09/10/2026
LA BARBARIE INFINITA. LE CAUSE CHE HANNO PORTATO ALLA CRISI DEL MEDIO ORIENTE
Ripubblichiamo una serie di articoli sul massacro del 7 ottobre 2023 e sull'ecatombe di Gaza, tuttora in corso, che analizzano il ruolo di Israele e di Hamas nell'ambito di una tendenza alla guerra generalizzata tra i due (attuali) fronti imperialisti principali, spinta dalla crisi perdurante e strutturale del capitalismo mondiale.
Una delle domande che gli osservatori più accorti si sono posti dopo il tragico 7 ottobre e per tutto il periodo della devastante risposta bellica di Israele era ed è: “come è possibile che i servizi segreti di Tel Aviv non sapessero dell'attacco di Hamas?”. E’ immaginabile che il Mossad, lo Shin Bet ,che passano per essere i servizi segreti più efficienti al mondo, in grado di organizzare omicidi mirati ai capi militari di Hamas e degli esponenti politici degli Hezbollah, siano rimasti completamente all’oscuro di tutto? Come si spiega che questi Servizi siano persino riusciti ad uccidere il capo di Hamas a Teheran con una operazione chirurgica, sapendo in anticipo dove, quando e come fosse possibile portare a compimento una impresa che ha dell’impossibile? Per non parlare di un'efficienza meticolosa che è riuscita a manomettere, prima della consegna, una fornitura di cerca-persone acquistata da Hamas, per sfuggire alla individuazione dei suoi militanti. In particolare il Mossad ha da sempre monitorato, giorno e notte, gli spostamenti militari e politici dei suoi nemici nella Striscia di Gaza come nella Cisgiordania, pronto ad intervenire al minimo sospetto di un attentato suicida, figuriamoci di un attentato di quella portata che, verosimilmente, ha avuto mesi se non almeno un anno di gestazione.
La scioccante risposta è semplice: il Mossad e lo Shin Bet erano perfettamente a conoscenza di un sicuro attacco di Hamas ai danni di Israele. Supposizioni, dietrologia da strapazzo? No, ci sono le prove documentali che, una volta rese pubbliche, sono state minimizzate, ridotte a poco più di vaghe ipotesi infondate per poi metterle nel dimenticatoio, sottraendole alla stampa internazionale impedendone la circolazione.
Secondo una informativa di una nota emittente israeliana, la Channel 12 News, una fonte dello Shin Bet, operava da tempo nel territorio della Striscia di Gaza e, a tempo debito, stese un resoconto in base al quale denunciava che Hamas stava pianificando un attacco di notevole portata agli inizi di ottobre. Queste informazione arrivarono direttamente ad un agente superiore dello Shin Bet che, ovviamente, è rimasto nell’ombra. Ciò un paio di mesi prima dell’ottobre, in cui si specificava anche che l’attentato si sarebbe verificato nella settimana successiva allo Yom Kippur. 3 ore prima dell'attacco (sempre Channel 12) “L'Idf avrebbe allertato il governo israeliano poche ore prima dell'attacco di Hamas del 7 ottobre. Sarebbe questa l'inquietante rivelazione di Channel 12. In un report urgente, le forze israeliane avrebbero raccolto numerosi e preoccupanti segnali di attività di Hamas a Gaza alle 3,30 del mattino del 7 ottobre, tre ore prima dell'azione dei terroristi al festival Nova. Il documento sarebbe stato inviato ai funzionari dell'intelligence, a sette leader israeliani chiave, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu e l'allora Ministro della Difesa Yoav Gallant”.
A novembre del 2023, l‘autorevole New York Times aveva lanciato la notizia che i responsabili del governo israeliano sapevano perfettamente che Hamas stava organizzando un poderoso attacco e che questa conoscenza risaliva quasi ad un anno prima del fatidico 7 ottobre. Con la stessa autorevolezza, il NYT cita un documento di 40 pagine che, pur non indicando il giorno preciso dell’attentato, specificava nel dettaglio come evitare le strutture difensive di Israele e quale doveva essere la tipologia dell’attacco . A posteriori, si è potuto verificare come in questa informativa si descriveva minuziosamente quello che poi è tragicamente avvenuto. Si parlava di un attacco dal mare con gommoni e barchini, dal cielo con deltaplani e con l’aiuto di droni, via terra con moto leggere e qualche pick up, con l'aggiunta di alcuni camion per portare nella Striscia più prigionieri possibile. Inconfutabile è la informativa del NYT che rivela l’esistenza di una circostanziata documentazione di 40 pagine chiamata “Jerico Wall” venuta in possesso dei Servizi israeliani.
Dieci giorni prima dell’evento, il capo dei Servizi egiziani Abbas Kamel, secondo più voci attendibili mai smentite dall’interessato, avrebbe avvisato i Servizi israeliani che, di lì a pochi giorni, ci sarebbe stato un attacco da parte di militanti di Hamas. Tenuto conto del contrasto tra il governo egiziano e tutte le forme di integralismo, dai “Fratelli musulmani” in giù , nemici per antonomasia di al Sisi, la notizia, che peraltro aveva fatto indisturbata il giro del mondo senza una qualsiasi reazione da parte dei Servizi israeliani, non poteva essere che veritiera. Non solo, ma lo stesso Netanyahu sarebbe stato personalmente informato. A testiminianza “postuma” (ANSA) - NEW YORK, 25 SET - Il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel aveva avvertito Israele prima del 7 ottobre su un possibile attacco di Hamas. Lo riporta The Atlantic citando fonti israeliane, egiziane, americane, arabe ed europee, secondo le quali il 26 settembre 2023 Kamel era volato a Tel Aviv e aveva messo in guardia sul fatto che Hamas sembrava mobilizzarsi. Il margine di tempo per scongiurare un attacco stava stringendo e Kamel aveva raccomandato ai funzionari israeliani di concedere ad Hamas agevolazioni economiche per evitare il conflitto. Kamel non aveva fornito una data esatta per l'attacco, e non è chiaro con chi si sia incontrato. (ANSA).
Ovviamente sia lo Shin Bet che Netanyahu si sono ben guardati dal prenderli in considerazione, perché disturbava i loro piani. Il primo ha ammesso di esserne al corrente ma di ritenere che il referente era poco affidabile e che un piano del genere non poteva essere nel bagaglio tecnico-militare di Hamas. per cui hanno lasciato perdere! Il secondo, dopo il 7 di ottobre, ha spudoratamente negato di saperne qualcosa e di non essere mai stato avvisato, per evitare di essere ritenuto responsabile dell’attentato stesso e della cattura di 220 ostaggi. Come dire che se lo Shin Bet avesse preso in giusta considerazione le informative, avrebbe informato Netanyahu e agito preventivamente e tutto quello che è successo dopo non ci sarebbe stato. Ma le cose sono andate volutamente molto diversamente.
E allora perché, pur essendo a conoscenza dell’attacco, Israele ha lasciato fare? Anche in questo caso la risposta è semplice quanto cinicamente tragica. Un simile proditorio attacco contro civili inermi, massacrati come animali da macello, avrebbe presentato su di un piatto d’argento la possibilità a Netanyahu di mettere in atto una azione militare di “legittima” ritorsione già programmata: quella di riorganizzare i rapporti di forza in Medio Oriente a proprio vantaggio, senza che l’opinione pubblica mondiale, Stati Uniti per primi, potessero ostacolarla. Sul piatto d’argento c’era da giocare la vincente carta della “legittima difesa” dei sacri confini nazionali contro la cieca barbarie di Hamas, contro i suoi alleati sciiti, gli Hezbollah libanesi, gli Houthi yemeniti, i gruppi jihadisti presenti in Siria e Iraq. Il tutto in chiave anti-iraniana, perché da sempre nemico numero uno di Israele. Nemico sia per la supremazia politico-economica dell’area, sia perché Teheran ha intensificato, da qualche decennio, i finanziamenti e l'approvvigionamento di armi a tutta la galassia sciita, Hamas compresa. Comunque le rappresaglie erano già cominciate nei mesi precedenti sia da una parte che dall’altra.
Ma la madre di tutte le cause dello spaventoso episodio bellico nella Striscia di Gaza e in Libano rimane l’evento del 7 ottobre.
LE VERE CAUSE DELLA CRISI MEDIO ORIENTALE
Se è vero che da sempre il mondo arabo ha rifiutato l’esistenza dello Stato di Israele e predicato la sua distruzione (rifiuto della risoluzione 181 dell'ONU sulla nascita dello Stato sionista e le 4 guerre arabo-israeliane), è altrettanto vero che in tempi recenti molti Stati arabi ne hanno accettato di fatto e giuridicamente l’esistenza e l’invalicabilità dei suoi confini, primo fra tutti l’Egitto. Il risultato è stato che l’obiettivo della cancellazione di Israele dalla cartina geografica del mondo arabo è rimasto bagaglio politico dei nazionalismi jihadisti, primo fra tutti quello di Hamas. Per correttezza va però detto che pochi anni fa (2018), nel nuovo Statuto, non si accenna più esplicitamente alla distruzione dello Stato di Israele, anche se, nei fatti, la si continua a perseguire. In compenso Netanyahu, alla televisione sui canali nazionali riuniti, dopo il 7 ottobre in piena guerra contro Hamas, cartina alla mano, ha ribadito che Israele (Eretz Israel) va dalla sponda destra del fiume Giordano al mar Mediterraneo, lasciando zero spazio all'ipotesi di due popoli e due Stati o di qualsiasi altro soluzione negoziale. In pratica, i due nazionalismi, quello sionista e quello jihadista, predicano la stessa cosa e si comportano di conseguenza.
Mentre la vigliacca azione contro inermi civili (valenza 10) aveva per Hamas gli scopi di mostrare di essere l’unica forza in grado di punire Israele, e non la corrotta ANP di Abu Mazen, di gratificare lo sponsor iraniano e di sollevare il mondo arabo contro il suo nemico mortale, la tremenda risposta di Israele (valenza 1000) aveva ben altri scopi che andavano oltre la punizione di Hamas. Infatti, ha colpito la popolazione civile, ha allargato il fronte della guerra al Libano e alla Siria. Ha bloccato gli aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza, non ha concesso alla Mezza Luna Rossa di soccorrere le vittime. Ha persino colpito volontariamente e ripetutamente le postazioni Unifil, perché non intralcino la progressione del suo disegno e non ci siano testimoni internazionali scomodi. Questo per di arrivare all’obiettivo superiore di un riordino dei rapporti di forza nel Medio Oriente dopo il 7 0ttobre. Riordino sulla base dei punti elencati sotto, non dichiarati pubblicamente ma perseguiti con la più feroce determinazione. Al riguardo, val la pena citare una dichiarazione congiunta di medici volontari americani nella Striscia, secondo la quale i morti tra la popolazione civile supererebbero le 90 mila unità, di cui un terzo di bambini, oggetto, tra l'altro, dei cecchini dell’esercito israeliano (fonte ISPI). .
Ecco i punti in questione:
1) Il primo e più importante punto è quello di creare le condizioni di fatto affinché si arrivi all’esodo (fuga) dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania, se non totale, almeno quantitativamente rilevante, e lasciare solo una piccola “riserva indiana” di facile controllo in terra di Palestina. L’auspicato esodo prevederebbe la pen*sola del Sinai come terra di accoglimento, ma al momento il progetto sembra essere di difficile attuazione per le reticenze dell’Egitto, che teme la presenza dello jihadismo in generale e quello dei Fratelli musulmani in particolare. Al riguardo al Sisi ha rifiutato un congruo pacchetto di miliardi di dollari offerto dal governo israeliano, giudicando il rischio nettamente superiore al presunto vantaggio rappresentato dall’ammontare dell’offerta economica. Per gli abitanti della Cisgiordania continua giornalmente l’erosione di territori e la distruzione delle abitazioni e dei campi coltivati con la violenza omicida dei coloni spalleggiati da guarnigioni dell’esercito. Assieme al Sinai, ci sarebbero, come luogo di “trasferimento”, la Giordania e la Siria che accoglie già centinaia di migliaia di profughi. Come le cose andranno a finire è tutto da verificare, ma il tentativo c'è e il governo israeliano ci sta lavorando pesantemente. Va da sé che un simile disegno, al di là delle effettive possibilità di realizzazione, non viene sbandierato ma nascosto dietro il “diritto di Israele di difendersi”.
2) Il secondo obiettivo, corollario del primo, è quello di annientare completamente tutti gli alleati di Hamas presenti nell’area (hashtag: non facciamo prigionieri). Ovviamente nel mirino ci sono gli Hezbollah palestinesi, al Nusra in Siria e analoghe organizzazioni in Iraq che, per il momento, rimane fuori dalle mire di Israele. Ci sono poi tensioni con il Qatar, che finanzia Hamas e con la Turchia, il cui presidente, in più occasioni, si è espresso in modo pesantissimo nei confronti di Netanyahu, definendolo “il nuovo Hitler”. Questi due ultimi paesi, che pur intendono giocare un ruolo determinante nel Mediterraneo contro le ambizioni egemoniche di Tel Aviv, non fanno parte della lista nera di Israele per il solo motivo che il Qatar è geograficamente lontano e ampliare ulteriormente il ventaglio dei teatri di guerra sarebbe un errore madornale. Con la Turchia non se ne parla nemmeno: uno perché non finanzia Hamas, due perché militarmente è la più forte potenza militare presente nel Mediterraneo dopo gli Usa. Per cui Israele si “limita” a colpire, oltre Hamas, il Libano con intensi bombardamenti su Beirut e sulla valle della Bekaa, ovvero i due maggiori tentacoli della repubblica degli ayatollah che, come si diceva, è il nemico più importante di Israele. Per perseguire tutti questi obiettivi, Netanyahu non solo ha deciso di uccidere Nasrallah il giorno dopo che si era pronunciato a favore di un cessate fuoco per ragioni umanitarie, ma si è spinto fino colpire postazioni ONU posizionate lungo la linea blu che separa il Libano da Israele, con tanto di ferimento di una decina di militari.
3) Corollario del punto 2, colpire duramente l’Iran, distruggere le sue centrali nucleari, anche se l'arricchimento dell’uranio necessario a costruire ordigni atomici è solo al 60%, quando sarebbe necessario che fosse al 90%. Sarebbe una azione preventiva che nelle prospettive di Israele deve essere necessariamente fatta per la sua sicurezza e per mettere definitivamente in ginocchio il governo di Teheran. Il piano prevederebbe anche la distruzione delle strutture petrolifere (pozzi, pipeline ecc.), dei centri militari missilistici e dei depositi di armi. Al momento Tel Aviv ha ricevuto “l’indicazione” da Washington di limitarsi all’annientamento delle strutture militari, ma non di quelle relative all'arricchimento dell’uranio e, tanto meno, di quelle petrolifere. Secondo gli analisti del Pentagono, l'Iran deve essere messo in ginocchio economicamente e militarmente, ma con avvedutezza. Per la costruzione della bomba atomica c’è ancora molto tempo, mentre per il petrolio iraniano, la cui esportazione va per il 90% in Cina, è meglio soprassedere per non svegliare “il cane che dorme” o che fa finta di dormire. L’attuale Amministrazione americana, come quelle a venire, sanno che i conti con la Cina si dovranno fare e saranno conti pesanti, da mettere in crisi sia il mondo orientale che quello occidentale. Ma vogliono essere loro a stabilire tempi e modi, per cui, al momento, tutti fermi aspettano gli sviluppi della crisi medio-orientale e il preannunciato attacco israeliano all’Iran, tenendo in debita considerazione il fatto che, pur non intervenendo in prima persona nel conflitto tra Hamas-Libano e Israele, Russia, Cina e Turchia e, con una valenza più bassa, anche Qatar, India e Brasile si sono pronunciati a favore dei palestinesi. Le bocce sono ferme, ma la partita deve ancora cominciare.
4) Non da ultimo c'è l’annoso problema del gas-petrolio, emerso a partire dal 1990. Una questione vitale sia per i palestinesi che per Israele e consiste nel possesso, gestione e commercializzazione dei bacini gas-petroliferi offshore a 36 chilometri dalle coste della Striscia di Gaza. I due giacimenti che, per comodità di discorso, chiameremo Marin 1 e Marin 2, hanno riserve accertate per 35 miliardi di metri cubi di gas e con una capacità tecnica di estrazione di 1,5 miliardi di metri cubi l’anno ma, pur appartenendo ai territori palestinesi, Gaza non ne può usufruire per il veto di Israele. In pratica, i giacimenti sono rimasti parzialmente inutilizzati sino al 2016, quando la gestione è stata presa da una Company terza, la Shell, che ha resistito sino al 2018 per poi ritirarsi per i contrasti con Israele. Stando alla ricostruzione della vertenza, secondo gli osservatori arabi, tra Hamas e Israele, prima del 7 ottobre, ci sarebbero stati contatti per tentare di addivenire ad una soluzione della questione. Anche in questo caso l’obiettivo non è stato raggiunto per le pretese e i veti israeliani. Tenuto conto dell’importanza economica e strategica dei due giacimenti, non è assolutamente escluso che la questione gas-petrolio abbia avuto un ruolo sia nell’attacco del 7 ottobre, sia nella violenta risposta di Israele. Due mesi prima dell’ottobre '23, Hamas aveva dichiarato che “il gas di Gaza appartiene a tutti i palestinesi di Gaza (notare l’esclusione della ANP di Abu Mazen) e solo loro hanno il diritto di investirvi….L’occupazione israeliana non può imporre le sue richieste e restrizioni alle nostre capacità e alla nostra ricchezza naturale” (fonte ISPI). Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni di Hezbollah libanese (fonte il notiziario The Cradler), che ha “minacciato Israele di guerra se al Libano non fosse stato permesso di sfruttare la sua quota del giacimento di gas di Karish” posto ai confini con il territorio israeliano. Certamente, sono valsi altri problemi a scatenare la guerra in Medio oriente, problemi che abbiamo tentato di individuare, ma altrettanto certamente il tragico episodio del 7 ottobre e la violentissima reazione di Tel Aviv hanno avuto anche nella questione energetica una loro valida ragione d’essere. Entrare in possesso esclusivo di questi giacimenti è senza dubbio un vantaggio inestimabile.
Tutto questo in attesa dell’attacco all’Iran che arriverà sicuramente e che dovrebbe scattare entro in 5 novembre, ovvero prima delle elezioni americane. Data non simbolica ma strategica. Biden ha promesso di togliere gli aiuti militari a Tel Aviv se non consentirà alle autorità sanitarie e di soccorso alimentare, ferme dal primo ottobre, di entrare nella Striscia, se non cesserà di colpire le strutture ONU, se non la smetterà di perseguire la totale distruzione di Gaza e del Libano del sud. Anche se le minacce di Biden, fino a ieri, si sono rivelate fasulle e prive di deterrenza, dopo la lunga telefonata con Biden Netanyahu ha dovuto accettare che i bombardamenti sull’Iran devono riguardare solo le strutture militari e non quelle nucleari e petrolifere. Nelle speranze di Netanyahu c’è l’aspettativa che il prossimo presidente possa essere, qualunque esso sia, ancora più accondiscendente nei confronti dei progetti di Tel Aviv. Nel frattempo, l’esercito israeliano continua la sua opera di totale distruzione per creare uno “status quo” dal quale, poi, sarebbe difficile tornare indietro per tutti gli attori del Medio oriente, direttamente o indirettamente coinvolti, Usa compresi. Nemmeno la morte di Sinwar, dopo quelle di Haniyeh e Nasrallah fermerà Israele perché l’obiettivo di fondo resta la pulizia etnica, l’eliminazione dei palestinesi dalla Palestina e poi l’Iran, favorendo un cambiamento di regime meno ostile alle mire israeliane in terra di Palestina. Persino l’Human rights Watch, in un recente dossier di 154 cartelle ha denunciato Israele di crimini di guerra contro Gaza. Secondo le accuse il governo di Tel Aviv avrebbe il piano di “creare zone cuscinetto e corridoi di sicurezza” mediante “uno sfollamento deliberato e massiccio” dei civili palestinesi. In altri termini “crimini di guerra e pulizia etnica”. Non a caso, e per la prima volta, un piccolo contingente di soldati israeliani (130) ha ufficialmente dichiarato di non voler più combattere per il loro governo perché ha ritenuto che “questa guerra non è più una guerra di difesa ma un programmato massacro di civili”. Poca cosa, anche se non imboccherà mai la strada del disfattismo rivoluzionario, è un segnale importante contro la guerra e la sua infinita barbarie che dovrebbe essere imitato da tutti i soldati e proletari chiamati a combattere per cause e interessi che non sono i loro. Nella fattispecie l’esempio vale per i soldati di Israele ma anche per quelli palestinesi, per quelli russi e quelli ucraini. Non spararsi gli uni contro gli altri, ma rivolgere le armi contro quelli che li mandano al massacro.
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16/10/24
Post scriptum
Come promesso, e non poteva essere altrimenti, nella notte del 25 ottobre Israele ha attaccato l’Iran. L’attacco ha colpito il sistema di difesa aerea iraniano per consentire agli F 16, “gentilmente” forniti dall’amministrazione Biden, di avere la opportunità tattica di agire indisturbati e di bombardare le postazioni militari, le fabbriche di droni e di missili che in precedenza sono stati lanciati sui cieli israeliani.(1 ottobre). Tre ore di bombardamenti, quattro morti tra i Pasdaran, senza toccare le centrali nucleari né le strutture petrolifere, come da accordi (imposizioni) con gli Usa, che Netanyahu ha dovuto accettare a malincuore. L’operazione che era stata concordata con gli Usa e preannunciata, doveva essere solo un monito per la Repubblica degli ayatollah, senza stimolare una risposta che avrebbe creato una situazione di tensione bellica, non soltanto in tutta l’area, perché avrebbe potuto innescare un episodio bellico di più vasta portata. Il possibile rischio sarebbe stato quello di una reazione, già messa in preventivo dal governo di Teheran, di colpire le strutture petrolifere dei maggiori paesi produttori petrolio dell’area. Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Bahrein e gli stessi giacimenti israeliani del Mediterraneo. Lo stesso Sean Savett, portavoce del Consiglio per la sicurezza americana, ha riferito che nessun militare americano ha partecipato all'operazione, dimenticandosi di citare l’invio degli F 16 arrivati in zona dalla Germania, la copertura satellitare per individuare gli obiettivi, i finanziamenti all’esercito di Tel Aviv e l’impianto difensivo di missili anti-missili che tanto hanno giovato alla difesa di Israele. Dimenticanza a parte, gli Usa hanno voluto giocare una partita a rischio zero, imponendo all'Iran e ai suoi alleati un avvertimento, ma senza andare oltre. Stati Uniti sul piede di pace, dunque? Manco per sogno. L’America era in piena emergenza elettorale, il futuro politico era incerto e le necessità strategiche sono orientate più verso l’Indo-Pacifico, verso la sempre maggiore pressione cinese in termini di concorrenza economica e finanziaria, e verso la latente crisi di Taiwan. Per cui, tempo al tempo. Da Washington si aspettano le reazioni, anche solo diplomatiche, di Cina e Russia, poi si vedrà.
Nell’immediato, la Russia si è limitata a condannare l’operazione israeliana, ha fatto appello ai membri del BRICS affinché facciano sentire la propria voce contro Israele, concludendo che, se ci fosse un seguito con attacchi alle basi nucleari, Mosca aiuterebbe Teheran a colpire le strutture nucleari israeliane di Dimona. La repubblica degli ayatollah ha inizialmente fatto sapere che i danni subiti sono minimi e che se l’attacco israeliano finisse lì non ci sarebbero risposte ma che, in caso contrario, ci sarebbe il rischio di un conflitto aperto. Ali Khamenei sta solo aspettando che la Cina si pronunci, sia per questioni di alleanza che economiche, infatti il petrolio iraniano per il 95% finisce nella vorace economia cinese e da quella sponda aspetta risposte definitive prima di eventualmente muoversi. Dopo che Israele ha continuato a bombardare quello che resta della Striscia e il libano, distruggendo persino alcune installazioni dell’UNRWRA (Agenzia dell’ONU che si interessa dell’aiuto ai profughi palestinesi), Khamenei ha alzato il tono minacciando apertamente Israele. L’Arabia Saudita, in bilico tra il Patto di Abramo e la sua recente entrata nel gruppo dei BRICS assieme all’Iran, si è espressa contro Israele: “L’aggressione israeliana alla Repubblica Islamica d’Iran è una violazione della sua sovranità e una violazione delle leggi e delle norme internazionali”, senza aggiungere altro. Allo stesso modo si è espresso l'Oman. La Cina per ora tace. Tutto sembrerebbe che Pechino sia orientato verso una, seppur difficile, soluzione negoziale, ma potrebbe essere la quiete prima della tempesta. Infatti sia Netanyahu che Khamenei, mentre si svolgono a Doha i tentativi per un cessate il fuoco a Gaza e si tratta per la restituzione degli ostaggi, si scambiano feroci messaggi di ostilità.
Mentre il mondo attendeva l’attacco israeliano contro l'Iran, Pechino che ha ben altri problemi da affrontare, ha duramente condannato la vendita a Taiwan di missili a lunga gittata (terra-aria) da parte americana. Secondo le dichiarazioni cinesi fornite dal Ministero degli Affari Esteri, l’atto di Washington non solo pregiudica gravemente i rapporti tra le due potenze ma, addirittura, creerebbe le condizioni per l’apertura di una crisi che potrebbe portare alla rottura della pace in quell'area. La nota cinese continua ammonendo che la vendita di sistemi missilistici “viola gravemente la sovranità e gli interessi di sicurezza della Cina, danneggia gravemente le relazioni Cina-Usa e mette in pericolo la pace e la stabilità di tutta l’area”. Non è una dichiarazione di guerra, ma le denunce e le minacce sono palesi e pesanti. In aggiunta, è da mesi che le due flotte militari pattugliano il perimetro dell’isola come a sottolineare che sulla “questione Taiwan” nessuno dei due è disposto a fare un passo indietro. Al riguardo, la Cina lavora alacremente alla costruzione di un sofisticato sistema radar su di una barriera corallina nel Mar cinese per contrastare gli stealth americani, che sono dei caccia invisibili ai radar normali. Secondo il centro studi inglese, Il Royal Institute of International Affaire Chatham Hause, Pechino starebbe per completarne la costruzione nell’isola di Triton, nella parte sud-occidentale dello strategico arcipelago delle isole Paracelso. Questa rete di radar dall’importante valore strategico e militare, contemporaneamente, fungerebbe anche da base per il lancio di missili di ultima generazione. Secondo l’Agenzia Reuters le portaerei cinesi Liaoning e Shandong hanno fatto e continuano a fare esercitazioni in doppia formazione nel Mar cinese meridionale a partire dai primi di novembre in preparazione di eventuali azioni militarmente più complesse.
La vittoria di Trump alle presidenziali con la maggioranza repubblicana al Senato e alla Camera Bassa certamente non migliorerà le tensioni in atto ma rischia di fungere da acceleratore, anche se Pechino si è espressa con un ambiguo “adesso coesistenza pacifica” in palese contrasto con le dichiarazioni precedenti. Mentre Netanyahu si è immediatamente congratulato per la schiacciante vittoria che consente "un nuovo inizio per l'America e un impegno potente" ovviamente a favore della migliore collaborazione tra i due governi. In termini più espliciti, l’enunciazione è che Trump non ostacoli il devastante compimento del suo piano in terra di Palestina ma lo appoggi senza gli allentati freni della vecchia amministrazione che, pur dando consistente appoggio a Israele ha spinto per arginare la violentissima reazione di Tel Aviv contro tutto e tutti facendo stragi di civili. Valga come esempio la tremenda continuazione dei bombardamenti su Gaza e in Libano per poi concentrasi, con la nuova Amministrazione, sull’Iran come da buoni alleati, per costruire un nuovo ordine in Medio oriente che vedrebbe Israele quale cardine centrale. In un simile progetto non c’è alcun spazio per la fantomatica ipotesi di due popoli e due stati. D’altra parte le pretese israeliane non cadono dal cielo. Nella precedente Amministrazione trumpiana, più precisamente nel 2019, il genero di Trump, Kushner, factotum per la politica estera, aveva stabilito un accordo con Israele affinché si considerassero, a livello giuridico internazionale, i territori occupati e le profonde intrusioni dei coloni nella Cisgiordania, come legali a tutti gli effetti. E che, alla prima occasione, il 30% di quello che resta del territorio cisgiordano cadesse nelle mani di Israele. L’occasione è arrivata e il parlamento israeliano sta già pianificando il progetto approvando una legge in base alla quale si passerebbe alla deportazione di individui, gruppi e famiglie che “ esprimono appoggio, sostegno o identificazione con l’atto terroristico di Hamas”. Praticamente l'avviso riguarda tutti gli abitanti di Gaza, quelli della Cisgiordania buona parte di quelli che abitano in Israele e “sono cittadini israeliani”, compresi gli abitanti di Gerusalemme est. La deportazione in luoghi da destinarsi va da un minimo di 7 anni ad un massimo di 20. Dove? Nel deserto del Negev attraverso l’installazione di enormi campi profughi o, meglio ancora, costretti dopo la detenzione, a rifugiarsi in Giordania, Egitto o Siria a seconda delle disponibilità di accoglienza dei suddetti paesi. Sapevano eccome ( a proposito del 7 ottobre) 2
Le destre sovraniste internazionali, la stampa sionista, i frequentatori faziosi delle trasmissioni televisive, i pennivendoli amici di Netanyahu giustificano il genocidio del popolo palestinese, la pulizia etnica, la barbara crudeltà nei confronti della popolazione civile come la giusta risposta alla barbarie compiuta da Hamas nel famigerato 7 0ttobre. In aggiunta il governo di Tel Aviv si è inventato una narrazione falsa, quanto sorprendentemente scomparsa dalla stampa internazionale, persino di quella che aveva denunciato il falso contenuto della narrazione stessa.
La farsa del “non ne sapevamo nulla” e abbiamo sottovalutato le potenzialità di Hamas nella tragica vicenda del 7 ottobre non sta assolutamente in piedi. Il governo Netanyahu accusato da una pressante opposizione interna, nata dai famigliari degli ostaggi e appoggiata da larghi strati della popolazione, doveva in qualche modo dare una risposta. La risposta è arrivata con tanto di conseguenze ai vertici militari dell’IDF.
In prima battuta si è riproposta la tesi secondo la quale le informative, provenienti da più parti, non sono state ritenute credibili per l'inaffidabilità delle fonti e che lo Shin Bet le ha classificate come fasulle. Successivamente si è adottata la “falsa” narrazione che Hamas non avesse le capacità tecniche per organizzare un simile attacco. In aggiunta, come se fosse una valida giustificazione da esibire all’opinione pubblica interna e internazionale, si è fatta circolare la notizia che l’IDF fosse distratto dall’impegnato in Cisgiordania lasciando così sguarnito il fronte di Gaza al confine con l’Egitto. Come dire “avevamo ben altro a cui pensare” che non dar retta alle “dicerie” sulle intenzioni di Hamas.
Al dunque però, per tacitare una volta per tutte la inferocita apposizione, Netanyahu ha dovuto far saltare qualche testa che, guarda caso, apparteneva alla schiera dei suoi nemici di governo. Il primo costretto a dimettersi dal suo ruolo di capo di stato maggiore dell’esercito è stato il generale Herzi Halevi che si è assunto l'onere delle presunte responsabilità (inettitudine) dell’IDF in occasione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il generale ha coattamente recitato la sua parte, il”mea culpa” dicendo:"Ero il comandante dell'esercito il 7 ottobre e ho le mie responsabilità, in quanto capo dell'esercito". Recita seguita dalle inevitabili dimissioni, come ammenda, auto inflitta , per la mancata vigilanza in occasione dell’attacco che ha ucciso 1200 cittadini israeliani e preso in ostaggio altri 251. Che tutto questo sia stata una tragica farsa lo dimostrano, oltre agli avvertimenti del capo dei servizi segreti egiziani, i programmi televisivi di Ciannel 12 e il dossier di 40 pagine pubblicato dal New York Times dove si descrivono anche i dettagli di come sarebbe stato l’attacco del 7 ottobre, anche se, soprattutto, una indagine di un alto funzionario militare di cui, ovviamente non si è mai fatto il nome .
Sinwar preparava il 7 ottobre dal 2017
L'indagine da parte di questo funzionario militare israeliano ha inizialmente affermato che, negli ambienti dello Shin Bet come del Mossad, la presunta percezione che Hamas non volesse la guerra, avrebbe comportato decisioni errate che portavano a non intraprendere azioni militari preventive per proteggersi adeguatamente da attacchi come quello che si è verificato il 7 ottobre. Era la solita manfrina del “non sapevamo” o della “sottovalutazione” ma in chiusura il funzionario militare ha dovuto anche dichiarare che l'intelligence israeliana era a conoscenza di tutti gli avvertimenti e che il defunto leader di Hamas Yahya Sinwar pianificava l'attacco già dal 2017. Ma allora come è possibile che Hamas abbia potuto dare vita a un episodio simile, indisturbato e senza la purché minima opposizione quando era palese ai servizi segreti israeliani, e non solo, che lo si programmava dal 2017 e che gli avvertimenti dei servizi segreti egiziani e altre fonti interne paventavano l’attacco ai primi di ottobre? La risposta è semplice. Israele non aspettava altro che l’attacco avesse luogo per mettere in atto il suo pressante programma di stroncare tutti i rami del nemico iraniano: Hamas, Hezbollah, lo jihadismo sciita in Siria, quello iracheno, indebolendo così un alleato della Cina in un snodo importante della Via della seta (favori al protettore americano), per poi dedicarsi alla “storica” questione interna di annullare l’idea del progetto “due popoli e due Stati”. Come contropartita non è mancato ovviamente l’appoggio americano che ha giudicato la vecchia proposta dei due Stati come impraticabile. Trump ha aggiunto che lo Stato di Israele ha il diritto, non solo di tenersi tutti i territori precedentemente occupati, ma di poter prendere possesso anche di buona parte dei territori della Cisgiordania e, per il “palazzinaro Trump”, fare di Gaza un luogo di business di lusso per miliardari internazionali. (infame il progetto di una nuova Miami mediterranea che dovrebbe sorgere sul sangue del popolo palestinese che gli stessi Usa hanno contribuito a spargere). Ai palestinesi si consiglia di migrare in altri posti, che altro non sarebbero che dei campi profughi, se non addirittura dei lager, in qualche paese arabo che, per tanti soldi, si proponesse come interessato ospitante. Esempio di come l’arroganza della forza bruta dell'imperialismo non abbia limiti. Il duo Trump -Netanyahu ha prodotto, con una determinazione devastante in Medio Oriente, un nuovo ordine imperialista di cui i presidenti americani sono i mandanti e il capo del governo israeliano l’esecutore materiale, con tutti i vantaggi del caso per le sue strategie nazionalistiche e di dominio nel nuovo ordine mediorientale. Intanto Il Segretario di Stato americano Marco Rubio, a mo di risarcimento dello sforzo bellico israeliano, ha reso noto di aver firmato una dichiarazione per accreditare circa 4 miliardi di dollari di aiuti militari a Israele. E così si chiude il cerchio a vantaggio di entrambi. Altro che “non ne sapevamo niente e siamo stati colti di sorpresa”. In aggiunta per concludere la questione si ha che: AGI - Il primo ministro Benjamin Netanyahu è volato in segreto ad Abu Dhabi per chiedere al presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, di negare di averlo avvertito che Hamas stava preparando un attacco prima del 7 ottobre 2023. Lo ha rivelato l'Associated Press. firmato da Shlomi Eldar e Ruth Yuval.
Il giornale ha riferito l’8 settembre che Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati, alla fine di settembre 2023, cioè dieci giorni prima dell’attacco del 7 ottobre di Hamas contro Israele, in una telefonata di 45 minuti avrebbe detto a Netanyahu che Yahya Sinwar, allora leader di Hamas a Gaza, stava preparando una grande operazione.
Secondo il rapporto, Netanyahu "ha reagito con relativa calma" e ha assicurato a bin Zayed che Israele era pronto per qualsiasi scenario e che, se ci fosse stato un attacco, era più probabile che avvenisse in Cisgiordania occupata. Ovviamente Biby ha poi negato tutto e Domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu si è recato ad Abu Dhabi per un colloquio con bin Zayed, riferisce l'emittente pubblica Kan. Secondo l'Associated Press la visita avrebbe avuto come obiettivo la richiesta di Bibi Netanyahu a bin Zayed di smentire di averlo avvisato della minaccia di un attacco prima del 7 ottobre.
Fd
Trump già in campagna elettorale si era espresso in termini perentori sulla sua capacità di favorire un processo di pace sui tre focolai, due di guerra guerreggiata e uno di gravida tensione. Il primo quello russo- ucraino si risolverebbe secondo il “Trump pensiero” allentando gli aiuti militari all’Ucraina mettendola in difficoltà e, quindi renderla più disponibile ad un accordo. Alla Russia verrebbero concessi i territori russofoni con la promessa che per 20 anni l’Ucraina non entrerà nella NATO (una delle principali ragioni della guerra con l’Ucraina). In aggiunta, senza dirlo apertamente, Zelenskyj verrebbe sostituito nella fase delle trattative perché inadeguato sul piano della negoziazione. Secondo questa strategia l’Ucraina rimarrebbe comunque nell’orbita americana, la Russia verrebbe messa fuori gioco accontentandola sul piano della conquista di alcuni territori e Trump si costruirebbe l’immagine del grande statista che domina il mondo, pacificandolo e rilanciando l’imperialismo americano ai vertici internazionali. Ovviamente è tutto da verificare perché un conto sono le dichiarazioni, altro è la loro fattibilità, sempre ammesso che le proposte di pace non siano un’esca avvelenata per la Russia e per l’alleata Cina.
Per il Medio oriente la “pax americana” di Trump prevede, come abbiamo visto, la concessione ad Israele di cancellare il problema palestinese eliminando i palestinesi dalla Palestina. A supporto di questa strategia ci sarà il ripescaggio del Patto di Abramo, voluto a suo tempo da Trump, tra Usa, Israele ed Emirati Arabi Uniti, stipulato il 13 agosto 2020, con la speranza di inserire anche l’Egitto e l’Arabia saudita, ovvero i paesi arabi più “moderati” che già a suo tempo avevano accettato di sottoscrivere il riconoscimento dello stato di Israele in chiave anti sciita, ovvero contro l’Iran, altro baluardo imperialistico nel Medio oriente e alleato dei due imperialismi cinese e russo, rispettivamente nemici n° 1 e 2 degli Usa.
Appare immediatamente l’obiettiva difficoltà di portare a compimento questo ambizioso progetto perché: a) La Russia potrebbe anche accettare una pace di questo genere, non tanto o non solo per il possesso dei territori russofoni, quanto per la mendace promessa che l’Ucraina non entrerebbe nella NATO prima di venti anni, ma resterebbe comunque in stretta alleanza con la Cina, un concorrente imperialistico di primo piano che agisce di fatto contro quello americano. b) II nuovo scenario mediorientale è molto più complesso delle aspettative americane. Il Patto di Abramo che prevederebbe l’ammissione di Arabia Saudita e dell’Egitto si scontra con la presenza di entrambi nella eterogenea formazione dei BRICS. In più al Sisi teme il piano israeliano-americano che, prevedendo l'allontanamento dei palestinesi dalla Palestina, costringerebbe parte di essi ad accalcarsi alle sue frontiere, consentendo così ai Jihadisti (fratelli musulmani) di rientrare in Egitto e di continuare ad essere quella spina nel fianco del suo governo di cui, con forza brutale, si era liberato sin dagli inizi del suo insediamento al “soglio” presidenziale. c) Per il nuovo ministro degli Esteri israeliano Saar la creazione di uno Stato palestinese "non è un'opzione realistica" nei potenziali scenari di pace, cancellando di fatto tutte le ipocrite opzioni della sua nascita. Il piano di Israele dopo il 7 ottobre era per cancellare anche quello che rimaneva della Autonomia palestinese.
Al di là di questi aspetti sulle possibilità reali di una concreta realizzazione della “pax americana”, importanti si, ma che fanno parte più di una falsa narrazione pacifista di Trump che di una effettiva convinzione strategica, rimane il nodo centrale della questione: la Cina. Pechino come più volte ribadito ha sbandierato ai quattro venti che il suo programma imperialistico prevede di diventare entro il “35” il primo paese al mondo per produzione e distribuzione di merci, anche tecnologicamente avanzate, superando la concorrenza americana. In accordo con molti dei paesi BRICS si propone di intaccare, il più pesantemente possibile, il ruolo dominante del dollaro, togliendo così agli Usa uno dei puntelli fondamentali su cui regge l’imperialismo americano. Il tutto senza dimenticare che già è in atto una “guerra” su Taiwan e sulla supremazia in tutto l'Indo-pacifico. E’ lì che si giocherà la partita più importante, anche se i focolai di guerra in atto potrebbero fungere da innesto strumentale. Trump ha deciso di nominare il senatore della Florida Marco Rubio segretario di Stato. L'incoronazione di Rubio arriva a poche ore dalle voci sulla nomina di Mike Waltz a Consigliere per la Sicurezza nazionale. Le due nomine, come le successive, mostrano i primi segni di un cambiamento repentino nella politica estera degli Usa, in particolare nei confronti della temuta Cina. Molti pensano infatti che questo cambio di rotta porterà Washington a deteriorare ulteriormente i rapporti con Pechino e a rivedere le proprie posizioni su Russia, Medio Oriente e Iran.
Questo ci riserva il capitalismo mondiale:crisi strutturale, guerre permanenti, barbarie continue, economia di guerra con ricadute sul mondo del lavoro, tagli del welfare, impoverimento delle masse proletarie e morti a centinaia di migliaia.
E’ giunta l’ora di rompere questa infame spirale di morte e di distruzione. E’ pur vero che tutto questo crea le condizioni, al capitale vincente, di distruggere per ricostruire dando fiato agli asfittici profitti che la crisi impone allo sviluppo del capitalismo moderno in decadenza. Quindi, per il capitale, che guerra sia ma che venga combattuta non dai suoi manutengoli ma dai proletari, gli uni contro gli altri, a difesa degli interessi imperialistici delle varie borghesie nazionali sotto i vessilli del solito profitto che arricchisce pochi, che sfrutta molti e che è il motore primo delle crisi e delle guerre che ne derivano, comunque giustificate. E’ il primo responsabile di decine di migliaia di morti, per adesso. Ma è altrettanto vero che l’unico esercito che ha il diritto di combattere contro questo inumano sistema economico e sociale non può che essere quello formato dai proletari di tutto il mondo, dai diseredati, dagli ultimi che la voracità del capitalismo ha ricacciato nel più basso degli anelli di questo girone infernale. E’ un esercito che le armi le deve rivolgere contro le proprie borghesie, contro un sistema economico basato sullo sfruttamento, per un mondo che metta in condizione l’umanità di vivere al meglio e non di morire di “fuoco amico”.
“proletari di tutti i paesi unitevi” per fare la guerra alla guerra. Slogan mai attuale come in questo momento.
No alla guerra imperialista sì alla lotta di classe.
FD
10/11/24
APPENDICE
A riprova delle trame dell’imperialismo, gli USA hanno posto l’ennesimo veto su una risoluzione delle Nazioni Unite che imponeva il cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza, perché la risoluzione non prevedeva l'immediato rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas come condizione preliminare.
15 Paesi facenti parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU hanno votato a favore della proposta che richiedeva "un cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente che deve essere rispettato da tutte le parti e ribadisce inoltre la richiesta di rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi".Per Washington quanto citato nel testo non sarebbe stato sufficiente, in quanto la sua formulazione suggerirebbe che il rilascio degli ostaggi israeliani sarebbe avvenuto solo dopo l’inizio del cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti sono stati, così, l'unico Paese a opporsi al testo e in quanto uno dei cinque membri permanenti con potere di veto - insieme a Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia - hanno il potere di bloccare la decisione. E’ la quarta volta che gli Usa utilizzano il loro potere di veto per bloccare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza riguardante la situazione di Gaza. Il vice ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Robert Wood, ha dichiarato il 20/11/24 che il suo paese sosterrà solo una risoluzione che chieda esplicitamente il rilascio immediato degli ostaggi. Ha aggiunto che "Ci sono ancora sette cittadini americani nelle mani di Hamas. Non li dimenticheremo. Da parte nostra, continueremo a perseguire una soluzione diplomatica che porti pace, sicurezza e libertà ai palestinesi di Gaza", ha concluso. Falsità assurte al rango di dichiarazioni ufficiali che non scalfiscono il ruolo dell’imperialismo Usa a fianco dell’alleato Israele; si parla di tregua ma si nega nei fatti la sua praticabilità, si parla di pace ma si continua a sostenere la guerra.
Quasi contemporaneamente la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di cattura per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant nell'ambito della guerra a Gaza. La CPI ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant "per crimini contro l'umanità e crimini di guerra commessi dal 8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024, giorno in cui la Procura ha depositato le domande di mandato di arresto", così riferisce una sua nota denunciando "un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile di Gaza". (ANSA).
E’ questa barbarie che accomuna Russia, Ucraina, Stati Uniti, Iran, l’arcipelago dello jihadismo islamista e Israele che deve essere combattuta. Ma non con fantomatiche, quanto impraticabili “soluzioni” di pace o di sentenze di una Corte Penale Internazionale, che non verranno mai messe in pratica, ma con la lotta di classe, la sola che, levandosi su scala internazionale, come internazionale è la crisi del capitalismo, potrebbe rovesciare l’inerzia di questo corso verso la guerra generalizzata e marciare verso una soluzione rivoluzionaria.
ll governo israeliano ha annunciato la creazione di 22 nuove colonie nella Cisgiordania occupata , compresa la legalizzazione di insediamenti già costruiti. Lo hanno reso noto il ministro della Difesa, Israel Katz, e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, capofila del movimento dei coloni, dopo una votazione segreta del gabinetto di sicurezza. “Tutte le nuove comunità vengono istituite con una visione strategica a lungo termine, volta a rafforzare il controllo israeliano sul territorio, impedire la creazione di uno Stato palestinese e garantire riserve di sviluppo per gli insediamenti nei prossimi decenni”,si legge nella dichiarazione dell'esecutivo . Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp), ha definito l'annuncio una “escalation pericolosa e una sfida alla legittimità e al diritto internazionale”. Secondo l'organizzazione non governativa israeliana Peace Now si tratterà della più vasta operazione di annessione di territori occupati degli ultimi decenni e comprenderà aree che si estendono nel profondo della Cisgiordania , in cui finora gli israeliani non avevano osato creare insediamenti per motivi di sicurezza. Peace Now ha criticato duramente il governo per aver preso una decisione del genere nel bel mezzo di una guerra. “Il governo sta chiarendo – ancora una volta e senza remore – che preferisce approfondire l'occupazione e promuovere l'annessione di fatto piuttosto che dominante la pace” denuncia l'organizzazione, e aggiunge: “Il governo israeliano non finge più: l'annessione dei Territori Occupati e l'espansione degli insediamenti sono il suo obiettivo principale”. (ISPI) 28/05/25
Attacco di Israele ALL’IRAN ma non solo
Israele ha attaccato l’Iran nella notte del 13 giugno [2025]. Forti bombardamenti a Teheran e in ben altre sette città e colpiti sei siti nucleari, che rappresentano il vero obiettivo dell’assalto. Al momento si lamentano “solo” pochi morti 79 e 350 feriti. Tra le vittime, il capo delle guardie della rivoluzione Salami, il capo delle forze armate, Bagheri e due scienziati del programma per l’arricchimento dell’uranio. Come si nota gli obiettivi umani e strumentali sono stati individuati per tempo, colpiti ed affondati. Secondo le dichiarazioni del governo israeliano l’attacco non è stato un episodio “necessario” ma un vero e proprio atto di guerra che durerà a lungo. L’iniziativa israeliana giunge dopo che l’esercito di Netanyahu ha reciso tutti i tentacoli jihadisti legati a Teheran: Hamas, Hezbollah,il governo alawita di Bashar el Assad in Siria e altri gruppi in Iraq. Nelle operazioni militari precedenti Tel Aviv aveva distrutto i sistemi difensivi iraniani, il resto dell’indebolimento lo hanno fatto le sanzioni. Questo era il momento di attaccare e questo è stato fatto. Inizialmente Trump ha dichiarato di non saperne nulla dell’attacco, per poi correggere il tiro, come al solito, ammettendo (fonte Fox News) “di essere stato avvisato in anticipo da Israele dei raid compiuti contro i siti nucleari”. Completando la dichiarazione con ''L'Iran non può avere la bomba nucleare''. Come da programma il duo imperialista israeliano-americano ha chiuso il cerchio nella ridefinizione dei rapporti di forza in Medio oriente, anche se la questione bellica non è ancora finita.
Il che la dice lunga sul fatto che Israele ha colpito al cuore il suo mortale nemico mentre Trump ha lasciato che ciò accadesse con l’obiettivo di indebolire l’Iran, il suo programma nucleare e, per legge transitiva, i suoi alleati russi e cinesi. La Russia riceve da Teheran gli equipaggiamenti bellici di droni, mentre la Cina acquista dall’Iran il 90% del suo petrolio, in più l’Iran forma la terza componente della triade imperialista orientale accanto a Russia e Cina. E’ più che evidente che la mossa di Israele sia stata concordata con Trump e che si siano valutate anche le conseguenze sui rapporti imperialistici internazionali. Tutti parlano di pace ma gli episodi di guerra si moltiplicano minacciando un conflitto globale. Anche il progetto di accordi tra Cina e Usa sui dazi e sulle esportazioni cinesi verso l’America de terre rare, sono sull’orlo del fallimento. Netanyahu afferma che l’attacco si è reso necessario per la sopravvivenza del suo paese, Trump lo appoggia per costringere la Repubblica degli ayatollah ad addivenire ad un accordo sul nucleare per la “pace” nel mondo, mentre entrambi sono alla base della crisi del Medio oriente. Iran, Russia e Cina da tempo, con le loro navi da guerra, stazionano all’ingresso del Mar Rosso sostenendo gli Houti e mostrando i muscoli in una delle aree nodali delle vie di commercializzazione marittima. Siamo solo agli inizi perché certamente l’Iran, con l’appoggio diretto o mediato di Russia e Cina, risponderà a Israele rischiando di mettere ulteriormente in crisi l’intera area comprensiva degli Emirati arabi, della Arabia Saudita, del ruolo dei BRICS di cui fanno parte, oltre all’Iran, la Cina, la Russia, il Brasile e L’india. Mentre Israele, nel quasi silenzio totale dell’Occidente, porta a compimento la sua opera di genocidio e di pulizia etnica. Mentre Usa e Cina si confrontano con un enorme dispiegamento di forze navali nello stretto di Taiwan. Mentre la Russia continua a colpire l’Ucraina nel tentativo di strappare più territori possibili a Kiev, gli Stati Uniti hanno pronti i piani per invadere Panama e Groenlandia. "Credo che gli americani vogliano che il Pentagono abbia piani pronti per qualsiasi cosa", ha detto il segretario alla Difesa Pete Hegseth rispondendo alla domanda di un deputato durante un'audizione alla Camera, “non escludendo un'azione militare per invadere Panama e la Groenlandia, verso le quali Donald Trump più volte ha espresso mire espansionistiche”. (Adnkronos)
Lo scenario delle tensioni imperialistiche sta diventando sempre più inquietante. Le aree coinvolte in conflitti si allargano e si intensificano, gli interessi economici diventano imprescindibili, le lotte dei dazi, quelle finanziarie e di rifinanziamento bellico, Europa compresa, crescono geometricamente. Le menzogne pacifiste si sgretolano di fronte alla barbarie delle guerre in atto. La crisi economica che è alla base di tutti questi fenomeni non tende a diminuire e, proprio per questo, gli unici investimenti che l’economia capitalista è in grado di fare vanno verso le industrie belliche. Siamo in presenza di una economia che, per sopravvivere, è costretta a tagliare le previdenze sociali, a mantenere il più bassi possibili i salari, a contenere le spese per le pensioni e per la sanità. In altri termini questa economia in crisi ha bisogno di finanziare gli strumenti della guerra per conquistare spazi economici, aree di materie prime ed energetiche. Ha altresì bisogno di controllare le vie di commercializzazione, di dominare i mari come gli spazi aerei. Ha bisogno di distruggere per ricostruire e, soprattutto, ha bisogno che il proletariato internazionale continui ad essere una duttile arma nelle sue mani sporche di sangue. A quando allora il popolo internazionale dei proletari rialzerà la testa per fermare questa disumana mattanza che viene perpetrata in nome di interessi imperialistici così palesi da nascondersi dietro le solite vetuste ideologie del nazionalismo, della difesa degli interessi economici nazionali per il “bene collettivo”, in nome del dio di turno o della sopravvivenza minacciata? Per tacere sulle fantomatiche difese delle fasulle democrazie occidentali. Quando la classe ritroverà la strada dei suoi interessi che sono alternativi e inconciliabili a quelli del capitale? Solo quando uscirà dalla ragnatela borghese che l'imbriglia, quando si organizzerà politicamente e strategicamente nel suo partito rivoluzionario, quando la barbarie capitalista farà esplodere, oltre alle guerre, le sue contraddizioni sociali. Ma nulla avviene per spontaneità, per idealistici meccanicismi o per “voleri divini”. Perché questo “quando” possa arrivare bisogna lavorarci, anche se contro corrente, e a partire da subito.
fd
Mercoledì, October 7, 2026
_Ripubblichiamo una serie di articoli sul massacro del 7 ottobre 2023 e sull'ecatombe di Gaza, tuttora in corso, che analizzano il ruolo di Israele e di Hamas nell'ambito di una tendenza alla guerra generalizzata tra i due (attuali) fronti imperialisti principali, spinta dalla crisi perdurante e str...