06/10/2026
Intervista a Manuel Minervini sindaco di
“Molfetta laboratorio di un campo allargato ai Rifondazione? Con Elly sui temi il dialogo c’è”
Parla il sindaco Manuel Minervini, che ha ospitato la segretaria nazionale del Pd nella sua città: “Un’inedita alleanza costituzionale per superare questo momento oscuro”
Per tanti sindaci del Pd avere nella loro città Elly Schlein è un sogno non sempre realizzabile. Naturale che provino un po’ di invidia per Manuel Minervini, che nonostante la sua tessera di Rifondazione comunista invece la segretaria del partito l’ha avuta come ospite sabato sera a Molfetta. Dove per la prima volta era sul palco della festa di Liberazione accanto al segretario Maurizio Acerbo. Aprendo anche ad alcune delle proposte più hard – per esempio la riduzione dell’orario di lavoro e, con più cautela, la reintroduzione della scala mobile – della forza politica che non ha mai rinnegato la falce e il martello. La città delle persiane verdi, la più grande in Italia con un primo cittadino che si ispira a Carlo Marx, rischia di diventare, insomma, un piccolo laboratorio rosso nazionale.
Schlein ha riconosciuto che la novità di Molfetta ha contagiato anche il suo partito, che si è ricostituito, è rinato. Che rapporto avete con loro?
«Il Pd a Molfetta, anche grazie a Schlein, ha fatto un passo importantissimo per diventare parte della colazione progressista. E lo ha fatto recidendo quella parte di partito che era legata a un civismo amorale con un’idea della politica tutta privatistica. Il partito democratico ha ripreso a essere comunità, a ragionare su soluzioni collettive. Io non ho paura di visioni che possono essere anche diverse, ma nel momento in cui abbiamo una coalizione composta da soggetti che dialogano e si confrontano sulle idee, noi la quadra la troviamo».
Nel suo Comune insomma il campo largo è diventato extra-large?
«A Molfetta siamo stati capofila di un’alleanza nuova. Come a livello nazionale, non eravamo in coalizione con il centrosinistra da vent’anni. Siamo andati avanti orgogliosamente con le nostre idee ma poi abbiamo colto una svolta con l’elezione di Elly Schlein a segretaria del Pd su alcuni temi concreti. Questo ci ha consentito di aprire dialogo. Non siamo parte integrante del campo largo, ma c’è un’interlocuzione sui temi».
Quali?
«Penso alla pace, ai servizi pubblici, alla sanità, alla scuola, al salario minimo. Su quest’ultimo punto noi abbiamo raccolto le firme e loro – il Pd, ma anche Avs e Movimento 5Stelle – hanno presentato un’iniziativa di legge parlamentare. Ma come a livello locale la necessità di reagire a una situazione di estrema difficoltà ha permesso un’alleanza innovativa, così a livello nazionale un’azione di governo così oscurantista pone la necessità di un’alleanza costituzionale».
Nella sua città Schlein ha parlato molto di lavoro, sanità, diritto dei giovani a restare. Come l’è sembrato il suo intervento?
«C’era convergenza su alcuni temi. Anche sull’opposizione all’incremento delle spese militari o sul diritto alla casa, temi che interessano molto i Comuni. E sulla necessità di un grande piano nazionale contro il dissesto idrogeologico o di un piano per le energie rinnovabili. Temi su cui possiamo dialogare».
Alle elezioni regionali avete avuto candidati nelle liste del Movimento 5Stelle. Come vi schierate sulla partita per la leadership tra Schlein e Giuseppe Conte?
«Anche con il M5S c’è stata anche convergenza su alcuni temi sociali che sono nel loro dna, soprattutto alla luce della linea progressista di Conte. Sempre, come per il Pd, nella diversità delle identità. Ma noi non entriamo in questo dualismo. A noi interessano i temi che ci stanno a cuore e che possono stare al centro di quest’alleanza inedita. Non un dibattito che può finire per risultare autoreferenziale».
Recentemente è andato a trovare gli emigrati molfettesi che venerano la Madonna dei martiri a New York. Lì c’è un sindaco, Zohran Mamdani, con idee simili alle sue, che però si definisce un socialista democratico. Perché lei preferisce dichiararsi comunista?
«Dovremmo raccontare la storia del movimento operaio in Europa, diversa da quella che hanno vissuto Oltreoceano. La definizione è ancorata alle radici del passato, alla grande storia del Partito comunista italiano, una storia completamente diversa dal maccartismo che hanno vissuto negli Stati Uniti. Al di là delle etichette e dell’orgoglio delle nostre tradizioni che sia noi che loro abbiamo, c’è una visione comune di mondo. Che parte dai bisogni concreti delle persone, dal diritto alla casa, da un salario degno, dalla costruzione di servizi che parlano di sanità e trasporto pubblici, di asili nido. E’ un programma comune, sebbene in contesti diversi, perché Molfetta non è New York. Ma le necessità di fondo, avere un tetto sopra la testa e un salario degno, sono le stesse. E ci sentiamo parte di una sola comunità che lotta per un mondo più giusto».
A Molfetta rivendicate di aver adottato un atto importante sulla vasca di colmata. Che cosa avete fatto?
«Quella grandissima opera da 12,3 milioni di euro, sul lungomare Colonna, avrebbe dovuto destinare i residui di dragaggio del porto in un contenitore di fanghi molli. Un intervento di enorme impatto ambientale: una vasca di 760 metri per 44 di profondità che avrebbe occupato l’intero lungomare, creando un impatto visivo devastante – nel fronte mare del luogo più identitario della città - impedendone una vera riqualificazione, con rischi anche per la salute, perché parte di quei fanghi sono contaminati. Noi abbiamo fatto quello che avevamo promesso in campagna elettorale: bloccare quell’opera, ritirando la delibera in autotutela. Non per una furia ideologica e non solo perché era uno sfregio ambientale, ma perché ci siamo resi conto che c’erano progettualità alternative per completare il porto nei cassetti del Comune, con minori costi, minore impatto e minore tempo. Una delle nostre priorità, oggi, è avviare un restyling del lungomare coinvolgendo le persone. Chi governa contro i cittadini è destinato a fallire. Questo errore non lo faremo».
Un sindaco come lei suscita molte aspettative che non sempre si riescono a realizzare in tempi brevi. Soprattutto se i dipendenti comunali non la seguono.
«E’ chiaro che ereditiamo una situazione complessa. C’è una macchina amministrativa con tante brave persone ma che viene fuori da dieci anni di politiche di tutt’altro segno. Abbiamo trovato in una serie di settori una gestione della cosa pubblica caratterizzata da grande informalità, in cui non c’è la proceduralizzazione dei meccanismi di amministrazione: le concessioni, i contributi, sono rilasciati a voce, un modo di fare in cui si annida molto la discrezionalità. Il lavoro nostro è di ricognizione di questa macchina per rimetterla a sistema».
La sua azione è debitrice verso il pensiero di Guglielmo Minervini?
«Non solo l’azione politica. Il fatto che siamo riusciti a cambiare la città si deve anche al fatto che qualcuno ci era riuscito prima di noi. La sua idea di politica generativa la abbiamo messa al centro della nostra azione».
Da quando è sindaco le tocca partecipare alle processioni e a Molfetta la religiosità è molto sentita. Lei è cattolico?
«No. Credo di aver assistito, in questi pochi mesi, a più messe che in tutta la mia vita. Anche nella comunità negli Stati Uniti c’è una devozione in alcuni casi superiore a quella che vivono i molfettesi qui, perché l’attaccamento alla religione è anche attaccamento a una storia, a una tradizione, a una città che molti hanno abbandonato tanti anni fa. Io vivo tutto questo con molta partecipazione e grandissimo rispetto. La religiosità e le processioni rappresentano lo spirito del popolo molfettese che le vivono come identità, radicamento, momento di incontro. C’è un riconoscimento reciproco. Tutti hanno preso coscienza che non sono credente. Ma non per questo il dialogo non può essere fitto e profondo. Quando ascolto il vescovo, don Mimmo Basile, spesso mi immedesimo nelle cose che dice, quando parla di pace e della necessità di ricostruire un senso di comunità. Ho interloquito anche con il cardinale Pierbattista Pizzaballa che mi ha raccontato quello che avviene in Palestina. Ma come fai a non sentire una comune appartenenza a quella parte di mondo che trema di fronte alle ingiustizie e alla violenza? Dobbiamo partire da quella visione comune. E dal lavoro he fanno le parrocchie sul territorio, che spesso fanno da ammortizzatore sociale, da luogo di ritrovo. La convivialità delle differenze può diventare terreno di programmazione comune tra la Chiesa e lo Stato».
Cosa racconta la vostra esperienza?
«E’ cominciata da un lavoro trentennale e da un lavoro nei quartieri. Noi facciamo il volantinaggio come una volta. E devi imparare a interloquire con tutti, anche con chi ti dice brutte parole. Non devi avere vergogna della tua identità e delle tue radici. Abbiamo bisogno di rappresentanza, di rappresentare chi lavora e chi vive precarietà, sofferenza, lavoro povero. Con prospettive di progresso, di avanzamento della società. Per dare la speranza di un altro mondo possibile, come dicevamo nelle piazze del G8, con l’orgoglio di dirci ancora comunisti».
Quali dei suoi primi atti incidono sulle condizioni materiali delle fasce deboli della città?
«Stiamo lavorando sulle case popolari. Da trent’anni non si costruisce un edificio popolare in questa città. Le priorità erano sempre altre. Ma tutto il patrimonio del Comune spesso è in condizioni di manutenzione pessime e il bilancio non riesce a reggere il colpo. Abbiamo accolto con favore il fatto che la Regione abbia finanziato l’efficientamento energetico degli edifici Arca. E riteniamo che le porte debbano essere aperte alla possibilità di costruirne nuovi, ci sono suoli disponibili. Il diritto alla casa è importantissimo ma spesso finisce in coda alle agende politiche. Mi auguro che un governo progressista, un domani, ne faccia una priorità».