15/04/2026
La Voce 82 - marzo 2026
Estendere e rafforzare la mobilitazione contro guerra, corsa al riarmo ed economia di guerra
Un approfondimento su produzione bellica e protagonismo operaio
La mobilitazione contro la guerra si sviluppa in diversi campi e forme. Numerose proteste hanno attraversato e attraversano il nostro paese, in particolare a partire dal 7 ottobre 2023. Tra le tante spiccano i blocchi agli stabilimenti della Leonardo promossi da Extinction Rebellion e altri (a Brescia, Roma, Varese, Palermo, ecc.), i presidi e i cortei contro la Cabi Cattaneo di Milano (azienda che fa affari con i sionisti d’Israele), le mobilitazioni e le iniziative legali contro l’ampliamento dello stabilimento della RWM di Domusnovas (Sud Sardegna), le mobilitazioni contro la Fiocchi di Lecco (produttrice di munizioni leggere che esporta in tutto il mondo), le mobilitazioni diffuse nei porti e aeroporti per il blocco dei traffici di armi, che stanno dando vita a nuovi collettivi di lavoratori ispirati dall’esempio del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova, le proteste contro le aggressioni con cui gli imperialisti USA e sionisti estendono la Terza guerra mondiale dall’America Latina all’Asia occidentale, dall’Europa all’Africa, la partecipazione del nostro paese ad esse e la subordinazione del governo Meloni all’amministrazione Trump e ai sionisti di Israele, le iniziative contro la presenza di basi USA-NATO da un capo all’altro dell’Italia, le mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare.
Coordinare gli organismi popolari già attivi e crearne di nuovi, sviluppare il ruolo degli operai e degli altri lavoratori, sfruttare le contraddizioni in campo nemico e combinare le manifestazioni nazionali con le mille iniziative di base sono quattro linee per far crescere questa mobilitazione: le abbiamo illustrate in La Voce 80 (luglio 2025), a cui rimando.
Lo sviluppo del movimento contro la guerra rende però necessario affrontare più a fondo una tendenza esistente tra gli organismi popolari, le reti, associazioni e gruppi mobilitati contro la Terza guerra mondiale e che serpeggia anche nelle file della Carovana del Nuovo - Partito comunista italiano, in particolare nel P.CARC: quella di contrapporsi ai lavoratori impiegati nelle aziende belliche. Questa tendenza, che si traduce nella linea di “chiudere le fabbriche di morte”, unisce una parte delle masse popolari che sinceramente sono contro la guerra e giustamente ripudiano l’uso delle armi, i traffici, l’aumento delle spese per il riarmo e la conversione della produzione in funzione bellica. Ma la contrappone, nei fatti, ai lavoratori impiegati nella produzione bellica e nel suo indotto, li spinge a coalizzarsi con i “loro” padroni e finisce così per alimentare la guerra tra poveri promossa da padroni e guerrafondai.
Bisogna affrontare il problema della produzione bellica con criteri di classe, cioè partire dalla condizione oggettiva degli operai e del resto dei lavoratori dipendenti nel nostro paese: il tipo di lavoro che fanno non dipende dalle loro idee, sentimenti, propensioni né dagli studi che hanno fatto né dall’utilità alla vita del paese dei beni e servizi che producono, ma dal fatto che i proletari per vivere devono lavorare, quindi devono trovare chi li assume e questo in un contesto segnato da decenni di smantellamento del tessuto produttivo del paese (chiusure di aziende, delocalizzazioni e ridimensionamenti) e di precarizzazione dei rapporti di lavoro. Oggi l’iniziativa economica è ancora in mano ai capitalisti, che assumono i lavoratori per produrre quei beni e servizi che contano di vendere con profitto e nel capitalismo in crisi i settori dell’economia reale che tirano solo la produzione di armi, il lusso, i grandi eventi, le grandi opere speculative. Vuol dire che bisogna difendere e/o ampliare la produzione di armi per garantire posti di lavoro e anzi aumentarli? No, non è questo il punto. Vuol dire che non è un problema della singola azienda né tanto meno della “scelta più o meno etica” del singolo lavoratore, ma di cosa si produce nel nostro paese, come lo si produce e come viene distribuito: è un problema che ha la sua soluzione sul terreno politico, di governo del paese.
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