02/09/2026
A Pietralata, a Roma, nel racconto di quanto accaduto rischia di scomparire proprio Bianca. Aveva cinque anni, era una persona ed è una vittima.
Ed è questo il punto: davanti a questa vicenda emergono due fallimenti che si alimentano a vicenda. Da una parte un sistema che troppo spesso lascia le famiglie sole nella gestione della disabilità grave; dall’altra un racconto pubblico che, proprio perché Bianca era disabile, rischia di trasformare la sua morte in una generica “tragedia familiare”.
La sofferenza dei genitori va compresa e raccontata, ma non può cancellare la bambina né rendere la sua morte meno grave.
Il primo fallimento si vede anche qui: dire che una famiglia era “seguita” non significa necessariamente che fosse davvero sostenuta. Una presa in carico deve voler dire assistenza domiciliare adeguata, sostegno psicologico, interventi di sollievo e servizi continuativi. Non può significare lasciare ai familiari quasi tutto il peso materiale ed emotivo dell’assistenza quotidiana.
È qui che entra in gioco la responsabilità pubblica: una famiglia non può diventare il sostituto permanente di servizi sociali e sanitari insufficienti. Assistere una persona con disabilità grave non può dipendere soltanto dalle energie, dal tempo e dalle possibilità economiche di chi le sta accanto.
Servono più sostegno, più tutele e più risorse. Ma serve anche cambiare il modo in cui raccontiamo queste morti, perché persino le parole con cui scegliamo di descriverle dicono quale valore attribuiamo alle vite delle persone con disabilità.
Bianca non era una “tragedia”. Era una bambina. E la sua morte non può essere liquidata come una fatalità: è anche il fallimento di uno Stato che si definisce civile.