10/08/2026
10 agosto 1944 – 10 agosto 2026. Ottantadue anni.
Alle 4.45 di quella mattina, quindici uomini vengono prelevati dal carcere di San Vittore. Gli danno una tuta blu da lavoro e li fanno salire su un camion. Sul registro del carcere, accanto ai loro nomi, qualcuno scrive: "trasferiti per Bergamo". È una bugia.
Il camion si ferma in piazzale Loreto. Alle 6.10 è già finita.
Libero Temolo ed Eraldo Soncini, tutti e due operai alla Pirelli Bicocca, tentano la fuga in due direzioni opposte. Temolo cade subito sotto una raffica. Soncini viene raggiunto nel sottoscala di una casa vicina e ucciso lì. Gli altri tredici restano in piedi davanti al plotone della Legione Autonoma Mobile "Ettore Muti".
L'ordine è arrivato da Theodor Emil Saevecke, comandante della polizia di sicurezza nazista a Milano. Nell'ordine c'è anche questo: i corpi restano lì fino a sera. Sotto il sole d'agosto, in mezzo alla gente che va al lavoro.
Camilla Cederna era lì. Scriverà che fu «uno spettacolo che non dimenticherò mai». Racconterà di una vecchietta rimproverata per essersi fatta il segno della croce — mentre a chi sparò sui cadaveri nessuno disse nulla.
Questi sono i loro nomi:
Gian Antonio Bravin, 36 anni
Giulio Casiraghi, 45
Renzo Del Riccio, 21
Andrea Esposito, 46
Domenico Fiorani, 31
Umberto Fogagnolo, 33
Tullio Galimberti, 22
Vittorio Gasparini, 21
Emidio Mastrodomenico, 22
Angelo Poletti, 32
Salvatore Principato, 52
Andrea Ragni, 23
Eraldo Soncini, 43
Libero Temolo, 39
Vitale Vertemati, 26
Operai, tecnici, un ingegnere, un agente di polizia, un maestro elementare. Comunisti, azionisti, un cattolico militante della FUCI. E cinque socialisti: Del Riccio, Fiorani, Poletti, Principato, Soncini.
Salvatore Principato era nato a Piazza Armerina, in Sicilia. Era venuto al Nord a fare il maestro. Aveva cominciato a battersi accanto a Turati e Anna Kuliscioff, poi con i fratelli Rosselli. Aveva 52 anni. Era il più anziano dei quindici.
Un'ultima cosa, perché la memoria non è solo commozione. Il 9 giugno 1999 il Tribunale Militare di Torino ha condannato Saevecke all'ergastolo, in contumacia. La Germania non lo ha mai estradato. È morto nel suo letto, ad Amburgo, nel dicembre del 2000. Non ha scontato un giorno.
Per questo la memoria va tenuta viva da noi. Perché la giustizia, quella volta, non è arrivata.
Avanti! PSI
Federazione Metropolitana di Milano