20/08/2026
L’ombra di Croce nelle sue stanze a Napoli (1975)
di Giovanni Spadolini - «La Stampa», 7 maggio 1975, p. 3. Poi in G. Spadolini, “L’Italia della ragione. Lotta politica e cultura nel Novecento”, Le Monnier, Firenze 1978, pp. 306-310.
Non risalivo le scale di palazzo Filomarino da almeno nove anni. Ero venuto l’ultima volta all’istituto storico Croce – l’istituto collocato nelle stanze intatte del filosofo, coi suoi libri, i suoi tavoli, i suoi ricordi – insieme con Saragat, nei giorni del centenario crociano, febbraio 1966: allorché l’allora Presidente della Repubblica si era impegnato con particolare e personale fervore nella celebrazione del maestro e aveva lungamente riletto i suoi libri e curato le citazioni e dosato i giudizi per il discorso che proprio al San Carlo di Napoli doveva pronunciare, un discorso destinato quasi a riassumere l’ispirazione laica della sua presidenza. Un Saragat intento a integrare l’eredità del neo-positivismo austriaco, inseparabile dal socialismo degli Anni Trenta, quello che aveva respirato nel primo esilio, con la grande lezione dello storicismo crociano, risentita e risofferta nel periodo di Parigi con particolare acutezza, con incisività mai appannata.
Nulla, o quasi, è modificato da allora. Solo più sgombro il tavolo, che era stato fino al 1960 di Federico Chabod: un tavolo incredibilmente ordinato oggi, per volontà di Pugliese Carratelli, così come era incredibilmente disordinato quindici o sedici anni or sono, con le riviste che si accumulavano, gli estratti che si sovrapponevano, le schede che si mescolavano, i libri vecchi e nuovi che si davano la mano, nel misterioso disordine-ordine che era proprio dell’uomo. Ulteriori accessioni di opere; perfettamente organizzata, per volontà della signora Dora Beth Marra, la raccolta dei periodici, che spazia in tutte le lingue e in tutti i rami delle scienze storiche.
Sempre larga, e policroma, la rappresentanza dei borsisti stranieri; parecchi anni fa ricordo di aver incontrato all’istituto Croce un giapponese che conosceva Mazzini al punto da poter sostenere con dignità una ipotetica conversazione con Tramarollo. Aggiunta qualche altra borsa, alle molte create dalla munificenza di Raffaele Mattioli – un altro spirito eletto di cui sentiamo la pungente mancanza, nella sciatteria che avanza, nelle superstizioni che si espandono, in un certo irresistibile irrazionalismo che dilaga intorno al noi -: in particolare, cara ai miei ricordi di giovanissimo collaboratore del “Mondo”, la borsa intitolata, per tenace volontà del caro Libonati, a Mario Pannunzio, un crociano fermissimo nel rigore dei princìpi quanto aperto nella ricchezza di un’interiore problematica (e la sera stessa a Napoli, presentando nella biblioteca nazionale di palazzo Reale, sede pure essa di scelta e di rimembranze crociane, un nuovo libro dell’amico Galasso, “Da Mazzini a Salvemini”, ricorderò che solo Pannunzio era riuscito nel miracolo di far scrivere sulle stesse pagine, appunto quelle del primo indimenticabile “Mondo”, Croce e Salvemini).
Riuniti, nella sala strettissima che precede la biblioteca, in fondo al grande corridoio di ingresso, pochi, selezionati superstiti della religione crociana. È una manifestazione a inviti, dove il primo titolare di un ministero che nella sua discrezione sarebbe piaciuto a Croce («beni culturali» e non «cultura») si incontra con gli animatori e allievi dell’istituto, ma al di fuori di ogni p***a, di ogni ufficialità. Col tono di una seduta universitaria, l’unico tono che piace alla figlia Alda, la gelosa custode delle stanze crociane, l’ordinatrice accorta e attenta del suo epistolario: arricchito proprio in questi giorni dal volume delle “Lettere” di Antonio Labriola a Croce, spazianti nel ventennio 1885-1904).
C’è il figlio di Mattioli, Maurizio, impegnato a salvaguardare l’eredità paterna; c’è, naturalmente, il direttore dell’istituto, il collega Pugliese Carratelli, il continuatore di Chabod, l’uomo che ha occupato il posto che invano Croce aveva riserbato nel lontano ’46 a Adolfo Omodeo («la sorte», commentò allora don Benedetto, «ha disposto al contrario del mio ardente desiderio ed egli inaspettatamente si è dipartito da noi, i quali guardiamo con ammirazione e con tristezza gli impareggiabili lavori che egli ha compiuto»). Ci sono i pochi filosofi che ancora alzano bandiera crociana, senza riparo di vessilli corsari, nell’università italiana, come un Raffaello Franchini; non manca l’instancabile Alfredo Parente, che dalla “Rivista di studi crociani” continua, con povertà artigianale di mezzi pari solo al fervore della fede, l’opera di un proselitismo crociano quasi missionario e spesso ‘sub hostili dominatione’. Nel treno che mi riporta da Napoli a Roma incontro un «adepto» di questa chiesa, un impiegato fiorentino, che a sue spese è venuto a Napoli, per un piccolo convegno su filosofia e storia promosso dagli amici della rivista, quasi nella solitudine di un chiostro laico.
È giunto da Firenze Ernesto Sestan, in cui rivive, come in Pannunzio, il perfetto equilibrio fra Croce e Salvemini; e non manca – quasi eco del «non possiamo non dirci cristiani» - un fedelissimo storico di salde radici cattoliche, Ernesto Pontieri, pari a Croce nella devozione alla «napoletana società di storia patria», un sodalizio inesauribile, nonostante la carenza di mezzi, nella fedeltà a un certo modello culturale, un modello che fa di Napoli ancora, nonostante tutto, una capitale morale. E tanti vuoti intorno a noi: da Gino Doria a Vittorio De Caprariis, vuoti di antichi maestri non meno che di indimenticabili allievi.
Ripenso ai ventotto anni passati dalla fondazione dell’istituto. Quando Croce lanciò la premessa allo statuto del centro – qualcosa come il febbraio del ’46 – l’università italiana riprendeva il suo cammino con grande slancio di propositi rinnovatori, sulla scia della Liberazione. Sembrava che la cultura dovesse tornare tutta, e riassumersi tutta, nelle strutture dell’università: la lezione di Croce, il meno universitario dei nostri maestri, il solo che aveva sempre rifiutato una cattedra, che non aveva neanche conseguito la laurea, aveva preservato intere facoltà, lettere, filosofia, anche giurisprudenza, dalle contaminazioni del fascismo, aveva assicurato le premesse di una ripresa e di un ulteriore avanzamento dei nostri studi, mai interrotti – basti pensare alla storia – neanche durante gli anni della dittatura.
I vecchi atenei, certo, sembravano angusti rispetto alla realtà di un Paese che si avviava a radicali trasformazioni, morali prima che strutturali: ma i dati dell’autonomia universitaria, sopravvissuti al tentativo di livellamento statalistico e centralistico, garantivano tutti, anche le forze di opposizione, il blasone universitario superava la pur aspra diatriba dei partiti. E l’istituto Croce appariva in quella prospettiva solo come un organismo di specializzazione post-universitaria, un luogo di ricerca monografica. Uno fra gli altri…
Ventotto anni dopo… Cosa rimane di quelle certezze o di quelle speranze? L’università di oggi ha bruciato gli orgogli della tradizione senza sostituirli alle intuizioni o alle premesse di un domani migliore. La cultura non si riassume più tutta nell’università; la ricerca scientifica vera e propria, anzi, si allontana sempre più dalle aule universitarie, avviate a una inesorabile licealizzazione, si disloca in nuovi organismi, che seguono l’università, la affiancano, o dovrebbero affiancarla: nel suo ‘stress’ di adeguamento a una società smisuratamente cresciuta, e incredibilmente mutata.
L’istituto Croce assume tutta una nuova attualità, su questo sfondo. E quella che sembrava, per Croce, la conclusione di una lunga giornata potrebbe diventare l’anticipazione di una giornata nuova, in un rapporto diverso fra università-liceo e centri di ricerca post-universitaria, fra gli atenei, nel loro svolgersi caotico, e le esigenze di un approfondimento umanistico, da sottrarre al nozionismo livellatore. E non è senza significato che un progetto di legge, presentato [proprio in questi giorni] alla Camera, e con firme che vanno da [Giorgio] Amendola a [Francesco] Compagna, il mio amico da trent’anni, domandi all’università italiana il prestito, in comando presso l’istituto Croce, di taluni suoi professori: un’iniziativa da favorire in tutti i modi, proprio per agevolare il nuovo raccordo fra il superstite statalismo accademico e gli apporti spontanei della società civile.
Uscendo da palazzo Filomarino, mi tornano in mente le parole di Croce in quella pagina «un angolo di Napoli»: «Vico ebbe a tenere private conferenze per l’appunto nella casa dei Filomarino, innanzi a un circolo di nobili giovinetti e di gravi personaggi». La storia, idealmente, si ricompone a unità, scandita dal ritmo dei secoli. Nelle società di massa, la cultura superiore trasmigra, idealmente, nelle accademie e negli istituti specializzati, i santuari laici che soli possono elaborare i dati del sapere volti al ricambio delle generazioni. Per conoscere, soprattutto, la sola cosa che l’uomo deve conoscere, citiamo ancora Croce: «la storia sua, perché l’ha fatta lui, l’uomo, e in ciò egli è simile a Dio, che conosce il mondo naturale per averlo creato».
Giovanni Spadolini
Istituto italiano per gli studi storici