16/07/2026
«Prendendomi cura di lui ho iniziato ad amarlo». Questa frase, detta da una madre rivolta al proprio figlio, destabilizza l’idea radicata dell’amore materno come verità che precede ogni relazione e che si inscrive naturalmente nel corpo femminile come istinto, vocazione e persino destino. A pronunciarla, nel documentario Mothers (2025) di Alice Tomassini, è una madre gestante cambogiana: come altre sue connazionali è stata costretta a scegliere, all’indomani della criminalizzazione della gestazione per altri - equiparata alla tratta di esseri umani -, tra il carcere e il crescere un bambino non suo.
Attraversando le parole, i luoghi e le giornate di quelle donne e di quei bambini, il documentario apre la strada alla possibilità di un altro reale, che ci costringe a interrogarci su cosa accada quando la maternità non coincide con il parto o con il sangue o, ancora, con una scelta ma prende la forma di una pratica quotidiana della cura non priva di ambiguità e di fragilità.
Il racconto, affidato alle voci delle stesse donne, offre così una prima occasione per scioglierci all’obbligo dello schieramento, per concederci prima di tutto di vedere e ascoltare, facendo acquisire alla frase iniziale il suo vero senso: non è una formula assolutoria o una resa, ma l’irruzione di una ambivalenza più che mai necessaria a sottrarre il tema della gestazione per altre persone ai confini definitivi e netti entro cui si è soliti collocarlo nel dibattito pubblico.
Questa possibilità di guardare alla maternità come qualcosa che si fa, e che si costruisce, piuttosto che come qualcosa che si è, si rafforza ancora con l’ascolto del percorso verso la maternità delle madri intenzionali italiane, protagoniste e narratrici della seconda sezione del documentario, anch’esse esposte al giudizio altrui e alla minaccia penale e anch’esse divenute madri senza che fosse il sangue a definirle tali.
In ciò Mothers dialoga idealmente con un libro di recente pubblicazione, Arkansas di Chiara Tagliaferri (Mondadori, 2026), e con questo testo condivide il tentativo di sottrarre la gestazione per altre persone al linguaggio astratto e binario della condanna e della difesa, esplorando la maternità come spazio di attraversamento del desiderio, della perdita, della paura, della speranza e, non ultimo, dell’amore. Entrambi interrogando la stessa rimozione, ovvero l’impossibilità, nel discorso comune, di pensare la maternità fuori dalla coincidenza tra corpo, parto e biologia, e entrambi dimostrando che si può parlare di gestazione per altre persone senza rimuoverne le ombre, nondimeno assicurandola alla densità delle vite che vi si intrecciano.
La storia, potentissima, che chiude il documentario è in qualche modo la sintesi di tutto questo: è quella di Lia, stavolta non madre ma figlia, nata da un percorso di gestazione per altri ma soprattutto dall’amore dei suoi due padri: ancora si parla di definire, di incasellare, mentre la giovane rivendica il diritto di esistere senza che la propria storia sia trasformata in anomalia o colpa. Lia, forse più delle altre, mostra come le vite, i passaggi, i corpi, le figlie e i figli restino ancora esposti alla violenza di un dibattito che pretende di proteggerli mentre li nomina come prova di un disordine o, appunto, di una eccentricità. A partire dallo Stato, che criminalizza senza assumersi alcuna responsabilità, verso quei bambini già nati e fatti crescere da chi non li aveva desiderati e non era nelle condizioni di accudirli; verso quei bambini non nati ma profondamente voluti e già amati; verso, infine, quei bambini nati e amati da chi li ha voluti e a cui si arriva persino a negare il diritto alla propria identità e alle proprie relazioni familiari.
Pensiamo allo Stato italiano: invoca la natalità, celebra la maternità, afferma di voler proteggere donne e bambini eppure, nel momento in cui le biografie non corrispondono al modello di famiglia che esso esprime, quella protezione si trasforma in punizione e nessuna attenzione è diretta alla costruzione delle circostanze, materiali e giuridiche, che pure la consentirebbero. La norma penale cancella e assolve: ma restano i tempi e i costi delle adozioni - che non sempre sono possibili e, soprattutto, non possono essere imposte o proposte come alternativa alla gestazione; restano la disinformazione e, di nuovo, i tempi e i costi della fertilità e della stessa genitorialità, in particolare quella medicalmente assistita; resta lo scarso sostegno alle donne più vulnerabili e alla libertà di autodeterminazione.
E, ancora, resta una difesa di bambine e bambini che non si traduce in serie misure di sostegno all’infanzia, all’integrazione vita-lavoro o alla genitorialità (plurale) condivisa, alla lotta alla povertà, ma si limita a politiche che rischiano di lasciarli addirittura privi delle tutele minime, privi di riconoscimento e delle proprie figure di accudimento. Una torsione che mostra come spesso, dietro la “difesa dei bambini”, si nasconda innanzitutto il bisogno di difendere un certo ordine sociale. Un ordine nel quale esiste una sola maternità legittima, una sola famiglia pienamente riconoscibile, una sola genealogia dicibile: padre, madre, sangue, natura. Ma la realtà, come sempre, è più complessa della norma che pretende di catturarla: esistono madri gestanti, madri intenzionali, padri, figli e figlie, legami nati nella cura, nell’impegno e nell’amore. Esistono donne che sono insieme vulnerabili e agenti, esposte al rischio di sfruttamento e, tuttavia, non riducibili a mute vittime.
C’è un altro testo che consente di nominare questa complessità, che documentario e libro rendono così visibile, è maternità femministe di andrea o’reilly (Prospero, 2024): esiste la maternità come istituzione, espressione di una cultura patriarcale che attraverso il disciplinamento dei corpi e delle scelte assegna alle donne, in ragione della loro capacità riproduttiva, un destino preciso, e esiste la maternità come esperienza, pratica e relazione. Uno spazio di parola e perfino di resistenza. Scegliere di declinare la maternità al plurale consente allora di assicurare tutela alle madri e proteggere le donne e la loro autodeterminazione senza parlare - e scegliere - al loro posto, ribadendo anche che la protezione dei minori non può e non deve passare dalla cancellazione delle famiglie in cui vivono. Portare questa pluralità al centro, infine, consente di superare l’astrazione con cui l’opinione pubblica continua a discutere di GPA - “la dignità della donna”, “l’interesse del bambino”, “la famiglia” - e di spostare lo sguardo dalle categorie alle biografie, cambiando la domanda che siamo chiamati a porci: è certo che esiste la possibilità che quella pratica si regga su disuguaglianze e sfruttamento.
Ma è sufficiente quella possibilità per consentire allo Stato di impedire abusi producendone altri?
La forza di queste narrazioni sta nel rifiutare, lo abbiamo detto, simili scorciatoie: collocare la gravidanza per altre persone dentro un campo di tensioni permette di non renderla tabù senza trasformarla in manifesto, richiamandoci al dovere di restare nella complessità senza neutralizzarla. In tempi in cui la maternità viene continuamente mobilitata come fondamento e presidio dell’identità della nazione, Mothers ricorda che non esiste libertà se lo Stato riconosce e tutela solo le vite conformi e che una politica davvero orientata alla cura non comincia dal punire, ma dal vedere e dall’ascoltare. Aspettiamo il secondo capitolo sulle paternità (femministe).
[L'articolo mio e di Lucrezia Fortuna per la rubrica Libertà/Illibertà si trova qui o sul canale telegram DomoMea]