21/07/2026
Interessante 8-) analisi fatta dalla CGIA di Mestre!
Si deve alla CGIA di Mestre, una delle associazioni leader della piccola impresa, uno studio scientifico di grande rigore sullo spopolamento delle province italiane: come una risonanza magnetica, le asciutte cifre dello studio fotografano la capacità di tenuta di residenti della provincia italiana. L’iniziativa viene dal profondo Nord, ma non ripropone il luogo comune del Sud che si spopola e del Nord che attrae: la maglia nera dello spopolamento, per dire, se la contendono Avellino e Rovigo, Frosinone e Mestre. La ricerca si ferma ad un preciso target generazionale: i giovani dai 15 ai 34 anni, parliamo dunque dello spopolamento più bruciante, ossia la fuga dei giovani. E i dati sono a macchia di leopardo, con molte città del Nord che perdono residenti al pari di quelle del Sud.
Si ripropone uno schema valorizzato dalla migliore sociologia europea: il divario tra aree metropolitane e zone interne, crinale della diseguaglianza assai più della vecchia contrapposizione tra Nord e Sud.
Sbaglieremmo tuttavia a parificare lo spopolamento del Nord e quello del Sud: sono fenomeni diversi, e corrispondono a dinamiche opposte. Nel Nord, per dire, si osserva una fuga dalle città, anche medio-piccole, in direzione dei centri minori, portatori di una qualità e di un costo della vita più accettabili per i giovani. E’una tendenza presente anche in Francia, dove l’attrattività di Parigi registra da qualche anno una battuta d’arresto.
Al contrario, nel Sud si conferma una tendenza all’abbandono dei piccoli centri e delle città medie, a tutto favore delle grandi aree metropolitane del Nord o di nazioni diverse. I giovani scappano dal paese, per farla breve. Abbondano sui media e sui social le analisi banalizzanti: mancano le strutture, il lavoro, le opportunità, i servizi. Tutto vero, beninteso. Ma non è che a Roma,Milano e Londra questi giovani incontrino l’eldorado : una camerata in quattro, per i più fortunati una cameretta con bagno comune, una vita di stenti perché il costo della vita nelle città é divenuto insostenibile.
E allora perché questi ragazzi abbandonano il natio borgo selvaggio ? Per ragioni di passione e di necessità: partendo dalle seconde, diciamo che la grande città offre la prospettiva di una vita difficile ma sostenuta da un reddito immediato,per i più fortunati, e di un progetto, per i più ambiziosi; poi c’è la ragione della passione, il gusto della sfida, il desiderio del nuovo, e tutto questo può essere bellissimo.
Diffido della dotta e diffusa teoresi sul futuro dei borghi e delle zone interne. Si dice che mancano le strade, ma Donat Cattin osservava che gli assi autostradali piemontesi servirono a trasferire gli abitanti delle zone montane a Torino; e la gran parte dei caselli della autostrada del Sole, a Sud di Napoli, costeggia città e borghi in crescente spopolamento.
Si dice che mancano servizi, ed è vero, una sanità efficiente, ed è verissimo. Ma la cosa più evidente è che manca il lavoro e la possibilità di crearlo. Dove c’e una tradizione manifatturiera, industriale, turistica, non c’è spopolamento. E dove non c’è ? La crei per decreto? Ti bevi la cicuta populista che ‘è tutta colpa dei politici che se ne fregano?’. E secondo voi, signori populisti, a chi fa politica non farebbe piacere donare opportunità al territorio, ben figurare e dunque meritare nuovo consenso?
Ma la leva dello sviluppo é mossa da molteplici fattori, tra i quali la volontà politica non sempre é quello determinante. E comunque parliamo di processi lunghi, laddove lo spopolamento dei borghi é invece emergenza immediata e crescente.
Che si fa? Per i populisti il rimedio era il reddito di cittadinanza, ed è una castroneria così monumentale da evitare persino di confutarla.
Forse un suggerimento viene dal passato: i borghi esprimevano gli studenti migliori, un mio maestro politico diceva che nei paesi del Sud lo studio era il solo divertimento possibile. Quei giovani divenivano lavoratori pubblici, vincitori di concorso, mezze maniche o dirigenti ma parliamo dell’armatura burocratica dello
Stato.
Certo, lavorare per lo Stato significava comunque lasciare il paese. Ma adesso potrebbe non essere così: il Covid ha modificato radicalmente l’organizzazione del lavoro, sono entrati nella nostra vita il lavoro da remoto,le call, le riunioni in piattaforma. E il lavoro casalingo é divenuto lavoro di qualità, must ormai irrinunciabile nelle aziende all’avanguardia.
Perché lo Stato non può fare come le aziende? Che senso ha mantenere una organizzazione elefantiaca nella città di Roma, appesantendo la vita di una metropoli già agonizzante, e imponendo costi pazzeschi a vincitori di concorso costretti a rinunciare perché lo stipendio non copre l’affitto?
I giovani del Sud sono ancora la componente più numerosa dei vincitori di concorsi pubblici. La novità è che spesso rinunciano, dopo aver scoperto che a Roma con lo stipendio d’esordio non vivono.
E allora la soluzione ce la suggerisce l’esempio del privato: lavoro da remoto per tutti, hub provinciali con postazioni comuni, ritorni mensili a Roma per esigenze di coordinamento, lavoro casalingo di qualità con obbligo di risultato.
Ministro Zangrillo, ci pensi. Non dico che il titolare della Pubblica Amministrazione diverrebbe il nuovo Giustino Fortunato, ma una rivoluzione siffatta ridarebbe al Sud una missione coerente con la sua storia e la sua vocazione. E sarebbe una risposta assai più concreta della infinita sequenza di convegni e tavole rotonde.
Dal mio blog su ‘huffington post’