Rina Valeria De Lorenzo

Rina Valeria De Lorenzo Camera dei Deputati - Indipendente gruppo Leu - Legislatura XVIII - componente della XI Commissione- Lavoro Pubblico e Privato

Democrazia svuotata: dal Parlamento alle aule di scuola.Cosa succede quando si semplifica la partecipazione?Il dibattito...
30/06/2026

Democrazia svuotata: dal Parlamento alle aule di scuola.
Cosa succede quando si semplifica la partecipazione?

Il dibattito politico di questi giorni racconta di un progetto di riforma di legge elettorale che rischia di concentrare nelle mani dei vertici di partito la selezione dei rappresentanti da mandare in Parlamento. Con l'introduzione del premio di maggioranza, di liste bloccate e del premierato, il cittadino continuerebbe a non scegliere direttamente i parlamentari da eleggere mortificando il Parlamento e riducendo gli spazi di democrazia.
L'ennessimo tentativo di svuotare la Camera ed il Senato, già "tagliati" dalla legge di riforma costituzionale del 2020 (con le sue "ineffabili " ragioni di risparmio di spesa pubblica) e marginalizzare gli organi rappresentativi del voto dei cittadini. In nome della logica economicistica dell'efficienza si svuota il processo democratico producendo una verticalizzazione del potere decisionale che continuerà ad allontanare i cittadini dalla politica.
C'è allora da chiedersi: quando si semplifica il meccanismo della scelta, cosa si perde nel tragitto tra il cittadino e la sua rappresentanza? E quella perdita è accettabile, misurabile, reversibile?
Nella fragile ed incompiuta democrazia italiana, la riforma elettorale in discussione alla Camera potrebbe aprire le porte a una torsione autoritaria.
Vero è che la tentazione dell'uomo (o della donna) "forte" al comando ha ciclicamente costellato la storia patria, dal ventennio fascista passando per la "discesa in campo" nella cd. seconda Repubblica.
Un modello dirigista introdotto anche nella scuola italiana che negli ultimi decenni ha depotenziato il ruolo dei docenti negli organi collegiali, mantenendo intatte le funzioni assegnati ad essi dal T.U. 297/1994.
È di questi giorni la notizia che è stato siglato l’accordo tra Ministero dell’Istruzione e del Merito e organizzazioni sindacali per consentire lo svolgimento in modalità telematica delle riunioni con carattere deliberativo degli organi collegiali, a cominciare dal collegio dei docenti, in attuazione dell'art. 44 del CCNL Scuola vigente.

Apparentemente distanti questi due temi condividono una domanda di fondo: quando si semplifica il meccanismo della partecipazione cosa si perde e cosa si guadagna? E quella perdita è accettabile o nasconde un impoverimento democratico, immediatamente non misurabile, che ha il volto rassicurante dell'efficienza?
Sarebbe un errore di prospettiva contrapporre il valore della tradizione e le opportunità dell'innovazione perché il digitale ha ampliato straordinariamente le possibilità di partecipazione, informazione e deliberazione democratica: ha reso accessibili risorse didattiche, ha abbattuto distanze geografiche, ha consentito forme di collaborazione tra scuole anche oltre i confini nazionali. Ma ogni strumento va valutato nel contesto in cui opera e negli effetti che produce. Usare piattaforme digitali per consultare, informare, raccogliere contributi prima di una deliberazione è cosa diversa dal sostituire la deliberazione stessa con un click su uno schermo. La domanda non è: il digitale sì o no? La domanda è: in quali decisioni la presenza fisica (con il suo rumore, il suo disordine, la sua lentezza) è essa stessa una garanzia democratica irrinunciabile? Quando la deliberazione collegiale, quella prevista dal T.U. 297/1994 come momento di confronto professionale, elaborazione pedagogica e costruzione condivisa delle scelte educative, si riduce a una sequenza di click individuali e silenziosi occorre chiedersi: il voto c'è, ma il dibattito dov'è? La forma è rispettata, ma la sostanza?
Un collegio che delibera in presenza non è solo più lento: può essere più ricco, più conflittuale, più vivo. Perché la democrazia collegiale non è un algoritmo di aggregazione delle preferenze individuali, ma un processo di costruzione del senso comune attraverso il confronto, la persuasione, il riconoscimento reciproco tra professionisti che condividono una responsabilità educativa. Può uno schermo restituire tutto questo? O restituisce soltanto la traccia formale di un processo che nel frattempo si è svuotato?
Non è casuale che proprio l'Unione Europea con lo Scudo europeo per la democrazia adottato il 12 novembre 2025 abbia posto al centro della sua agenda la resilienza democratica, l'alfabetizzazione mediatica, la capacità dei cittadini di partecipare consapevolmente alla vita pubblica attraverso tre pilastri: integrità dell'informazione, elezioni libere, resilienza della società. Tre pilastri che presuppongono luoghi, fisici e mentali, in cui il confronto avvenga davvero, non solo vengano certificate le sue conclusioni.
Se l'Europa sente il bisogno di costruire uno scudo per proteggere la democrazia dall'erosione digitale e dalla concentrazione del potere decisionale, non dovremmo chiederci se alcune delle scelte che stiamo compiendo, in Parlamento come nelle Scuole, stiano inconsapevolmente contribuendo a quella erosione invece di contrastarla?
C'è infine una domanda che riguarda specificamente la Scuola, e che forse è la più importante di tutte. Se è vero che la Scuola non è solo il luogo in cui si trasmettono conoscenze, ma il primo spazio in cui le generazioni più giovani osservano come funziona la democrazia (come si discute, come si decide, come si gestisce il conflitto tra posizioni diverse) quale modello stiamo mostrando loro? Le decisioni collettive non sono procedure da completare, non sono processi da attraversare.
La tecnologia può servire la democrazia. Ma può anche, se usata senza consapevolezza, imitarla senza praticarla. Non si tratta di scegliere tra digitale e presenza, ma di capire quali decisioni richiedono il confronto come garanzia democratica irrinunciabile.
E allora, di fronte a scelte che riguardano tanto le aule del Parlamento quanto quelle della Scuola, forse vale la pena ricordare che non ogni strada che si apre davanti a noi è quella giusta da percorrere. Come Virgilio ammoniva Dante all'imbocco di un cammino che sembrava percorribile, ma avrebbe condotto altrove:
"A te conviene tenere altro viaggio".

DA ZAVORRA A MOTORE: LA SCUOLA CHE VOGLIAMOLa Corte dei Conti certifica il fallimento del sistema istruzione: 285.000 pr...
26/06/2026

DA ZAVORRA A MOTORE: LA SCUOLA CHE VOGLIAMO

La Corte dei Conti certifica il fallimento del sistema istruzione: 285.000 precari, 7,3% di PIL per l'istruzione contro il 9,6% europeo, edifici scolastici a rischio sismico e amianto. Occorre un cambio di paradigma: smettere di trattare l'istruzione come una voce di spesa e riconoscerla come leva strategica per la crescita del Paese. Per anni la scuola pubblica italiana è stata trattata come una zavorra da alleggerire. Una voce di bilancio da comprimere, un costo da ottimizzare, un settore su cui si può sempre rimandare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che regge, ma su fondamenta sempre più fragili — come ha certificato la Corte dei Conti il 24 giugno 2026 nel Rendiconto generale dello Stato 2025 illustrato nell’Aula delle Sezioni riunite.
Una zavorra che non si forma da sola, ma si costruisce, scelta dopo scelta, manovra dopo manovra, ogni volta che si decide che la scuola può aspettare. È una scelta politica che va contestata e rovesciata perché la scuola pubblica non è la voce di bilancio che frena il Paese, ma la leva che lo mette in moto. Ogni euro investito nell'istruzione genera ritorni economici e sociali moltiplicati per decenni: più produttività, meno disoccupazione, più coesione. I Paesi che competono nell'economia della conoscenza lo sanno mentre l'Italia ha smesso di saperlo. La Corte dei Conti, organo costituzionale di controllo della spesa pubblica, lo ha detto il 24 giugno 2026 con parole che non ammettono interpretazioni rassicuranti: l'istruzione pubblica italiana è «un pilastro dello Stato sociale» e deve tornare a essere «motore di crescita e presidio di coesione ed inclusione sociale». E invece si consolida «la tendenza al definanziamento dell'intero settore». I numeri del Rendiconto 2025 sono la fotografia di un sistema in declino: 285.000 le supplenze annuali
tra docenti e ATA; 7,3% la spesa in istruzione a fronte del 9,6% della media UE; 48.000 i posti vacanti dopo mobilità, non assegnabili.
Questi numeri non provengono da un rapporto sindacale: sono certificati dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026 nel Giudizio di Parificazione sul Rendiconto generale dello Stato 2025. Nel corso del suo intervento il Procuratore generale Pio Silvestri ha parlato esplicitamente di «progressivo definanziamento», «precariato strutturale», «retribuzioni assai poco competitive» e rischio di «privatizzazione sostanziale».
Nella sua requisitoria Il Procuratore generale Pio Silvestri ha dichiarato: "Quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell'intero settore. Secondo il Rapporto Investing in Education 2025, curato dalla Commissione europea, l'Italia destina all'istruzione solo il 7,3% della spesa pubblica totale, a fronte di una media europea del 9,6%."
Un divario di 2,3 punti percentuali che in valore assoluto corrisponde a miliardi di euro sottratti ogni anno alle nostre scuole rispetto a quanto i partner europei investono nelle loro.
E sul precariato strutturale: "Il precariato nella scuola pubblica non accenna a diminuire; ogni anno viene assegnato un numero assai elevato di supplenze, fenomeno che, senza una più precisa programmazione ad inizio anno scolastico, può alterare, anche in futuro, il livello di sostenibilità finanziaria del settore." Il meccanismo che alimenta il precariato è noto e documentato: posti autorizzati solo fino al 30 giugno, non utilizzabili per le immissioni in ruolo, che producono il licenziamento automatico di migliaia di docenti ogni estate e la loro riassunzione a settembre. Non è una necessità tecnica, ma una scelta politica che conviene al bilancio di breve periodo e che scarica i costi sul personale, sugli studenti e, come avverte la Corte dei Conti, sulla tenuta del sistema nel medio termine.
La Corte dei Conti ha affrontato anche il tema delle retribuzioni del personale della scuola denunciando, analogamente a quanto avviene nel settore sanitario, un livello delle retribuzioni assai poco competitivo.
Privatizzazione è una parola che il Governo non usa mai parlando di scuola, lo fa la Corte dei Conti non come accusa ideologica ma come proiezione di bilancio. Se le risorse pubbliche per l'istruzione continuano a scendere, e siamo già al 7,3% della spesa pubblica totale contro il 9,6% della media europea, il sistema scolastico pubblico si svuota lentamente. Le famiglie che possono, pagano il privato e le famiglie che non possono, restano indietro. La Corte dei Conti ha chiesto un cambio di passo incisivo per riportare la scuola a essere cardine del sistema Paese.
La scuola pubblica non si privatizza, si finanzia, si stabilizza, si valorizza. Chi taglia sull'istruzione taglia il futuro dell'Italia.

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