06/02/2026
Viviamo in una fase storica cruciale in cui le ricette neoliberiste camminano di pari passo con l’avanzata di fascismi e autoritarismi quasi ovunque nel mondo occidentale: austerity e finanziarizzazione sembrano andare perfettamente d’accordo con schemi sociali sempre più reazionari e con una repressione ogni giorno più feroce. Tutto questo in uno scenario globale in cui la competizione per le risorse e la crisi dell’egemonia statunitense prospettano un’epoca di conflitti e di corsa al riarmo. La minaccia della de-dollarizzazione di ampi settori commerciali legati ai BRIICS+, del predominio energetico di paesi come la Cina e la Russia, e della spietata concorrenza cinese nel campo manifatturiero, nel controllo delle supply chains e nel supporto allo sviluppo come strumento di costruzione di relazioni diplomatiche sono tangibili: l’unica risposta possibile da parte degli USA sembra quella di mantenere la propria egemonia attraverso una politica di potenza militare. Una politica di potenza sempre più diretta, che non ritiene più necessario nemmeno l’utilizzo di mediazioni linguistiche o di giri di parole, di guerre “umanitarie” e di “esportazioni della democrazia”: la prospettiva è la guerra, punto. Schiacciate da questo conflitto globale sono, come sempre, le popolazioni – prime fra tutte quella palestinese e quella curda – moneta di scambio nelle contrattazioni per la riorganizzazione di poteri regionali e non o per la tessitura di alleanze strategiche.
In questo scenario di guerra ormai imminente il progetto neoliberista prosegue senza freni. La corsa al riarmo è a tutti gli effetti elemento ideologico cruciale per indirizzare energie e finanziamenti verso il complesso militare-industriale, presentato oggi come unica possibilità di ripresa economica per le società occidentali prede della crisi produttiva e della stagnazione economica. Il risultato è stato l’ultima finanziaria che promette sempre più soldi all’industria bellica e alla spesa sociale le briciole, quando ce ne sono. In questo progetto di società non c’è infatti posto per il supporto ai settori più fragili della popolazione o, figuriamoci, per politiche redistributive; il welfare stesso è oggi al centro di un processo di finanziarizzazione sempre più evidente. Così, mentre i salari stanno al palo ormai da anni e il costo della vita continua ad aumentare, perfino l’accesso a servizi essenziali come la salute o la previdenza sociale rischia di diventare privilegio per pochi; per non parlare della totale assenza di politiche sul disagio abitativo sempre più esteso, complice un mercato immobiliare che nelle grandi città è ormai ostaggio dei processi di gentrificazione, turistificazione o di grandi opere speculative come quella delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina e quella dell’America’s Cup a Napoli. Le risorse vengono spostate verso spese militari, controllo delle frontiere, accordi strategici e difesa degli interessi economici, mentre diritti sociali, welfare, scuola e sanità vengono svuotati. Milioni per opere simboliche e corridoi logistici utili alle solite grandi imprese, nulla o quasi per case popolari, scuole, presidi sanitari, trasporti e bonifiche ambientali; grandi eventi al posto di infrastrutture materiali e sociali. Il nostro sguardo nasce da qui, dal Sud: dall’emigrazione forzata, dalla disoccupazione strutturale, dalla devastazione ambientale, dall’abbandono dei servizi, dalla presenza soffocante dello Stato quando c’è da reprimere e dalla sua assenza quando c’è da garantire diritti e giustizia sociale. Da quella parte di Paese che storicamente è stata usata come serbatoio di manodopera, terra da sfruttare e devastare, periferia da svuotare. Una discarica sociale, ma anche materiale: lo sa bene questo territorio, da Napoli Est a Bagnoli, dalla Terra dei Fuochi all’Agro Caleno, dove decenni di politiche industriali ed energetiche e gestioni scellerate del ciclo di trattamento dei rifiuti hanno lasciato solo tossicità e devastazione, e dove invece di bonifiche si prospettano solo grandi eventi inutili e nuova impiantistica ad altissimo impatto.
È a questa altezza dello scontro che dobbiamo posizionarci per continuare a lottare contro questo progetto di società capitalista, razzista e patriarcale. L’attacco alle esperienze di lotta e all’antagonismo è senza precedenti: dalle misure che riempiono i numerosi decreti e pacchetti sicurezza e che mirano a neutralizzare qualsiasi forma di dissenso alle zone rosse e agli sgomberi, effettuati e minacciati, degli spazi autorganizzati e autogestiti, da Askatasuna a Officina99, dallo Spin Time al Gridas. Napoli, come tanti altri centri metropolitani, ne è un esempio. Turistificazione, assenza totale di politiche abitative e zone rosse disegnano i tratti di una città dove le questioni sociali diventano problemi di ordine pubblico, dove interi settori sociali sono abbandonati alla marginalizzazione, dove l'ipocrisia del decoro nasconde l'idea di città - pacificate e neutralizzate - disponibili solo per chi ha il lusso di potersele permettere. I deliri securitari d’altra parte non sono più solo patrimonio della destra, l’intero arco parlamentare è ossessionato da un’idea di sicurezza fatta di limiti al dissenso, di sanzioni sempre più pesanti, di citta militarizzate e di una giustizia sempre più feroce: la distopia di territori neutralizzati e pacificati è oggi un sogno condiviso da destra a sinistra. Per chi come noi è cresciutə nelle periferie materiali ed esistenziali di questo paese, quello che è successo a Torino non nasce dal nulla, la rabbia non nasce – e non si esaurirà – in un pomeriggio di scontri: è il prodotto di ingiustizie strutturali. Nasce dall’annientamento dei diritti basilari, dagli sfratti, dai contratti a termine infiniti, dai turni massacranti, dai territori avvelenati, dalle partenze forzate e dalla mercificazione di ogni spazio di vita, dalla repressione spietata di ogni soggettività fuori norma. È dal grandioso corteo di sabato 31 gennaio che dobbiamo ripartire, da quelle 50000 persone che hanno condiviso con determinazione l’antagonismo a questo progetto di società. I fascisti al governo piangono i danni mentre le loro politiche devastano i territori e le esistenze, i benpensanti di sinistra ripropongono la solita solfa sulla divisione tra buoni e cattivi mentre stanno a guardare senza far nulla le ingiustizie di una società dove il divario tra chi sta di qua e chi sta al di là della linea del privilegio si allarga sempre di più: noi rivendichiamo quel corteo, tutte le sue espressioni e tutte le sue pratiche. Che la grande giornata di lotta del 31 sia l’inizio di un processo in cui costruire un’opposizione determinata a questo governo, al fascismo che avanza, all’ipocrisia della cosiddetta sinistra. Ripartiamo anche dalla potenza delle grandi mobilitazioni dell’autunno in solidarietà con la Palestina, che hanno dimostrato che la determinazione e la forza di chi lotta insieme può davvero bloccare tutto e far paura a chi governa. Riprendiamoci le strade e le piazze, costruiamo l’opposizione sociale a questo governo, a partire dal corteo contro la speculazione e l’America’s Cup del 7 febbraio (h 10 alla Cumana di Bagnoli), dal corteo regionale in difesa degli spazi del 14 febbraio (h 15 a piazza Garibaldi), dal corteo regionale contro devastazione ambientale e gli impianti inutili e dannosi del 21 febbraio (h 14.30 a Pastorano, Via Appia km 193, 300). A chi chiude gli spazi promettiamo che ci troveranno, ostinatamente, nelle piazze.