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Poche ore fa, al Senato, con una dichiarazione ai limiti del tragicomico, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ...
13/05/2026

Poche ore fa, al Senato, con una dichiarazione ai limiti del tragicomico, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha provato a spiegare perché la pressione fiscale, sotto il suo governo, continua a salire.
E lo ha fatto così: "La pressione fiscale aumenta perché più gente lavora. Questo governo non ha aumentato le tasse, le ha diminuite. Le entrate dello Stato non aumentano solo se aumentano le aliquote, ma ad esempio anche quando c'è più gente che paga le tasse perché ha trovato un posto di lavoro. Se il numero di persone che lavora stabilmente aumenta di 1,2 milioni, le entrate dello Stato aumentano".
Ora, Presidente, ci sono due problemi. E non sono problemi politici, ma aritmetici.
Il primo è che lei non conosce la differenza tra gettito fiscale e pressione fiscale.

Il gettito fiscale è un valore assoluto. Sono i soldi che lo Stato incassa complessivamente attraverso tasse, contributi, imposte.
La pressione fiscale, invece, è un rapporto e misura quanta parte di ogni euro prodotto in Italia finisce nelle casse dello Stato: al numeratore ci sono le tasse incassate dallo Stato. Al denominatore c'è il PIL, cioè la ricchezza prodotta dal Paese.
Se aumenta davvero l'occupazione, come sostiene lei, succede che il numeratore cresce (più stipendi tassati) e il denominatore cresce con esso (più ricchezza prodotta). Quando crescono insieme, il rapporto resta stabile o addirittura scende.
Se invece aumenta, vuol dire una cosa sola: le tasse stanno crescendo più velocemente della ricchezza. Esattamente il contrario di quello che ha raccontato in Aula.

Presidente, glielo spieghiamo con un condominio.
Immagini un palazzo con dieci famiglie. Ogni famiglia produce, in un anno, mille euro di ricchezza. Il condominio nel suo complesso ne produce diecimila. L'amministratore, lo Stato, si prende il 43% della ricchezza prodotta da tutto il palazzo: 4300 euro l'anno.
Quella è la pressione fiscale.
Adesso facciamo entrare altre cinque famiglie. Più inquilini, più lavoratori, più ricchezza prodotta. Il palazzo ora produce 15.000 euro l'anno. Esattamente lo scenario che lei descrive in Senato.
Se davvero le tasse fossero diminuite, come sostiene, l'amministratore dovrebbe prendersi una fetta più piccola di quei 15.000 euro. La pressione scenderebbe al 40%, al 38%, al 35%.
Invece l'amministratore continua a prendersi il 43%, anzi qualcosa in più: il 44%. Tradotto: lo Stato si sta prendendo una fetta più grande di una torta più grande.
Una Presidente del Consiglio dovrebbe saperlo. Un ministro dell'Economia dovrebbe spiegarglielo. Un consulente dovrebbe sussurrarglielo. E invece niente.
Ora, restano due ipotesi. O Giorgia Meloni non sa come si calcola la pressione fiscale e allora siamo nei guai. O lo sa benissimo e conta sul fatto che gli italiani non lo sappiano e allora siamo messi peggio.

Scegliete voi quale ipotesi faccia più paura.

Associazione *MONZATTIVA*                         Il cuore della città batte nelle botteghe, nonostante i Comuni siano l...
31/01/2026

Associazione *MONZATTIVA* Il cuore della città batte nelle botteghe, nonostante i Comuni siano lasciati soli.
Il commercio di vicinato non è solo una questione di scontrini e bilanci: è parte del sistema sociale e identitario della nostra Monza. Riscoprire e sostenere le botteghe, dalle insegne storiche alle nuove scommesse imprenditoriali, significa investire in strade illuminate, quartieri sicuri e una comunità che si riconosce guardandosi in faccia.
Eppure oggi quel tessuto appare sfilacciato, non per mancanza di volontà dei nostri commercianti, ma per un sistematico abbandono da parte di chi, dalle poltrone romane a quelle del Pirellone, dovrebbe garantire le condizioni minime per sopravvivere: non si può chiedere agli imprenditori di farsi carico, da soli, del welfare di un’intera comunità, mentre lo Stato e la Regione giocano a nascondino.
Ci troviamo nel mezzo di una tempesta perfetta dove l’inflazione galoppante ha eroso il potere d'acquisto dei cittadini e il caro energia è diventato una tassa occulta sulla sopravvivenza. Non dimenticando l'assalto subito in precedenza dalla GDO e dall'e-commerce con gli affitti sempre piu costosi e fuori controllo. In questo scenario, i Comuni sono stati lasciati colpevolmente soli: siamo al paradosso di un’amministrazione locale che deve fare i salti mortali senza il supporto di una Regione Lombardia che latita clamorosamente sul fronte dei bandi diretti e degli aiuti strutturali.
È troppo facile riempirsi la bocca di "eccellenza territoriale" se poi, al momento di sostenere e riqualificare il commercio locale di vicinato, i rubinetti restano chiusi.
Grave è anche il silenzio assordante dello Stato, che ha deliberatamente ignorato la giungla legislativa dei rider e della logistica selvaggia. Non legiferare (azione che non ha costi ma necessita di un progetto) su queste realtà significa favorire il Far West, lasciando i sindaci a gestire da soli l'impatto di un modello economico che cannibalizza il piccolo commercio senza restituire nulla in termini di diritti o decoro urbano. È un'omissione di soccorso istituzionale. Ora servono regole nazionali che non trasformino le nostre strade in piste per corrieri sfruttati, a danno delle vetrine storiche.
Perchè non pensare a una sorta di misura come Industria 5.0 per il commercio, sostenendo chi ci crede ancora e vuole investire?
Perchè non intervenire semplificando la giungla normativa?
Perchè non intervenire sui contratti di lavoro, dando flessibiltà e non precariato selvaggio?
Perché non lavorare su misure fiscali per i proprietari che affittano i propri locali a prezzi contenuti?
La nostra ricetta per invertire la rotta è chiara, ma richiede coraggio: dobbiamo continuare ad aumentare i passaggi in città, per trasformare il consumo in socialità, ma non basta. Servono incentivi fiscali drastici, ma soprattutto, serve che la Regione torni a finanziare i quartieri e che lo Stato smetta di considerare il commercio di vicinato come un residuo del passato.
Le botteghe sono una parte della nostra rete di sicurezza sociale: se cade quella, cade una parte della città. Difenderla non è più una scelta, è un dovere civile contro l'incuria di un sistema politico che guarda troppo in alto per accorgersi di cosa succede nelle strade della nostra città. (Comunicato a cura di MonzAttiva)

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