30/06/2026
Democrazia svuotata: dal Parlamento alle aule di scuola.
Cosa succede quando si semplifica la partecipazione?
Il dibattito politico di questi giorni racconta di un progetto di riforma di legge elettorale che rischia di concentrare nelle mani dei vertici di partito la selezione dei rappresentanti da mandare in Parlamento. Con l'introduzione del premio di maggioranza, di liste bloccate e del premierato, il cittadino continuerebbe a non scegliere direttamente i parlamentari da eleggere mortificando il Parlamento e riducendo gli spazi di democrazia.
L'ennessimo tentativo di svuotare la Camera ed il Senato, già "tagliati" dalla legge di riforma costituzionale del 2020 (con le sue "ineffabili " ragioni di risparmio di spesa pubblica) e marginalizzare gli organi rappresentativi del voto dei cittadini. In nome della logica economicistica dell'efficienza si svuota il processo democratico producendo una verticalizzazione del potere decisionale che continuerà ad allontanare i cittadini dalla politica.
C'è allora da chiedersi: quando si semplifica il meccanismo della scelta, cosa si perde nel tragitto tra il cittadino e la sua rappresentanza? E quella perdita è accettabile, misurabile, reversibile?
Nella fragile ed incompiuta democrazia italiana, la riforma elettorale in discussione alla Camera potrebbe aprire le porte a una torsione autoritaria.
Vero è che la tentazione dell'uomo (o della donna) "forte" al comando ha ciclicamente costellato la storia patria, dal ventennio fascista passando per la "discesa in campo" nella cd. seconda Repubblica.
Un modello dirigista introdotto anche nella scuola italiana che negli ultimi decenni ha depotenziato il ruolo dei docenti negli organi collegiali, mantenendo intatte le funzioni assegnati ad essi dal T.U. 297/1994.
È di questi giorni la notizia che è stato siglato l’accordo tra Ministero dell’Istruzione e del Merito e organizzazioni sindacali per consentire lo svolgimento in modalità telematica delle riunioni con carattere deliberativo degli organi collegiali, a cominciare dal collegio dei docenti, in attuazione dell'art. 44 del CCNL Scuola vigente.
Apparentemente distanti questi due temi condividono una domanda di fondo: quando si semplifica il meccanismo della partecipazione cosa si perde e cosa si guadagna? E quella perdita è accettabile o nasconde un impoverimento democratico, immediatamente non misurabile, che ha il volto rassicurante dell'efficienza?
Sarebbe un errore di prospettiva contrapporre il valore della tradizione e le opportunità dell'innovazione perché il digitale ha ampliato straordinariamente le possibilità di partecipazione, informazione e deliberazione democratica: ha reso accessibili risorse didattiche, ha abbattuto distanze geografiche, ha consentito forme di collaborazione tra scuole anche oltre i confini nazionali. Ma ogni strumento va valutato nel contesto in cui opera e negli effetti che produce. Usare piattaforme digitali per consultare, informare, raccogliere contributi prima di una deliberazione è cosa diversa dal sostituire la deliberazione stessa con un click su uno schermo. La domanda non è: il digitale sì o no? La domanda è: in quali decisioni la presenza fisica (con il suo rumore, il suo disordine, la sua lentezza) è essa stessa una garanzia democratica irrinunciabile? Quando la deliberazione collegiale, quella prevista dal T.U. 297/1994 come momento di confronto professionale, elaborazione pedagogica e costruzione condivisa delle scelte educative, si riduce a una sequenza di click individuali e silenziosi occorre chiedersi: il voto c'è, ma il dibattito dov'è? La forma è rispettata, ma la sostanza?
Un collegio che delibera in presenza non è solo più lento: può essere più ricco, più conflittuale, più vivo. Perché la democrazia collegiale non è un algoritmo di aggregazione delle preferenze individuali, ma un processo di costruzione del senso comune attraverso il confronto, la persuasione, il riconoscimento reciproco tra professionisti che condividono una responsabilità educativa. Può uno schermo restituire tutto questo? O restituisce soltanto la traccia formale di un processo che nel frattempo si è svuotato?
Non è casuale che proprio l'Unione Europea con lo Scudo europeo per la democrazia adottato il 12 novembre 2025 abbia posto al centro della sua agenda la resilienza democratica, l'alfabetizzazione mediatica, la capacità dei cittadini di partecipare consapevolmente alla vita pubblica attraverso tre pilastri: integrità dell'informazione, elezioni libere, resilienza della società. Tre pilastri che presuppongono luoghi, fisici e mentali, in cui il confronto avvenga davvero, non solo vengano certificate le sue conclusioni.
Se l'Europa sente il bisogno di costruire uno scudo per proteggere la democrazia dall'erosione digitale e dalla concentrazione del potere decisionale, non dovremmo chiederci se alcune delle scelte che stiamo compiendo, in Parlamento come nelle Scuole, stiano inconsapevolmente contribuendo a quella erosione invece di contrastarla?
C'è infine una domanda che riguarda specificamente la Scuola, e che forse è la più importante di tutte. Se è vero che la Scuola non è solo il luogo in cui si trasmettono conoscenze, ma il primo spazio in cui le generazioni più giovani osservano come funziona la democrazia (come si discute, come si decide, come si gestisce il conflitto tra posizioni diverse) quale modello stiamo mostrando loro? Le decisioni collettive non sono procedure da completare, non sono processi da attraversare.
La tecnologia può servire la democrazia. Ma può anche, se usata senza consapevolezza, imitarla senza praticarla. Non si tratta di scegliere tra digitale e presenza, ma di capire quali decisioni richiedono il confronto come garanzia democratica irrinunciabile.
E allora, di fronte a scelte che riguardano tanto le aule del Parlamento quanto quelle della Scuola, forse vale la pena ricordare che non ogni strada che si apre davanti a noi è quella giusta da percorrere. Come Virgilio ammoniva Dante all'imbocco di un cammino che sembrava percorribile, ma avrebbe condotto altrove:
"A te conviene tenere altro viaggio".