15/03/2026
Qualche settimana fa, su invito della Diocesi di Noto, ho avuto il piacere di accompagnare, per una visita informale, Don Giuseppe Antoci, Direttore dell’Ufficio Diocesano per i beni culturali della Diocesi di Ragusa nonché Parroco del Duomo di San Giorgio di Ragusa Ibla.
E’ sempre un piacere incontrare Don Giuseppe, sacerdote dotato di una grande cultura e conoscenza dell’arte e della storia del nostro territorio, cui avevo già mostrato, in un precedente incontro, uno dei teleri, custodito nelle chiese del Cammino Mariano di Modica.
La visita ha interessato la Chiesa di Santa Margherita e, in particolare, il simulacro dell’Ecce Homo, custodito da secoli in questa antica chiesa del centro storico. Abbiamo avuto modo di verificare e approfondirne l’iconografia in relazione ad una statua similare che si trova presso il Duomo di San Giorgio a Ragusa e che da poco è stata restaurata.
[L’Ecce Homo di Santa Margherita: il Cristo sulla pietra fredda.]
All’interno della Chiesa di Santa Margherita, da poco riaperta ai fedeli, in una ca****la che immette nella navata centrale è custodito un pregevole simulacro rappresentante l’Ecce Homo, di fattura settecentesca, realizzato dallo sculture Suriati della “terra di Gulisano”.
La statua, secondo quanto si è scritto fin ora, rappresenta l'istante in cui Ponzio Pilato, prefetto della Giudea, presenta Gesù flagellato e umiliato alla folla, pronunciando appunto la frase latina riportata nel Vangelo di Giovanni (19,5).
Il simulacro doveva comporre, in passato, uno dei momenti della Settimana Santa a Modica.
Analizzando la statua si osserva che: la figura è ritratta in una posa seduta e raccolta, che trasmette un senso di spossatezza e abbandono. A differenza delle versioni in piedi, sottolinea l'aspetto della solitudine e della meditazione sul dolore.
La testa è inclinata verso destra, assecondando la linea delle spalle e creando una diagonale che guida l'occhio verso il basso mentre le mani sono legate da una corda vera, un dettaglio che rompe la barriera tra finzione artistica e realtà.
L'opera appartiene alla categoria delle statue polimateriche. L'uso di materiali diversi dal legno o dal gesso serviva a rendere il simulacro più "vivo". I capelli realizzati in fibra naturale conferiscono una trama realistica che va a contrastare con la durezza del corpo, i tessuti e la canna, che non sono scolpiti, sono oggetti reali danno volume e un forte contrasto cromatico.
Lo stile è marcatamente iperrealista. Per quanto riguarda il corpo, la pelle assume un colore pallido tipico di chi ha subito torture, le ferite della flagellazione sono rappresentate con rivoli di sangue che ci conducono alle tradizioni barocche della scuola napoletana o sp****la, dove il realismo crudo aveva lo scopo di suscitare una forte empatia nel fedele.
Tuttavia, la presenza di due elementi in questa statua ha suggerito una lettura più articolata e approfondita. Da una parte le ginocchia sanguinanti e scorticate, che più che alla tortura ci riportano alle tre cadute di Gesù durante la salita al Calvario, e dall’altra il dettaglio della pietra su cui è seduto.
Questi due elementi suggeriscono un'altra storia.
Un’antica devozione fiamminga riferisce al “Cristo seduto sulla Pietra fredda”. Siamo temporalmente nel XVI sec. nel contesto dei domini asburgici nell’Europa del nord e in particolare nei Paesi Bassi. Luoghi legati insieme, Paesi Bassi, Spagna e Sicilia da comuni regnanti.
Questa devozione, partita appunto dai paesi bassi, arrivò presto in Spagna e da li si espanse nei domini spagnoli in Italia e in Sicilia.
Il “Cristo seduto sulla Pietra fredda” rappresenta un momento di "pausa" durante la Passione, che si colloca idealmente tra la Flagellazione e la Crocifissione, e quindi coerente con ferite sulle ginocchia causate dalle cadute della salita al Calvario. E’ una delle espressioni più intime e malinconiche della devozione popolare. Mentre la Crocifissione rappresenta il sacrificio pubblico, il Cristo sulla Pietra Fredda rappresenta il momento dell'abbandono. È l'istante in cui Gesù, dopo essere stato flagellato e schernito (l'Ecce Homo), attende seduto, su una pietra, che venga preparata la croce. Rappresenta la "Notte Oscura" dell'anima: il dolore non è più solo fisico (sangue e ferite), ma psicologico. È l'attesa consapevole della morte in totale solitudine.
La "pietra" su cui siede non è un trono, ma un elemento di contrasto. La pietra è fredda come l'indifferenza degli uomini che lo circonda. Spesso Gesù è raffigurato quasi n**o sottolineando la sua vulnerabilità estrema. La posa rappresenta Gesù che "pensa" al destino dell'umanità proprio mentre l'umanità lo sta distruggendo.
Oggi questa devozione è presente ancora in alcune parti d’Italia, ma dobbiamo guardare alla pen*sola iberica ancora una volta per immedesimarci in quello che ha rappresentato questo simulacro nella nostra città. In Spagna la devozione ha assunto il nome di “Nuestro Jesus de la Humildad y Paciencia” e compone uno dei “troni” che vengono portati in processione durante la Settimana Santa, in particolare, di Malaga e di Cadice dove troviamo il simulacro del “Santissimo Cristo dell'Umiltà e della Pazienza”, scultura di Jacinto Pimentel (1637-1638).
Se il simulacro custodito all’interno della Chiesa di Santa Margherita rappresenti propriamente l’Ecce Homo o il Cristo sulla Pietra fredda è una certezza che potremmo avere solo studiando i numerosi documenti custoditi nelle chiese. Per adesso acquisiamo questa felice intuizione che ci aiuta a comprendere ancora di più la nostra storia e il nostro passato.
VP.