19/07/2026
19 luglio 1992
19 luglio 2026
Il Circolo Cittadino Fratelli D'Italia Monserrato stamattina alle ore 8.00, alla presenza dell'Arma dei Carabinieri ha ricordato il giudice Borsellino e la sua scorta con una cerimonia sentita e intima, che ha messo in evidenza l'uomo Borsellino, il suo amore per la Triade Dio, Patria e Famiglia, e poi gli uomini e donne della sua scorta, il rapporto d'anime speciale che si crea tra chi deve essere protetto e chi mette al servizio la sua vita.
"Oggi ricordiamo il sacrificio di un uomo rimasto fedele fino all'estremo ai valori nei quali credeva: il senso dello Stato, la legalità, il dovere, la giustizia e il servizio alla comunità. Valori che egli mise al centro della propria esistenza, dedicando senza riserve il proprio lavoro alla difesa del bene comune.
La comunità ha un debito eterno verso Paolo Borsellino, così come verso Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, persone delle forze dell’ordine che con lui sono caduti per la violenza mafiosa che, come ogni sistema criminoso, non potrà mai avere il sopravvento sulla civiltà e sulla giustizia, proprio grazie alla testimonianza del loro sacrificio e di quello di tanti altri difensori della legalità.
La Patria, intesa come comunità civile unita da diritti, doveri e responsabilità condivise, era uno dei valori che ispirava la vita di Paolo Borsellino. Un valore che affondava le radici in una formazione culturale che, fin dalla giovinezza, con la sua frequentazione di un movimento politico della destra, lo aveva avvicinato a un pensiero che poneva al centro il rispetto delle istituzioni, la famiglia, le tradizioni cristiane. Al di là delle naturali evoluzioni del percorso umano e politico, quei principi di dedizione, disciplina e amore per la propria comunità rimasero il filo conduttore della sua vita, fino al sacrificio estremo.
La forza di Paolo Borsellino trovava alimento anche in una fede autentica, vissuta senza ostentazione. Il servizio alla giustizia e al bene comune, il rispetto della dignità delle persone erano non soltanto un dovere professionale, ma un’esigenza morale ispirata dalla sua profonda fede, che lo sostenne anche quando, nell’ultimo periodo della sua vita, era accompagnato dalla consapevolezza che la sua vita fosse in pericolo.
Paolo Borsellino trovò nella famiglia il primo luogo degli affetti, dell'educazione e della speranza. La famiglia alimentava in lui quella forza interiore che gli consentì di affrontare la sua vita e il suo impegno di magistrato con straordinario coraggio. La famiglia rappresentava per lui il nucleo fondamentale della società, il luogo nel quale si trasmettono i valori del rispetto, della responsabilità, del sacrificio e della libertà. Anche per questo la sua battaglia contro la mafia non fu soltanto una missione di magistrato, ma l'impegno di un uomo che desiderava consegnare alle future generazioni un Paese più giusto, nel quale ogni famiglia potesse vivere senza paura.
Ricordare Paolo Borsellino e le persone della sua scorta non significa soltanto rendere omaggio al loro sacrificio: il loro esempio ci ricorda che abbiamo il dovere di essere cittadini migliori, fedeli alle istituzioni, rispettosi della legge, custodi della famiglia e della comunità, consapevoli che non esiste libertà senza responsabilità, né giustizia senza coraggio. Nel loro sacrificio ritroviamo il volto migliore dell'Italia: un Paese che, pur ferito, non ha mai smesso di credere nella forza del diritto, nella dignità della persona e nel valore del bene comune." (Roberto Pisano)
"Era una caldissima domenica di fine luglio, esattamente come oggi.
Oggi è di nuovo domenica, è di nuovo 19 luglio, e siamo qui perché abbiamo un compito importante: ricordare.
Ricordare quella torrida e assolata domenica palermitana del 1992, sulla quale soffiava il vento di scirocco che tagliava il respiro, e che ha portato un vento di morte.
La città era deserta, svuotata, le strade silenziose: chi ha potuto è scappato al mare.
Era una domenica qualunque, uguale a questa.
È in questa domenica che si muovono Paolo Borsellino e la sua scorta, che vivono la loro realtà quotidiana senza domeniche, la stessa da 57 lunghissimi giorni, dal giorno di Capaci, sotto il peso di un attacco allo Stato che pesa più del caldo, delle divise, dei giubbotti antiproiettile e le pistole, dell’asfalto rovente e delle auto blindate.
Borsellino sapeva di essere un “condannato a morte” e viveva il tormento lacerante che il prezzo più alto lo avrebbe condiviso con “i suoi ragazzi”, i giovani che lo accompagnavano come ombre ovunque andasse.
La sua scorta.
Tutti appartenenti alla Polizia di Stato:
Agostino Catalano – Assistente Capo
Walter Eddie Cosina – Assistente
Claudio Traina – Agente Scelto
Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Antonio Vullo : Agenti
Nel lessico burocratico la scorta è chiamata “servizio di protezione”, ma la realtà è che diventa una seconda pelle, una famiglia allargata, fatta di giovani uomini e donne di valore che scelgono di condividere un destino per una giusta causa.
Accettare la scorta è rinunciare alla propria libertà per un bene superiore, superiore anche alla vita, ma è anche allargare i propri affetti, accogliendo uomini e donne dello Stato e diventando loro amico, nella consapevolezza che il loro corpo avrebbe potuto far da scudo al proprio. Purtoppo.
Dal 23 maggio al 19 luglio 1992 la loro quotidianità era cambiata radicalmente: sempre più blindata, privata di qualsiasi normalità, tanto che la normalità finì per essere questa, fatta di presenze costanti, divenute amiche, intime, familiari. Sveglia all’alba, pranzo con un panino sulla scrivania in Procura, tutti insieme, il caffè preparato da Borsellino come a volersi prendere cura di tutti loro, in locali ritenuti sicuri ma senza che alcuno osasse mai dare le spalle alla porta. Turni serrati, tensione costante. Nuovi rituali per poter continuare a sentirsi normali.
Con preoccupazione sincera di tanto in tanto Paolo suggeriva ai suoi ragazzi di chiedere il trasferimento, ma per Agostino, Claudio, Vincenzo, Walter ed Emanuela lui non era più solo il magistrato da proteggere. Era il punto di riferimento, una presenza amica ed attenta, verso la quale provavano ammirazione e rispetto, ma soprattutto affetto ed amicizia, oltrechè fedeltà. Non erano più uomini e donne in turno di guardia, erano custodi della speranza. Custodi del Dottore, come lo chiamavano.
L’attentato ha colto l’uomo Paolo nel momento in cui abbassa le sue difese istituzionali per continuare ad essere figlio. La disumanità del tritolo strazierà l’umanità dell’uomo, insieme a quella dei suoi ragazzi caduti con lui per proteggere stavolta non il segreto di Stato, ma un abbraccio familiare.
Uscire per strada per gli spostamenti necessari era sempre come andare in guerra. Ma inevitabile.
La vita sociale era ridotta al minimo: no le amate spiagge, no passeggiate, no amici. NO tutto.
Unica costante irrinunciabile era la visita alla anziana madre,la signora Maria Pia, e alle sorelle, visita entrata nella quotidianità. Due volte a settimana in via D’Amelio, spesso di domenica pomeriggio.
Una quotidianità che diventa prevedibilità, una prevedibilità che si fa trappola, ma non si può rinunciare anche a questo, per non perdere quell’attimo di affetto e normalità nonostante tutto.
Il punto debole è stato l’amore filiale, che portava a ritornare in questa strada stretta e piena di auto in sosta, senza vie di fuga.
Sono le 16.58 quando la domenica rovente si trasforma in una mattanza.
Un attimo prima i fotogrammi scorrono normali.
Claudio Traina e Vincenzo Li Muli scendono per controllare il portone di casa, Paolo Borsellino si incammina. Walter appoggiato all’auto fuma una sigaretta di fretta. Il caposcorta Agostino aiuta una condomina a fare manovra. Poi si stringono tutti attorno al Giudice, con Emanuela Loi.
Poi il boato.
Palermo alle 16.58 viene investita da un’esplosione e dalla sua onda d’urto, dall’odore di 100 chili di tritolo, dal fumo nero che oscura il cielo, dalla polvere dei palazzi sventrati. Non c’è bisogno di aspettare i telegiornali. Tutti riconoscono quel boato che già aveva risuonato solo 57 giorni prima. Il rumore della morte che squarcia il silenzio domenicale, con la sua onda d’urto che attraversa la città e porta con sé un messaggio forte e chiaro: hanno ucciso anche Borsellino.
Poi di nuovo silenzio, stavolta irreale, e a seguire, le sirene, il caos e la disperazione.
Il vento di morte entra in ogni casa attraverso le finestre rimaste aperte per cercare di respirare in quel torrido pomeriggio, mentre Borsellino e la sua scorta esalanoil loro ultimo respiro.
Una volante accorsa riconosce la blindata del magistrato, e comunica alla centrale, con voce straziata: E’ il giudice Borsellino… la scorta non c’è più, sono tutti morti”. Una conferma via radio di quel che già tutta Palermo sapeva, pronunciata da poliziotti in pianto davanti ai corpi straziati dei loro colleghi.
Unico superstite Antonio Vullo, alla guida della prima auto, che ricorderà per sempre il flash accecante, il vuoto d’aria, l’inferno di fumo e macerie, il dolore devastante di aver perso in un secondo i suoi fratelli e il suo giudice.
Gli altri sono volati via nel vento di scirocco, e oggi la nostra comunità li ricorda uno per uno.
Agostino Catalano: il caposcorta, l’ancora del gruppo, l’uomo di esperienza, il punto di riferimento, la sicurezza.
Emanuela Loi: la sorellina da proteggere, giovanissima e lontana da casa, solare e con un senso del dovere incrollabile, fedele sino all’ultimo respiro. Sarda, prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio in una scorta.
Vincenzo Li Muli: il più giovane, 22 anni, palermitano. Considerava un eroe Borsellino ed essere nella sua scorta era per lui un atto di profondo amore per la sua terra.
Walter Eddie Cosina: Triestino, rimasto in quella città così diversa da casa solo perché sentiva che il richiamo del dovere era qui più potente che in qualsiasi altro luogo.
Claudio Traina: 26 anni, pieno di vita e con un figlio ancora in fasce.
Paolo Borsellino: Il Giudice, il padre, il faro di quella famiglia allargata. Sapeva tutto, sentiva il peso del tempo che stringeva, ma ha scelto di non scappare per insegnarci che la speranza è più forte della paura.
In questa torrida giornata domenicale noi siamo qui, per dare voce al loro ultimo ed eterno respiro.
Ci piace chiudere con un messaggio di pace e speranza: mamma Maria Pia Lepanto, l’anno dopo, ha piantato sul luogo del martirio un ulivo arrivato da Betlemme, trasformando un luogo di morte in un simbolo di vita e rinascita, pronto a sfidare il vento di scirocco." (Giulietta Marras)