza della repubblica passerà a un Orlando, o a un Nitti, o ad un Bonomi, su cui pesa una responsabilità non minore nella preparazione del 28 ottobre 1922.

E' venuta la costituente, questa famosa costituente che dovrebbe risolvere il problema sociale italiano e la cui preparazione giustificava, secondo gli opportunisti, l'abbandono della lotta di classe e dei principi fondamentali della politica comunista. E' una costituente che poggia sulla granitica base di Santa Madre Chiesa, fiancheggiata da un nucleo di destra pronto a fare quello che ha sempre fatto e da un nucleo di sinistra prontissimo a genuflettersi davanti agli istituti della proprietà, della religione, della democrazia.

Con una monarchia putrefatta che si afferra disperatamente ad un simulacro di potere, ricorrendo ai cavilli giuridici e alle squadracce dei manganellatori per difendere i suoi «diritti storici», e con una repubblica che ne eredita il personale di governo e le funzioni, la borghesia italiana ha voluto dare al proletariato un altro edificante spettacolo di se stessa.

* * * *

Se, come per gli altri partiti, la vita politica si risolvesse anche per noi nel difendere miserandi interessi di bottega e nel cercare la vittoria nelle disgrazie e nelle meschinerie altrui, potremmo ridere della retorica a un tempo gonfia e stentata con cui vincitori e vinti cercano di presentare come «rivoluzione» un banalissimo cambio della guardia; dei pianti isterici di una parte per il melanconico tramonto della monarchia sabauda, e delle «storiche» telefonate notturne intercorse d'altro lato fra i molti padri di una rachitica repubblica dura a nascere; della corsa affannosa al traguardo iniziatasi fra i partiti maggiori, ciascuno rivendicante la propria vittoria e il diritto storico alla fetta più grossa di torta; delle polemichette da comari fra «sinistre» e democrazia cristiana sulla lealtà della fede repubblicana di quest'ultima, e fra centristi e socialisti sulle colpe di un sostanziale insuccesso; sul ritorno a galla, in veste di candidati alla presidenza, dei più vecchi arnesi di un'Italia che fu e che, nella demagogia del momento, sarebbe stata seppellita d'un colpo sotto una valanga di schede; delle autocandidature di questo o di quell'altro capopartito in fregola presidenziale; del gioco di contestazioni e di rinvii a cui ci ha fatto assistere questa «primavera della patria», gonfia di tutta la retorica rievocatrice di cui il Risorgimento ci ha lasciato eredi per la nostra comune disgrazia.

Se credessimo ancora agli «errori» della sinistra e alla loro fondamentale diversità dalle destre, potremmo anche ridere della sublime sapienza tattica di quei maestri del riformismo che, in un anno di strategia machiavellica, hanno ottenuto di veder passare all'avanguardia dell'Italia democratica le papaline legioni della Democrazia cristiana, riprender vigore le tradizionali forze conservatrici spalleggiate da quella quintessenza di virtù borghesi che è il qualunquismo, una monarchia logora e imputridita soccombere per poco al verdetto delle urne, e prospettarsi, infine, un ennesimo governo di coalizione fra uomini e partiti che si son detti fino all'ultimo peste e corna, attribuendosi a vicenda il titolo di fascisti.

Di tutto questo e di altro potremmo ridere, se non c'interessasse piuttosto di ti**re le somme di questa nuova esperienza borghese subita dal proletariato e indicare alle forze operaie la via della ripresa dopo lo smarrimento - ancora in atto, purtroppo - di questi ultimi anni di fatale rinuncia alle posizioni di classe. Ma, per ti**re queste somme, occorre sbarazzare preventivamente il terreno dalle false impostazioni critiche che viziano l'analisi degli avvenimenti trascorsi. Quello che è avvenuto - la nascita di una Costituente a sfondo cattolico apostolico romano; la nascita parallela di una repubblica semimonarchica - non può essere identificato con una sconfitta delle forze operaie, rappresentate (nell'ingenua mitologia popolare e giornalistica) nei partiti «proletari» contro lo schieramento più o meno compatto di forze borghesi. Il successo delle forze tradizionalmente conservatrici (in Italia come, in misura meno trionfale, in Francia) non è la risultante di una lotta che abbia avuto per protagonisti due classi e per oggetto il trionfo dell'una sull'altra.

La sconfitta proletaria non sta nel fatto che i partiti di Nenni e di Togliatti entrino a Montecitorio minorati di fronte ai tradizionali partiti dell'ordine e pronti a collaborare con tutta la gamma di questi partiti pur di non lasciarsi sfuggire il pacchetto di azioni che ancora detengono nel consiglio di amministrazione della democrazia borghese; la vera sconfitta proletaria va cercata se mai nel fatto opposto, che cioè questi partiti della ricostruzione capitalistica e della collaborazione fra le classi, questi partiti della più sfacciata sinistra borghese, siano ancora riusciti ad ottenere milioni di voti proletari e a mobilitare intorno alle loro insegne bugiarde l'enorme maggioranza della classe lavoratrice. I proletari che, di fronte all'esito delle elezioni, si guardano negli occhi delusi e, umilmente, sono costretti a dar ragione alla diagnosi che della situazione la sinistra comunista aveva tempestivamente fatto, ritroveranno perciò la via della loro riscossa non il giorno in cui riconosceranno gli « errori» dei partiti di sinistra, ma il giorno in cui capiranno che questi partiti hanno fatto semplicemente quello che era nella loro missione storica di partiti della sinistra borghese e che non meritavano un solo voto proletario più che non ne meritassero i partiti di Giannini, di Croce o di Selvaggi.

Le sinistre hanno fatto, in definitiva, né più né meno di quello che la storia della società capitalistica ha sempre fatto far loro, hanno sfruttato la propria gigantesca presa sulle masse per riassorbire nel letto della legalità democratica l'urto delle classi, hanno dato mano alla ristabilizzazione borghese nel momento più critico dello sfasciamento dello Stato dopo il clamoroso crollo dell'armamentario fascista e, infine, hanno consegnato ai direttori d'orchestra del capitalismo la macchina ricostruita dello Stato. E' finito con ciò il loro compito, la loro missione controrivoluzionaria? Affatto. Alla società borghese la loro sapienza di medici curanti è ancora e per lungo tempo, necessaria: sono ancora essi a dare il tono alla democrazia, sono ancora essi, in nome delle «forze del lavoro», a dar consistenza alla politica della ricostruzione nazionale e della concordia fra le classi, il loro appoggio è tuttora una necessità vitale per questa società capitalista che può reggere al terribile urto della guerra e delle conseguenze della guerra alla sola condizione di impegnare il proletariato a sacrificare se stesso, le sue rivendicazioni immediate, il suo compito storico, la sua battaglia rivoluzionaria, al pacifico, normale funzionamento della macchina produttiva capitalista.

E il proletariato li vedrà ancora per lungo tempo al potere, questi predicatori della pace sociale e dell'aumento della produzione, questi firmatari dello sblocco dei licenziamenti, questi adulatori della chiesa e delle «tradizioni religiose» del popolo italiano, questi ossequienti rinnegatori della lotta di classe: li vedrà ancora per lungo tempo «difendere gli interessi operai» in sempre più conservatori governi borghesi, far da galoppini alla propaganda per la ricostruzione, legittimare tutto - dai sacrifici imposti ai lavoratori alla trionfale ricostruzione dell'armamentario repressivo dello Stato, dal salvataggio dei peggiori responsabili del fascismo al pacifico ritorno dei grandi industriali alla direzione dei trust e al comando dell'economia nazionale - con le pretese necessità del momento e, magari, con una nuova teoria della rivoluzione per gradi.

I proletari capiranno quello che è la premessa essenziale della ripresa rivoluzionaria, che cioè sinistre e destre sono sorelle e che, dietro questo frastuono di polemiche fra repubblicani e monarchici, fra «reazionari» e «progressisti», non c'è che il vuoto, la retorica, la necessità di far credere alla massa operaia che il suo destino si giuochi sul terreno delle competizioni fra i partiti di governo? Capiranno che la soluzione dei loro problemi non è affidata alla vittoria di Nenni e di Togliatti su De Gasperi o Bonomi o Giannini, ma alla liquidazione definitiva di tutte queste comparse borghesi sotto i colpi di maglio della riscossa proletaria? Capiranno che il giorno in cui i registi della società capitalistica dovesse mettere alla porta i suoi servi sciocchi «di sinistra» (cosa che, del resto, non farà mai, perchè ne avrà sempre bisogno), il proletariato non dovrà versare una sola lacrima sul loro tramonto e dovrà soltanto rammaricarsi di non averli liquidati lui insieme con gli altri?

Siamo troppo abituati ad analizzare i fatti storici con lo spietato metodo marxista - questo metodo che ci ha permesso di prevedere con matematica esattezza quello che sarebbe avvenuto in trent'anni di lotta rivoluzionaria - per credere che il processo di smascheramento degli ideali volga alla fine. L'eredità di troppe sconfitte e di troppi smarrimenti pesa sul proletariato. I prossimi mesi vedranno un rafforzamento della compagine borghese attorno alla repubblica democratico-parlamentare, ma, appunto in virtù di questo rafforzamento e della ripresa del meccanismo generale della società capitalistica, vedranno anche riaprirsi gli insanabili conflitti sociali che quella società cova nel suo seno.

Il compito dell'avanguardia rivoluzionaria sarà di approfondire la sua spietata critica del capitalismo, dell'opportunismo, del filisteismo, e di saldarsi organicamente con questa ripresa proletaria. La repubblica avrà dato il cambio alla monarchia nell'esercizio della difesa di classe della borghesia contro le forze espresse dalla sua crisi: il capitalismo avrà trovato nell'armamentario ex-monarchico ed ora repubblicano le forze operanti della sua conservazione; il proletariato continuerà a trovarsi di fronte sotto l'etichetta che la Costituente avrà finalmente inventato per il regime nuovo, lo stesso nemico, gli stessi problemi di vita, gli stessi sgherri mobilitati per impedirgli di risolverli radicalmente. La lotta proletaria non avrà cambiato obiettivo.

Ma, accanto alla rinnovata stabilizzazione borghese, la dialettica delle forze storiche avrà maturato i quadri del partito di classe, e le forze della conservazione, compatte nella loro fittizia suddivisione in destra, centro e sinistra, avranno di contro le forze operanti della rivoluzione proletaria. Sulla scia di questo faticoso processo ci muoviamo noi, sempre più vicini al bivio storico che farà delle posizioni di battaglia dell'avanguardia e dei problemi obiettivi di tutta la classe una cosa sola.

Battaglia Comunista, n. 19, Milano 15-22 giugno 1946

Martedì, June 2, 2026

https://www.leftcom.org/it/articles/2026-06-02/la-monarchia-%C3%A8-morta-la-repubblica-borghese-ne-continuer%C3%A0-degnamente-le

Lo sciopero generale del 1926: dieci giorni che non riuscirono a sconvolgere il mondoA distanza di cento anni, lo sciope...
29/05/2026

Lo sciopero generale del 1926: dieci giorni che non riuscirono a sconvolgere il mondo

A distanza di cento anni, lo sciopero generale del 1926 rimane un evento leggendario: di fronte ai livelli relativamente bassi delle lotte di classe degli ultimi decenni, molti oggi lo guardano attraverso gli occhiali colorati di rosa di una nostalgia fuori luogo. Probabilmente la più grande vertenza sindacale nella storia della Gran Bretagna, durò solo dieci giorni (nove se si conta a partire dal 4 maggio) prima di essere revocata dalla leadership sindacale. Cogliere le lezioni del 1926 significa capire perché si concluse in quel modo: con speranze deluse e il mancato raggiungimento dei suoi obiettivi.

La Gran Bretagna del dopoguerra

“Ci era stato detto che quella era «la guerra per porre fine alle guerre» e alcuni di noi, almeno, ci credettero. Può sembrare straordinariamente ingenuo, ma penso che si dovesse crederci. Tutto quel fango, quel sangue e quella bestialità avevano senso solo partendo dal presupposto che fosse l’ultima volta che l’uomo civilizzato avrebbe dovuto sopportarli. Non potevo credere che chiunque l’avesse vissuta potesse mai permettere che accadesse di nuovo. Pensavo che l’uomo comune di entrambe le parti si sarebbe ribellato all’unisono e avrebbe preso a calci nei denti qualsiasi politico che avesse anche solo accennato alla possibilità di una guerra.”

Tenente John Nettleton, Brigata dei Fucilieri, citato in: Peter Hart, 1918: A Very British Victory, 2009

Quattro anni di guerra generalizzata lasciarono profonde cicatrici sulla società europea. Le rivoluzioni abbatterono gli imperi russo e tedesco, si formarono nuovi Stati indipendenti, i confini cambiarono ripetutamente e divamparono nuove dispute territoriali. La Gran Bretagna, il più antico Stato capitalista, riuscì a evitare parte dei disordini osservati nel continente e, nonostante la Rivolta di Pasqua in Irlanda e il movimento per l’autonomia in India, conservò in gran parte il proprio Impero all’estero.

Ciononostante, si erano verificati importanti cambiamenti all’interno della società britannica. La guerra smorzò l’ondata crescente di scioperi operai che aveva caratterizzato il periodo del Grande Malcontento.(1) L’economia britannica fu riorientata verso la produzione bellica e il patriottismo divenne il più alto dovere civico. Le azioni sindacali nelle industrie belliche furono dichiarate illegali in base al Defence of the Realm Act del 1914, che conferiva inoltre al governo il potere di p***eguire chiunque fosse ritenuto un pericolo per lo sforzo bellico (ciononostante, gli scioperi continuarono, così come altre lotte sociali, ad esempio contro gli aumenti degli affitti o contro la coscrizione). Le tendenze verso un maggiore intervento statale nell’economia si acuirono e i legami tra i sindacati e lo Stato si rafforzarono. Con la mobilitazione degli uomini, la carenza di manodopera fu colmata integrando le donne nella forza lavoro su una scala senza precedenti.

La firma del Trattato di Versailles significò apparentemente un ritorno alla normalità. Tuttavia, la classe dirigente britannica riconobbe che le cose non potevano rimanere esattamente come erano, non con la minaccia di una rivoluzione che incombeva sull’Europa dopo gli eventi dell’ottobre 1917. A tal fine, ai soldati smobilitati fu promessa una “terra degna di eroi”. Estendendo il diritto di voto a tutti gli uomini di età superiore ai 21 anni e a tutte le donne di età superiore ai 30 anni, il governo sperava di far sentire i lavoratori parte integrante del sistema. L'introduzione di alcune politiche di base in materia di assicurazione e welfare mirava ad alleviare la povertà e a facilitare l'ingresso delle persone nel mercato del lavoro. Questo però non fu sufficiente. Ciò che molti soldati trovarono al loro ritorno fu la disoccupazione, la mancanza di una casa e l’inflazione. Ci volle del tempo perché l’economia britannica si riadattasse alle realtà del dopoguerra e, nel frattempo, ci si aspettava che fossero i lavoratori a sopportarne i costi. Non sorprende quindi che alcune significative lotte operaie scoppiarono prima nel 1919 e poi di nuovo nel 1921. I minatori ebbero un ruolo chiave in questo contesto e fu proprio la loro vertenza a scatenare lo sciopero generale del 1926.

I minatori

A causa della guerra, verso la fine del 1916 il governo iniziò a nazionalizzare le miniere, al fine di garantire un approvvigionamento energetico sufficiente per il Paese. Ai minatori furono concessi aumenti salariali per preve**re gli scioperi e mantenere la forza lavoro (molti si arruolavano nell’esercito proprio per sfuggire alle terribili condizioni di lavoro). Con la fine della guerra, la domanda di carbone subì un drastico calo. Inoltre, in base al Trattato di Versailles, gli alleati costrinsero la Germania a pagare le riparazioni, che includevano forniture di carbone. I mercati europei erano ormai saturi e, di conseguenza, il prezzo del carbone crollò. Ciò ebbe un effetto deleterio sull'industria carbonifera britannica: inevitabilmente, gli attacchi alle condizioni di lavoro dei minatori furono visti come la soluzione. Nel marzo 1921, le miniere tornarono ai proprietari privati, che imposero immediatamente salari più bassi e orari di lavoro più lunghi ai minatori. I minatori che si rifiutarono di accettare le nuove condizioni furono oggetto di serrate che durarono tre mesi. E poi, il 15 aprile 1921, i sindacati dei ferrovieri e dei trasporti si rifiutarono di sostenere i minatori, rompendo di fatto la cosiddetta “Triplice Alleanza” stabilita tra quei sindacati nel lontano 1914. A testimonianza del cupo clima di tradimento, quel giorno fu da allora in poi soprannominato “Venerdì Nero”. I minatori furono di fatto costretti a tornare al lavoro per fame, ma il peggio doveva ancora ve**re.

La decisione dell’allora Cancelliere dello Scacchiere Churchill di tornare al sistema aureo nel 1925, dopo che era stato abbandonato all’inizio della guerra, portò a un ulteriore apprezzamento della sterlina e sconvolse nuovamente l’esportazione di carbone e acciaio. Così, invece di una prosperità postbellica, nel giugno 1925 furono annunciati ulteriori tagli salariali per i minatori. A differenza di quattro anni prima, questa volta la risposta degli altri sindacati fu più proattiva. Per evitare la possibilità di uno sciopero generale nell’immediato, il governo concesse un sussidio per scongiurare i tagli salariali nelle miniere. Tuttavia, questa misura fu intesa da tutte le parti come temporanea, capace solo di ritardare l’inevitabile. Mentre i leader sindacali tergiversavano, la classe dirigente colse l’occasione per radunare le forze. La polizia, l’esercito e la marina furono messi in stato di allerta, e l’Organizzazione per il Mantenimento dei Rifornimenti (OMS), di destra, fu assorbita dal governo per radunare volontari per la repressione dello sciopero (questi provenivano principalmente dagli strati della classe media: vari professionisti, ufficiali dell’esercito in pensione, giovani che lavoravano nella finanza e studenti universitari).

Infine, il 10 marzo 1926, una commissione reale istituita da Stanley Baldwin, allora primo ministro conservatore, raccomandò la fine del sussidio e tagli salariali del 13,5%. I negoziati con il sindacato fallirono il 1° maggio e i padroni misero nuovamente in serrata i minatori. Il Trades Union Congress (TUC), che si era assunto la responsabilità di guidare la vertenza per i minatori, voleva evitare uno sciopero generale e cercò di riaprire i colloqui, ma le sue opzioni erano ormai sempre più limitate e alla fine fu annunciata una “azione sindacale coordinata” a sostegno dei minatori con inizio il 3 maggio.

Lo sciopero generale

“Lo sciopero generale è una sfida al parlamento e la strada verso l'anarchia e la rovina”.

Baldwin, British Gazette, 6 maggio 1926

Il 3 maggio, a un minuto dalla mezzanotte, lo sciopero generale ebbe ufficialmente inizio. L'appello riscosse grande successo e tra 1,5 e 2 milioni di lavoratori si unirono ai minatori. La maggior parte di questi proveniva dai settori dei trasporti, dell'industria pesante e dell'energia, nonché dai settori della stampa e dell'edilizia, ma il TUC li fece scioperare in ondate scaglionate. Di conseguenza, i trasporti pubblici erano quasi paralizzati e i quotidiani nazionali non potevano essere stampati (il governo dovette trasmettere la maggior parte dei suoi annunci via radio). Al fine di mantenere il controllo sul movimento che si era scatenato, il Consiglio Generale del TUC istituì dei sottocomitati per dirigere lo sciopero a livello centrale (che alla fine si fusero nel Comitato di Organizzazione dello Sciopero guidato da Ernest Bevin del Partito Laburista). Tuttavia, furono i Consigli di Categoria esistenti o i nascenti Consigli d’Azione a organizzare effettivamente le cose sul campo. La distinzione tra questi organismi non era sempre netta:

“L'organo di controllo in ogni città aveva nomi diversi. Spesso il consiglio di categoria si trasformava in un consiglio d'azione (a Ilford un «comitato d'azione»), e un comitato di sciopero centrale, o congiunto, a volte lavorava in armonia (o meno) con esso. A Basingstoke c'era un comitato di vigilanza, altrove c'erano generalmente comitati di sciopero separati per ogni settore – a volte che non accettavano alcun controllo congiunto. ... Questi comitati o consigli mantenevano un carattere locale e non erano federati né controllati a livello regionale, tranne che nel Merseyside, a Dartford (un consiglio divisionale) e nel Northumberland e a Durham (un consiglio generale).”

Raymond Postgate, The Workers' History of the Great Strike, 1927

Il funzionamento di questi Consigli d’Azione, essenzialmente comitati di sciopero, era tutt’altro che agevole. Sebbene alcuni fossero già stati costituiti alla fine del 1925, la maggior parte vide la luce solo dopo l’inizio dello sciopero. Alcuni erano in competizione tra loro e altri rappresentavano solo gli interessi ristretti di un particolare sindacato. E, sebbene non tutte le direttive centrali fossero sempre seguite, alla fine non si liberarono mai dall’influenza soffocante del TUC. Ma nel loro momento migliore, permisero il coordinamento dello sciopero al di là delle divisioni settoriali e di categoria, produssero i propri bollettini di sciopero, organizzarono picchetti di massa, fornirono mense per gli scioperanti e le loro famiglie e in alcune città riuscirono persino a esercitare un certo controllo sul movimento di persone e merci.

Man mano che lo sciopero procedeva, ci furono scontri in tutto il paese. I lavoratori cercarono di bloccare fisicamente il traffico e entrarono in alterchi con i crumiri. La polizia tentò di disperdere i picchetti con la forza, fece irruzione negli uffici dei sindacati e dei partiti politici e arrestò lavoratori per il semplice fatto di aver distribuito un bollettino di sciopero. Ci furono atti di sabotaggio per impedire la circolazione di treni o autobus. Alcuni Consigli d’Azione formarono i propri Corpi di Difesa dei Lavoratori e Corpi Speciali di Picchetto per mantenere l’ordine.

Il 6 maggio Baldwin dichiarò che «il governo costituzionale è sotto attacco» da parte dei sindacati. Il giorno successivo il governo informò le forze armate che qualsiasi azione intraprendessero per «aiutare il potere civile» avrebbe ricevuto il suo pieno sostegno. Il TUC rispose chiarendo che «non intendeva sostituirsi al governo costituzionale», né era «desideroso di minare le nostre istituzioni parlamentari». Nonostante tutte queste minacce e intimidazioni, il movimento di sciopero non faceva che rafforzarsi. Nemmeno l’OMS, responsabile del reclutamento dei volontari e vista da alcuni come una sorta di “squadra d’assalto fascista”, riuscì a neutralizzarlo: la maggior parte dei volontari non aveva l’esperienza necessaria per svolgere adeguatamente il lavoro dei lavoratori in sciopero e, ovviamente, era fuori discussione che scendessero nelle miniere.

Eppure, il 12 maggio, il Consiglio Generale del TUC si incontrò con il governo a Downing Street e – senza consultare i lavoratori in sciopero, senza alcuna garanzia di un accordo per i minatori, né assicurazioni che non ci sarebbero state ritorsioni – i leader sindacali improvvisamente revocarono lo sciopero. Questa decisione inizialmente fu accolta con incredulità e sconcerto. Il Workers' Chronicle, pubblicato dal Newcastle Trades Council of Action, non usò mezzi termini: «Mai nella storia della lotta della classe operaia – ad eccezione del tradimento dei nostri leader nel 1914 – c’è stato un tradimento così calcolato degli interessi della classe operaia come quello che ci ha colpiti questa settimana.»(2) Il 13 maggio si unirono allo sciopero più persone che in qualsiasi giorno precedente, dimostrando che c’era ancora una reale voglia di lottare. Ma il movimento non proseguì oltre, poiché i sindacati e lo Stato, di concerto, riuscirono a far tornare i lavoratori al lavoro.

I minatori, ormai soli, continuarono a rifiutarsi di accettare i tagli salariali e rimasero in sciopero fino a novembre. Sebbene fossero stati istituiti fondi di soccorso locali e fossero state ricevute alcune donazioni dall’URSS, la fame e la povertà li costrinsero infine ad arrendersi.

“Fino a novembre ci fu una brocca di zuppa al giorno; due volte ricevemmo mezza corona dai soldi inviati dai russi, e una o due volte ricevemmo otto scellini a turno per spalare il carbone grezzo che gli ospedali potevano utilizzare come combustibile. E questo era tutto. Vivevo in un alloggio a 2 sterline a settimana e dovevo restituire ogni penny in seguito. Se eri sposato era peggio; dovevi vendere i mobili; se ti davano il sussidio parrocchiale, ti dicevano: «Non hai bisogno di quel tappeto; perché vuoi quelle tende eleganti?»”

John Campbell, minatore scozzese, citato in: R.A. Leeson, Strike: A Live History, 1973

La sconfitta dello sciopero ebbe anche conseguenze più ampie. L’adesione ai sindacati calò e subentrò la letargia. I difensori del sistema capitalista, compresi quelli di sinistra, esultarono e pensarono che sarebbe stato il colpo di grazia all’idea che lo sciopero potesse ottenere qualcosa. E per consolidare la loro vittoria, il governo approvò il Trade Disputes and Trade Unions Act del 1927, che vietava gli scioperi di solidarietà e imponeva restrizioni ai picchetti di massa (fu abrogato nel 1946 ma poi ripristinato sotto la Thatcher).

Gli attori politici

Il Partito Laburista fu fondato nel 1900, in occasione di una conferenza sponsorizzata dal TUC, come comitato di rappresentanza politica dei sindacati in Parlamento. Nel 1926 ebbe il suo primo mandato di governo con il breve ministero di Ramsay MacDonald del 1924 (quando p***e un voto di sfiducia, Baldwin tornò al potere). Pur aggrappandosi alla retorica socialista, MacDonald rivelò rapidamente da quale parte della lotta di classe si schierasse: il suo governo rifiutò di sostenere i lavoratori ferroviari nella loro vertenza e poi invocò l’Emergency Powers Act del 1920 in risposta agli scioperi nei porti e nella metropolitana di Londra. Non sorprende quindi che i lavoratori non potessero contare sul Labour, il partito della sinistra capitalista, per schierarsi dalla loro parte nel 1926. C'era anche l'Independent Labour Party (ILP), apparentemente di carattere più socialista ma essenzialmente un gruppo di pressione all'interno del Labour, con membri che avevano la doppia tessera (fino ai vertici: lo stesso MacDonald era nell'ILP). Così, sebbene l'ILP esprimesse sostegno allo sciopero, sosteneva una politica di moderazione e non proponeva alcuna strategia rivoluzionaria.

I lavoratori con una mentalità più militante potevano rivolgersi al Partito Comunista della Gran Bretagna (CPGB), che nei mesi precedenti lo sciopero aveva preso più sul serio la necessità di una preparazione concreta della lotta. In realtà, questo processo di radicalizzazione era stato anticipato sia dal Partito Laburista (che aveva preventivamente escluso dalle proprie file i membri del CPGB) sia dal governo conservatore (che aveva preventivamente fatto arrestare i membri di spicco del CPGB).

Nel 1924 il CPGB istituì il Movimento Nazionale delle Minoranze, guidato da Tom Mann, al fine di ampliare la propria influenza tra la classe operaia e i sindacati. Fu questa organizzazione a prendere l’iniziativa di creare i Consigli d’Azione – sebbene la leadership del CPGB avvertisse che «non doveva esserci alcun organismo rivale del Consiglio dei Sindacati».(3) Ed è questo che caratterizzava le prospettive contraddittorie del CPGB: da un lato, il partito sosteneva l’estensione dello sciopero e la sua trasformazione in una potente arma di lotta; dall’altro, il partito faceva di tutto per incatenare il movimento entro i confini del “Movimento Laburista” ufficiale. Le ragioni di ciò risalgono al processo mal gestito di formazione del CPGB nel 1920 e alle direttive politiche che ora provenivano da Mosca. A causa del fallimento dell’ondata rivoluzionaria in Europa e dell’isolamento dell’URSS, la Terza Internazionale imponeva sempre più ai partiti comunisti affiliati politiche che tendevano all’appeasement con il mondo capitalista invece che alla rivoluzione mondiale – nel Regno Unito, ciò era indicato, ad esempio, dalla formazione del Comitato anglo-russo nel 1925, essenzialmente un tentativo di “fronte unico” tra la burocrazia dei sindacati britannici e sovietici. Quindi, nonostante il fatto che molti membri del CPGB avessero svolto un ruolo significativo nel movimento, il partito nel suo complesso non riuscì a fungere da punto di riferimento rivoluzionario affidabile.

La politica del “fronte unico” costrinse il CPGB a considerare la leadership del TUC e il Partito Laburista come possibili alleati. Quando lo sciopero generale si concluse con una sconfitta, ci furono alcune dispute interne al partito sul fatto che si fosse fatto abbastanza per denunciare il “tradimento” del Consiglio Generale del TUC, ma il problema andava oltre. Il CPGB fondamentalmente non capiva il ruolo strutturale che il TUC svolgeva come organo di mediazione tra lavoratori e padroni. I leader del TUC non «tradirono» i lavoratori, quanto piuttosto adempirono alla funzione che era loro destinata. Il CPGB limitò la sua analisi a un fallimento della leadership:

“Questo sciopero non è stato spezzato dal potere della classe capitalista, ma dal fallimento della leadership di destra. Il fallimento della leadership di destra non è un temporaneo cedimento di coraggio o di giudizio, ma un fallimento dell’intera politica che hanno p***eguito”.

Comitato esecutivo del CPGB, «Why the Strike Failed», Workers' Weekly, 4 giugno 1926

Naturalmente il sentimento espresso qui è che i comunisti avrebbero dovuto occupare invece posizioni di leadership. Ma i pericoli di ciò erano già evidenti alcuni anni prima – nel 1921, Robert Williams, il presidente della Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Trasporti che prese la famigerata decisione di non sostenere i minatori nel “Venerdì Nero”, era egli stesso in realtà un membro del CPGB. Per questo fu espulso dal partito e rientrò nel Labour; tuttavia, episodi come quello avrebbero dovuto sollevare questioni politiche più ampie sul fatto che sia il comunista a cambiare la leadership della burocrazia sindacale, o se sia la burocrazia sindacale a cambiare il comunista. Come se ciò non bastasse, per sfidare la “dirigenza di destra” il CPGB chiese... più potere al Consiglio Generale del TUC e un ulteriore intreccio con il compromesso Partito Laburista!

“Una campagna di riorganizzazione sindacale volta a: (1) garantire l’adesione sindacale al 100%, (2) conferire maggiori poteri al Consiglio Generale, (3) rafforzare i centri locali di solidarietà della classe operaia attraverso la creazione di comitati di fabbrica e consigli di categoria più influenti. ... Lo sviluppo di una politica e di una leadership di sinistra all'interno del Partito Laburista, attorno a un programma di rivendicazioni della classe operaia che sfidi il capitalismo in modo radicale e il coordinamento dell'attività parlamentare con il movimento di massa all'esterno”.

Comitato Esecutivo del CPGB, “Why the Strike Failed”, Workers' Weekly, 4 giugno 1926

In altre parole, nel 1926 ai lavoratori militanti mancava un'organizzazione politica indipendente dal Partito Laburista e dai suoi sindacati. Gruppi come il Socialist Labour Party (SLP), il Socialist Party of Great Britain (SPGB), il Communist Workers' Party (CWP) di Sylvia Pankhurst o l'Anti-Parliamentary Communist Federation (APCF) di Guy Aldred, a quel punto si erano sciolti, erano ridotti a un'esistenza locale marginale o non erano riusciti a interve**re in modo significativo nel movimento. L'APCF contrappose giustamente allo slogan del CPGB «Tutto il potere al Consiglio Generale» lo slogan «Nessun potere al Consiglio Generale» e «Tutto il potere ai lavoratori attraverso i comitati di sciopero e le assemblee di massa» (4) – tuttavia, il numero speciale del giornale in cui questi slogan furono proposti fu pubblicato quattro giorni dopo che lo sciopero era già stato revocato. Anche l’SPGB commentò lo sciopero dopo la sua conclusione, riassumendo che la lezione principale era «Fidatevi e sarete traditi» e che «agli stessi “leader” era stato affidato il potere, e hanno agito secondo le stesse linee di prima» (5), ma non propose alcuna linea d’azione alternativa che i lavoratori potessero intraprendere nella loro lotta.

Le lezioni

“Finché è durato, però, è stato bello; uno stile di vita organizzato, basato sul non lavorare. È stato bello come un corso universitario. Abbiamo ospitato relatori, come Tommy Jackson, il docente marxista, e abbiamo offerto loro un pubblico numeroso. Un pubblico vincolato, in realtà, perché non andavamo da nessuna parte. Così abbiamo usato il tempo per imparare; si può imparare qualcosa anche da una sconfitta. E bisogna ricordare che tutte le grandi battaglie di quei giorni furono azioni di retroguardia che combattemmo e perdemmo – 1921, 1925, 1926”.

John Collinson, minatore di Durham, citato in: R.A. Leeson, Strike: A Live History, 1973

Fin dal 1926, gran parte della sinistra britannica non ha fatto altro che ripetere la linea del CPGB secondo cui la sconfitta dello sciopero generale era dovuta a un fallimento della leadership. E ogni volta che c’è un segno di intensificazione dell’azione sindacale, come più recentemente durante l’ondata di scioperi del 2022/23,(6) si sentono le stesse richieste al TUC di dichiarare uno sciopero generale. In altre parole, le lezioni del 1926 non sono state imparate.

Al contrario, cinquant’anni fa la neonata Communist Workers’ Organisation (CWO) scriveva:

“Una lezione preziosa che è emersa dallo sciopero generale è stata quella di mostrare chiaramente la natura dei sindacati. Nel criticare il ruolo dei sindacati dobbiamo chiarire che non si tratta semplicemente di leader cattivi, stupidi o reazionari, ma che i sindacati stessi sono parte integrante dello Stato capitalista. Non cerchiamo di riformare i sindacati, ma piuttosto di abolirli insieme a tutti gli altri aspetti del capitalismo. Che i sindacati fossero strettamente legati allo Stato capitalista divenne evidente a molti nel 1914, quando si schierarono con fermezza a sostegno della guerra imperialista. Ma per molti lavoratori la presa di coscienza del nuovo ruolo dei sindacati come parte dello Stato non sarebbe arrivata fino allo sciopero generale. ... Per i sindacati lo sciopero generale è stato una rottura con il loro precedente ruolo di parlamentarismo, una disavventura sindacalista da non ripetere mai più. ... Per la classe lo sciopero generale non può mai essere la via da seguire. Imposto com’è dai sindacati che agiscono per contenere la lotta a favore dello Stato capitalista, riflette solo la debolezza e la demoralizzazione di una classe operaia sconfitta. Oggi, mentre la classe operaia continua a combattere gli attacchi del capitale, qualsiasi attività di sciopero generalizzato non sarà il risultato di una chiamata all’«azione» da parte dei burocrati sindacali, ma la risposta della classe operaia per approfondire e generalizzare il proprio movimento al fine di portarlo a un livello superiore. Tuttavia, questo non sarà uno sciopero generale come nel 1926, ma uno sciopero di massa prodotto dalla necessità di unificare le lotte della classe contro lo Stato.”

CWO, Workers' Voice, n. 18, aprile/maggio 1976

Nel 1926, sia la classe dominante che i falsi amici all’interno del Partito Laburista e della burocrazia sindacale temevano la stessa cosa: il potere organizzato della classe operaia. J. R. Clynes, membro del Consiglio Generale, lo affermò chiaramente proprio in quell’occasione, al congresso del TUC del 1925: «Non temo la classe capitalista. L'unica classe che temo è la nostra.»(7)

Oggi, proprio come un secolo fa, è compito storico dei lavoratori riscoprire quel potere che ha il potenziale di scuotere le fondamenta dell'ordine mondiale capitalista e salvare l'umanità da un futuro di guerre infinite, crisi economiche e distruzione ambientale.

Dyjbas

Communist Workers' Organisation

November 2025

A distanza di cento anni, lo sciopero generale del 1926 rimane un evento leggendario: di fronte ai livelli relativamente bassi delle lotte di classe degli ultimi decenni, molti oggi lo guardano attraverso gli occhiali colorati di rosa di una nostalgia fuori luogo. Probabilmente la più grande verten...

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