Potere al Popolo Isontino

Potere al Popolo Isontino "Democrazia" vuol dire che il potere sta nelle mani del popolo. Oggi non è così, noi non decidiamo niente. Vogliamo riprenderci quello che ci spetta.

28/08/2026

Sono anni che molte e molti di noi utilizzano gli strumenti messi a disposizione da Autistici/Inventati per poter avere comunicazioni quanto più possibile libere.

Non solo ne facciamo un uso individuale, ma da tempo abbiamo deciso di migrare la comunicazione interna al coordinamento nazionale di Potere al Popolo proprio su Autistici/Inventati.

Perché per noi il tema della libertà è del controllo di ciò che diciamo, discutiamo, vive nella quotidianità delle nostre pratiche. Grazie al lavoro di anni di attiviste e attivisti come coloro che animano Autistici/Inventati.

Se agli albori di Internet non mancavano i cantori dell’infinità libertà che con esso sarebbe arrivata, anno dopo anno abbiamo assistito alla volontà e alla crescente capacità di capitale e Stato di appropriarsi e controllare i nostri dati.

Per questo le sanzioni contro Autistici/Inventati, conseguenti alla iscrizione dell’associazione tra le organizzazioni terroristiche, costituisce l’attacco di Trump e di un potere che continua a tenere sulle labbra la parola “libertà”, ma che in realtà non tollera spazi, fisici e virtuali, di libertà vera.

Siamo solidali con Autistici/Inventati non solo per ciò che questa comunità ha creato, ma per le idee stesse che essa incarna. Per questo invitiamo a dare un sostegno concreto: utilizziamo tutte e tutti gli strumenti che questa coraggiosa comunità da anni mette liberamente (che non significa solo gratuitamente) a disposizione di tutte e tutti noi.

09/08/2026

SMANTELLARE LA SOCIETÀ CASERMA

Dopo la morte violenta di Abderrahim Fakir e la risposta popolare che si è subito attivata al Pilastro, a Bologna e in tutto il paese, si pone l'esigenza di fare il punto sull'evoluzione della normativa repressiva, e di attrezzarsi nelle metropoli sempre più soffocate dal clima securitario cogestito dalle amministrazioni locali.

La petizione che abbiamo promosso nelle scorse settimane per la revoca dello scudo penale riservato agli agenti delle FFOO e per la più generale abolizione dei vari Decreti Sicurezza ha ottenuto grande riscontro tra avvocati, negli ambiti accademici, tra i membri eletti degli organi rappresentativi studenteschi, compagni e rappresentanti di associazioni e della società civile: sulla scorta di questa spinta di indignazione e di attivazione sociale, vogliamo ricominciare l'anno dopo la pausa estiva con un grande convegno nazionale a Bologna, per orientare e dare spinta politica alla forza che si è vista nelle scorse settimane e che vogliamo contribuire a portare ancora nelle strade anche nei prossimi mesi.

ABOLIRE LO SCUDO PENALE PER LE FORZE DI POLIZIA

ABOLIRE I DECRETI SICUREZZA

VOGLIAMO LE DIMISSIONI DI PIANTEDOSI

VOGLIAMO VERITÀ E GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR!

Ore 10-18
Centro Costarena - Via Azzo Gardino, 48

06/08/2026

Trionfi la giustizia proletaria ❤️

02/08/2026
01/08/2026

CEUTA E' LA DIMOSTRAZIONE CHE IL SISTEMA NEO-COLONIALE EUROPEO E' IRRIFORMABILE E VA ABBATTUTO SENZA COMPROMESSI

Diciamolo chiaramente: chi di fronte alle immagini di Ceuta e a 84 morti ancora caldi a terra, chi parla di invasione e prova a seminare il panico collettivo è una MISERIA UMANA.

Vox accusa il "permissivismo" di Sanchez. Trump accusa l' "estrema sinistra globalista". Meloni, addirittura sospende l'accordo di Schengen con la Spagna.
Siamo di fronte a un'azione propagandistica coordinata sul piano internazionale senza precedenti, orchestrata prima di tutto sulla pelle della popolazione marocchina e del proletariato immigrato europeo.

Chi dice che è una macchinazione geopolitica degli USA ha ragione, ma coglie solo una parte della verità.

È vero che la polizia marocchina ha favorito il passaggio di enormi quantità di persone.

È anche vero che del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria.

Quello che va urlato forte è chiaro è che è esattamente la politica migratoria neocoloniale europea, voluta tanto dalla destra quanto dal centrosinistra, ad aver dato questa arma geopolitica in mano al Marocco.

I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono con miliardi di euro dittature o semidittature per gestire questi flussi al posto nostro. La monarchia dittatoriale marocchina sta alla Spagna come i signori della guerra libici stanno all'Italia. Ed è precisamente per questo motivo che Almasri è stato riportato tranquillamente a casa da Nordio.

Le migrazioni infatti, rappresentate per consenso elettorale come una emergenza, sono in realtà un elemento strutturale dell’attuale società capitalistica, la cui produzione e riproduzione dipende oggi dalla mobilità forzata di milioni di persone.

Prima, attraverso guerre, export di armi, rapina di risorse naturali, cambiamento climatico e lo strangolamento economico attraverso il debito contribuiamo in maniera determinante allo spostamento di milioni di persone.

Poi gestiamo questi flussi attraverso accordi criminali, finanziati con le tasche di noi lavoratori, con semidittature e con la militarizzazione delle frontiere.

Infine, una volta costrette a emigrare e ad attraversare l'inferno, trasformiamo queste persone in forza lavoro altamente ricattabile attraverso legislazioni in materia di immigrazione (vedi la Bossi Fini), concepita come strumento di repressione e controllo. Un vero apartheid lavorativo.

La differenza tra destra e centrosinistra è che la prima su questo sistema fa propaganda mentre lo gestisce. Il centrosinistra lo gestisce silenziosamente.

Questo sistema però è irriformabile non si può gestire. E Ceuta lo dimostra.

Va sostituito con un modello alternativo, basato regole chiare per i flussi di ingresso. Che preveda la sottrazione della gestione dei flussi alle semidittature africane e alle bande criminali, attraverso visti di formazione-lavoro e corridoi umanitari. E che si fondi sulla costruzione di un'eguaglianza dei diritti per tutti i lavoratori e le lavoratrici in Europa.

È un sistema che questa classe politico-imprenditoriale criminale non attuerà mai. Loro sono parte del problema.

Dobbiamo essere noi lavoratori, che siamo di prima, seconda o terza generazione, a organizzarci per impedire la barbarie dei pogrom, delle frontiere, del colonialismo, e costruire una nuova Italia e una nuova Europa.

Quella vecchia è destinata comunque al declino, se non al collasso.

27/07/2026

🔴LE ÉLITES CHIEDONO IMPUNITÀ PER SÉ STESSE E MANETTE PER I SUBALTERNI

Un articolo di Giuliano Granato per I blog del Fatto Quotidiano

È in corso una “rivolta delle élite”. Pare però che nessuno se ne sia accorto.

Il 1 luglio alcuni dei principali quotidiani nazionali (La Repubblica e Il Sole 24 Ore) pubblicano a tutta pagina un appello a pagamento dal titolo “La responsabilità penale è personale”. Il primo firmatario è Pietro Salini, patron del colosso delle costruzioni WeBuild, lo stesso che ha in mano la costruzione del Ponte sullo Stretto. Seguono firme trasversali a destra e sinistra: da Guido Crosetto a Luciano Violante, da Renato Brunetta a Paola Severino. E quelle di tanti imprenditori: Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, a Francesco Borgomeo (per info sul suo conto citofonare agli operai ex GKN).

L’appello di “Salini & friends” mette nero su bianco che la responsabilità penale “non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse”. Arrivando all’indomani della condanna definitiva dell’ex Amministratore Delegato di FS, Mauro Moretti, per la strage di Viareggio, suona un po’ – ma solo leggermente eh! – come una critica a quella magistratura che parrebbe aver osato condannare Moretti per la carica rivestita e non per responsabilità personale. Salini & friends chiudono con un invito: “che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio […]: la responsabilità penale è personale”.

Perché ribadire l’ovvio? Perché pagare profumatamente un inserto a tutta pagina sui quotidiani nazionali per riaffermare ciò che è già contenuto nella Costituzione? Perché le élite stanno mandando un segnale. Chiamatelo avvertimento se vi va. Avanzano la pretesa dell’immunità. Non parlamentare, ma generale. Ci dicono cioè che per loro non può valere la giustizia che vale per noi comuni mortali. Riaffermano il principio orwelliano secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

I comandamenti che valgono per le nostre élite non sono quelli che abbiamo studiato al catechismo. Non vale, ad esempio, il “non uccidere”. Il 7 maggio 2011, l’assemblea degli industriali erompe in applausi all’indirizzo dell’ad della Thyssen Krupp, Herald Espenhanh; lo stesso Epenhanh che era stato da poco condannato a 16 anni e mezzo di galera per omicidio volontario plurimo per il rogo che il 6 dicembre 2007 aveva ammazzato sette operai: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola.

Il 30 giugno 2026, a soli due giorni dalla pubblicazione dell’“appello delle élite per l’immunità”, Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, elegge il suo nuovo presidente. La scelta ricade – all’unanimità – su Alessandro Banzato. Chi è? Ansa ci informa dettagliatamente sul curriculum dell’amministratore delegato di Acciaierie Venete; curiosamente però dimentica di informare su un piccolo incidente di percorso: il sig. Banzato è stato condannato in primo grado dal tribunale di Padova a due anni e sei mesi per omicidio colposo per la morte di due operai (Marian Bratu e Sergio Todita) il 28 febbraio 2018 proprio nelle sue Acciaierie Venete. Inutile dire che tra le élite nessuno ha sollevato nemmeno un sopracciglio di fronte a quest’elezione all’unanimità.

Fresco di nomina è anche un altro manager che ha qualche conto aperto con la giustizia. Alla guida di Ferrovie dello Stato, infatti, il ministro Salvini ha scelto Gianpiero Strisciuglio. Quando si è diffusa la notizia di questa possibilità, “bell’esempio che dà lo Stato” ha esclamato Lidia Orastella. La signora Orastella è la madre di Giuseppe Aversa, uno dei cinque operai della Sigifer morti nella strage di Brandizzo del 30 agosto 2023 e per la quale è indagato Strisciuglio.

Infine, fresco di condanna e non di nomina, è Giovanni Castellucci, ex ad di Aspi (Autostrade per l’Italia), concessionaria di tratte autostradali: a dodici anni per il crollo del Ponte Morandi di Genova il 14 agosto 2018. Sulla condanna molto si è scritto. Ma ce n’è un’altra, precedente, di cui invece si parla sempre troppo poco. Castellucci era stato già condannato, in appello, per la strage del viadotto di Acqualonga. Il 28 luglio 2013 tra Baiano e Monteforte Irpino (AV) un bus sfonda il guardrail e precipita per 30 metri. Il bilancio è quello di una strage: 40 morti e 8 feriti.

I giudici hanno accertato che il pullman era vecchio e con revisioni farlocche. Ma hanno aggiunto un altro elemento: il guardrail era corroso dalla ruggine. Chi doveva occuparsi della manutenzione del guard rail? La stessa Aspi che avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza del Ponte Morandi. Quel ponte che invece, come scrive il Corriere della Sera, “era malato perché non erano state fatte le necessarie manutenzioni e i dovuti controlli. Obiettivo: massimizzare i profitti e quindi i dividendi degli azionisti”. La stessa tesi sostenuta dal procuratore Cantelmo che seguì l’inchiesta per la strage di Acqualonga: “politiche dei profitti a scapito della manutenzione”.

Chi ha incassato profitti e dividendi? La famiglia Benetton, che nella concessione delle autostrade per anni ha trovato la gallina dalle uova d’oro. E che non si vide nemmeno comminare la revoca delle concessioni perché, come ha affermato l’ex Ministro grillino Toninelli, “non ci fu coraggio”.

Con la loro “rivolta”, le élite rivendicano il diritto a perseguire il profitto senza che qualcuno possa metter loro i bastoni tra le ruote. Le élite chiedono un adeguamento definitivo del sistema ai loro desideri. E in fondo non chiedono niente di troppo diverso da quanto enunciò Giorgia Meloni il giorno dell’insediamento del suo governo: “non disturbare chi vuole fare”. Una filosofia propria di un intero blocco di potere, di destra o sinistra che si professino gli interpreti.

Alla rivolta delle élite dovremmo contrapporre una rivolta popolare, diretta contro il blocco di potere dominante e la sua logica di fondo. Una rivolta, però, non si evoca per ottenere un titolo di giornale. Si organizza. Con determinazione e pazienza. Chi ci sta, batta un colpo.

24/07/2026

ABOLIRE LO SCUDO PENALE PER LE FORZE DI POLIZIA
ABOLIRE I DECRETI SICUREZZA
VOGLIAMO LE DIMISSIONI DI PIANTEDOSI
VOGLIAMO VERITÀ E GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR!

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L'uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l'abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).

L'articolo 12 del decreto interviene sull'articolo 335 del codice di procedura penale mediante l'introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell'autore di un fatto che risulti "manifestamente" commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un'iscrizione formale, ma di una mera "annotazione preliminare". Questa norma si affianca anche a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell'esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.

Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall'inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.

Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo ve**re subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica. Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall'introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all'applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell'ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.

Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull'uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l'abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.
La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell'ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.

Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.

👉FIRMA LA PETIZIONE, LINK AL PRIMO COMMENTO

19/07/2026

NÉ MELONELLUM NÉ ROSATELLUM
PRETENDIAMO IL PROPORZIONALE PURO, SENZA SBARRAMENTO, CON LE PREFERENZE

La nuova proposta di legge elettorale avanzata dal governo guidato da Giorgia Meloni non è che l’ultimo tassello, in ordine cronologico, di un disegno politico più ampio che punta alla verticalizzazione del potere, al rafforzamento dell’Esecutivo e alla conseguente compressione degli spazi di rappresentanza e di opposizione sociale all’interno delle istituzioni. Un disegno politico che ha come fine immediato la sopravvivenza del Governo Meloni, e che condivide con i governi precedenti la riduzione degli spazi di democrazia.

Il cuore del progetto di riforma è infatti rappresentato da un premio di maggioranza tale da garantire alla coalizione vincente una solida – per non dire schiacciante – maggioranza parlamentare anche con una percentuale di voti del 42% dei votanti. Percentuale che, se consideriamo l’astensionismo record (alle ultime europee non ha votato 1 avente diritto su 2), è ben lontana dal rappresentare la maggioranza reale del Paese.
Come si vede dalle proiezioni realizzate sulla base degli ultimi sondaggi, la nuova legge potrebbe garantire al centrodestra + Vannacci una vittoria cosa che con l’attuale Rosatellum (che non difendiamo), non sarebbe scontata. Siamo dinanzi alla logica del “chi vince prende tutto” spinta all’estremo.

Una riforma che – se dovesse passare – altererebbe irrimediabilmente il rapporto tra consenso e potere. Con un premio così ampio (70 seggi alla Camera e 35 al Senato), una minoranza relativa nel Paese può trasformarsi in una maggioranza assoluta in Parlamento. La rappresentatività del Paese reale verrebbe così sacrificata in nome dell’accentramento di potere nelle mani del Governo, che avrebbe così maggioranze schiaccianti a disposizione per nominare e influenzare fortemente gli organi di Garanzia, tra i quali anche il Presidente della Repubblica.

Al Premio di maggioranza si aggiunge, poi, l’assenza assordante delle preferenze: ve la ricordate Giorgia Meloni, che, quando era all’opposizione, si faceva portavoce di questa battaglia? Ebbene, una volta arrivati al Governo, i chiacchieroni “sovranisti”, pur di mantenere unita la loro coalizione, ci ripropongono la solita solfa: listini bloccati, candidati scelti dalle segreterie, parlamentari nominati e non scelti dal popolo.

L’unica novità sarebbe l’obbligo di indicare il nome del candidato premier sul programma, e non sulla scheda, il che prelude a un’altra riforma volta al rafforzamento del Governo: quella del premierato.
E l’opposizione? Se da un lato Schlein, Conte e co. urlano al pericolo fascismo e alla “legge truffa”, dall’altro proprio il centrosinistra è co-responsabile di questa situazione.

È anche con i voti e il protagonismo di quello che è diventato poi il centrosinistra che nel 1993 è stato introdotto il Mattarellum, infausta legge elettorale scritta dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha tradito il mandato dell’Assemblea Costituente, introducendo il cosiddetto “maggioritario”, ossia una distorsione della rappresentanza proporzionale che ha garantito a centrodestra e centrosinistra il monopolio del potere, riducendo la rappresentatività parlamentare a un orpello e portando così ai tassi di astensione record di oggi.

E ancora: il modello a cui si ispira la nuova legge elettorale di Meloni è proprio l’Italicum voluto da Matteo Renzi, bocciato dalla Corte Costituzionale. Anche allora si parlava di governabilità, si introduceva un premio di maggioranza molto forte e si marginalizzava il Parlamento. È con il contributo del centrosinistra che si è aperta la strada alla logica maggioritaria spinta, alla personalizzazione della politica, all’idea berlusconiana del capo indiscusso. E anche ora, l’opposizione del PD di Schlein è fiacca e di facciata, proponendo come alternativa la conservazione dell'esistente, perché un premio di maggioranza così marcato costringerebbe anche gli alleati del cosiddetto “campo largo” a stare uniti ad ogni costo. O dentro un’unica coalizione o destinati a non contare nulla.

D’altronde la tendenza all’autoritarismo è connaturata alla centralizzazione di capitali in atto nel mondo. Se gli attori economici che hanno un peso decisivo sono sempre meno e sempre più potenti, e se si accetta, come fanno tanto la destra quanto il campo largo, che il potere politico debba sempre e comunque scendere a patti con le richieste delle imprese e con la natura dell’imperialismo, a cosa servono la mediazione e la rappresentatività?

È dunque evidente che non serve a nulla accodarsi a chi oggi urla al “pericolo fascismo”, ma poi per convenienza si erge a difesa del Rosatellum, l’attuale legge elettorale, che è altrettanto antidemocratica di quella proposta dal Governo Meloni.

Bisogna invece riattivare il conflitto sociale e politico affermando un’idea opposta di democrazia. Che prima di tutto ripristini un principio reale di rappresentatività, ossia una legge elettorale totalmente proporzionale, senza premi di maggioranza, e soprattutto che reintroduca le preferenze. Una legge che dunque rispecchi la volontà dei costituenti del 1948. E passare al contrattacco, portando la democrazia dove non esiste: nel campo economico, perché sia la collettività a decidere cosa produrre, come e in che modo distribuirlo; nelle relazioni sindacali, spezzando il monopolio del sindacalismo confederale, co-responsabile del declino dei salari italiani, e lasciando che siano i lavoratori a eleggere (e a revocare) i delegati che li devono rappresentare; nella gestione del pubblico, introducendo in Costituzione il principio della revocabilità dei rappresentati e del controllo popolare (che già esiste in maniera insufficiente in alcuni enti, pensiamo agli organi collegiali a scuola o ad alcune municipalizzate come Acqua Bene Comune a Napoli, non a caso sotto attacco da parte dell’amministrazione Manfredi di centrosinistra); nell’ordinamento civile e penale, eliminando le norme autoritarie, fasciste e razziste che permangono nel nostro ordinamento e addirittura vengono rafforzate dagli ultimi decreti sicurezza; nell’ordine internazionale, con una vera democratizzazione dell’ONU e di tutti gli organismi internazionali.

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Monfalcone

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