22/07/2026
LA DC E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE
Risposta ad un lettore e ad Aldo Cazzullo
Illustre Senatore Zecchino,
da cittadino curioso di politica e storia contemporanea ho in parte seguìto le iniziative del Comitato per gli 80 anni dalla nascita della Democrazia Cristiana, da Lei presieduto.
Ho letto il Suo intervento a Pescara, l’ho ascoltata a Milano. E condivido il Suo rifiuto di una lettura “criminale” della storia della Dc o dell’accusa di aver accettato e gestito il “doppio Stato”. Ma credo che questo non faccia venir meno il dovere e l’utilità di un’operazione verità sul passato, che finora - a mio avviso - non hanno saputo compiere né l’ex Pci né l’ex Dc. È difficile riassumere il concetto in poche parole, ma ci provo. L’Italia è nata e a lungo vissuta in regime di sovranità limitata, partecipando ad alleanze (benvenute e “provvidenziali” per l’ancoraggio occidentale) non tra pari, ma da sottomessa. Su questo la documentazione e l’interpretazione storiografica sono ormai imponenti, anche se non complete e univoche. Negarlo significa lasciare ad altri l’interpretazione e il giudizio. La domanda è: quanto la Dc e i governi hanno subìto passivamente la situazione, nel timore di esporre il Paese a maggiori pericoli; quanto hanno tollerato o non hanno potuto o saputo opporsi all’infedeltà di interi apparati (non di singole mele marce!) che rispondevano a loro volta ad apparati espressione di altri governi o ad associazioni oscure poi sciolte per legge (P2) ma forse non totalmente sconfitte; quanto le divisioni e le fazioni interne hanno impedito di difendere persone e di opporsi alle intimidazioni? Lei ha giustamente citato Taviani e la scelta del silenzio in determinate situazioni; ma quando Taviani sciolse organizzazioni di estrema destra fu intimidito dagli apparati - anche con un attentato di avvertimento a Savona - non fu più ministro dell’Interno e dopo la sua morte non si trovò traccia di ciò che aveva annunciato in quella stessa audizione del 1997, durante i passaggi in segreto poi desecretati qualche anno fa.
Molto è stato detto da esponenti della Dc nelle audizioni delle commissioni Stragi e Terrorismo. Una loro raccolta sistematica, accompagnata da una lettura critica, potrebbe già essere sufficiente per delineare limiti oggettivi, preoccupazioni fondate e timori eccessivi, casi di incapacità o di scarso coraggio; e magari per ridimensionare sospetti e accuse non provate. Ma lo si faccia attraverso un’operazione verità e, a mio avviso, sulla base di un’ammissione di partenza: “non c’era soltanto un pericolo esterno; abbiamo dovuto fronteggiare anche una sovranità limitata, emersa nel tempo ma che non era possibile ammettere e rendere pubblica”.
Le auguro una positiva prosecuzione delle attività del Comitato, La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente.
Angelo Ciancarella
Illustre dr. Ciancarella,
non è facile per me, ma credo ormai non solo per me, dare risposte esaurienti ai suoi interrogativi. Lei parte da una premessa:
“L’Italia è nata e a lungo vissuta in regime di sovranità limitata, partecipando ad alleanze (benvenute e “provvidenziali” per l’ancoraggio occidentale) non tra pari ma da sottomessa”.
Ma questa premessa ne presuppone un’altra a lei ben nota, ma che va esplicitata: l’Italia, da paese sconfitto, ha cercato di accreditarsi come paese vincitore (sempre utile rileggere il memorabile discorso di De Gasperi a Parigi), ma non poteva vivere l’alleanza occidentale in condizione di perfetta parità, non solo per il suo passato di Paese vinto, ma anche perché la garanza di sopravvivenza della sua democrazia le veniva dall’alleanza stretta con gli USA, ai quali ha ceduto spazi, politici e fisici, che comunque non hanno intaccato l’essenza della sua sovranità, come testimoniato, tra l’altro, dai margini di autonomia della politica estera di Moro e Andreotti.
Che Yalta non fosse un’eterna garanzia di sicurezza per il nostro regime democratico era ben chiaro, perché si sa che tutti i patti internazionali valgono rebus sic stantibus, ma questa verità è ormai risultata clamorosamente concreta dopo l’apertura degli Archivi di Mosca.
A questa condizione di insicurezza potenziale della sua democrazia, proveniente dall’esterno, in Italia si è poi aggiunta una condizione di insicurezza concreta dall’interno, costituita dalla presenza del più potente partito comunista dell’Occidente, forte di una struttura militare clandestina rimasta in piedi ancora negli anni Cinquanta.
Proprio per la presenza del più forte partito comunista, che rendeva l’Italia più esposta di altri paesi al rischio sovietico, si rese necessaria da noi più che altrove la creazione di una struttura paramilitare, denominata Gladio, parte della rete c.d. Stay-behind, organizzata dalla Nato, per concorrere a parare eventuali interventi armati sovietici in Europa.
A determinarne la nascita era stata nell’ottobre del 1956 l’invasione dell’Ungheria. In particolare un autentico campanello d’allarme era stato il sapere che negli aeroporti ungheresi c’erano centinaia di aerei sovietici carichi di truppe aviotrasportate. Quando Gladio fu costituita nell’autunno del 1956, Taviani era Ministro della difesa e in tale veste ne informò segretamente i vertici dello Stato e taluni esponenti politici ad esclusione dei comunisti. Quanto alla segretezza, Taviani chiarirà anni dopo:
"Il fatto che l’accordo non sia stato presentato in Parlamento era ovvio in quanto non pochi comunisti di quell’epoca ne avrebbero subito riferito ai dirigenti del Patto di Varsavia… L’esistenza della Gladio fu portata a conoscenza di Ugo La Malfa e di Pietro Nenni" (T. Ragni, Taviani fa il punto su Gladio, in Civitas 1/1991, pp. 126-127).
Questo è stato il solo caso in cui la dirigenza democristiana al potere si è fatta promotrice di attività ‘occulte’.
Cossiga le ascrisse a titolo di merito della Dc, si denunziò pubblicamente come ‘gladiatore’ quando nel 1990 esplose il caso, e ne difese la legittimità in una lunga lettera del 1999 a D’Alema, presidente del Consiglio, in cui propose una Commissione parlamentare d’inchiesta sul c. d. dossier Mitrokhin (venuto a galla in quell’anno), col proposito di smascherare le spie italiane del Kgb, ma anche con quello di comparare il suo impegno «nella struttura legittima, Gladio, posta a tutela e a difesa dei nostri paesi in caso di conflitto», con l’operato segreto del Kgb che «ha disseminato il nostro Paese di depositi di armi e di ricetrasmittenti, in vista di un’invasione sovietica».
È noto che nei primi anni ’90, cessato ormai il pericolo sovietico, l’esistenza di Gladio fu ufficialmente resa nota. Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e primo del Pds, che avrebbe finalmente dovuto e potuto riconoscere pubblicamente le colpe passate del suo partito, ebbe la spudoratezza di attaccare il ‘regime democristiano’ rispolverando la teoria del doppio Stato:
“Ormai tutti vedono che nella vita italiana ha operato un convitato di pietra potentissimo, non un uomo ma un mosaico, un sistema di poteri occulti.… si è formata una sorta di catena riproduttiva delle cellule malate dei poteri occulti,… è possibile individuare un filo che ha condotto gli stessi uomini dall'Operazione Gladio al piano Solo, dal golpismo alla strategia della tensione, da questa alla P2 e alle manovre persino attorno all'assassinio di Moro. Il problema decisivo che è di fronte a tutta la democrazia italiana è quello di far emergere quel filo oscuro che dalle prime deviazioni dell'Operazione Gladio si è dipanato fino alle stragi e all'eliminazione di Moro… si è così consentito che si conservasse quel putrescente brodo di coltura, permesso quel proliferare per partenogenesi dei poteri occulti, perpetuato e moltiplicato i ricatti, le tensioni, le violenze aperte e nascoste e fatto emergere e rafforzata l'esistenza di una sorta di doppio Stato" (Camera dei Deputati, Seduta dell’11 gennaio 1991, Resoconto stenografico, pp. 77545-46).
Con queste disinvolte accuse che pescano nelle nebbie di una stagione difficile per responsabilità del Pci, si rischia di consegnare alla storia verità capovolte, cancellando nella memoria il fatto che la democrazia italiana è nata “zoppa”, con la Dc “inchiodata” al governo (espressioni testuali di Sturzo e Moro), perché l’unica alternativa possibile era rappresentata da un partito comunista democraticamente inaffidabile e legato a filo doppio ad una potenza nemica. E si rischia di ignorare che questa singolare condizione rese l’Italia terreno fertile per gli estremismi di sinistra e di destra, con il coinvolgimento talora di infedeli servitori dello Stato. Le stragi che hanno insanguinato gli anni di piombo vanno perciò etichettate per quello che realmente sono state: fasciste e comuniste, come Paolo Mieli ha avuto il coraggio di affermare (in un dibattito su LA7, il 3 agosto 2025), rompendo quella sorta di omertà che aveva impedito di qualificare ‘comuniste’ le stragi rosse.
Erano quindi i comunisti (e sono oggi i postcomunisti) ad essere gravati dal dovere “di un’operazione verità sul passato”, non avendo fatto neppure sul piano ideologico una seria autocritica come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi a Bad Godesberg. Quanto alla Dc, si sarà pure macchiata di ‘peccati’ nel suo essere inchiodata al governo per così lungo tempo (come riconoscerà Moro nella sua ultima intervista), ma le si deve dare atto di aver educato gli italiani alla democrazia in condizioni di estrema difficoltà e di aver garantito all’Italia di crescere e progredire in democrazia.
Ma nella grande comunicazione continua a dominare il capovolgimento della verità.
Trent’anni fa Piero Citati scrisse un ironicamente oltraggioso “Elogio funebre della Dc” (la Repubblica, 14.6.1996, pp. 1 e 6) e Aldo Cazzullo, qualche giorno fa (Corriere della sera, 7.7.2027, p.41), con qualche asprezza in meno ha riproposto gli stessi luoghi comuni di Citati. Dopo aver dato atto che la Dc ha salvato la democrazia italiana nel 1948, Cazzullo va giù duro: “La Dc era un corpaccíone gonfiato da una necessità: impedire, per conto del Vaticano, degli Stati Uniti e della borghesia italiana che i comunisti andassero al governo”.
È vero che la Dc per cinquant’anni ha impedito che i comunisti andassero al governo, ma lo ha fatto per conto del popolo italiano che la gratificava del suo consenso. E l’esclusione, voluta dal popolo, non nasceva da odiosa discriminazione, ma dalla necessità di difendere la legittimità costituzionale che i comunisti non erano in grado di assicurare per il cordone ombelicale che li legava ad un Paese totalitario e nemico dell’Occidente democratico qual era l’Unione Sovietica.
Per Cazzullo in nome di questa necessità, si è giustificato di tutto, anche le peggiori nefandezze, “dalla strategia della tensione allo spreco del denaro pubblico”.
Cazzullo non richiama espressamente la teoria del doppio Stato, cara a certa sinistra, ma la adombra, attribuendo alla Dc la responsabilità della strategia della tensione.
È così, nella grande informazione, si continuano ad accreditare versioni e interpretazioni contraddette dalla realtà storica e contrastate anche da avversari leali della Dc.
Giorgio Napolitano, celebrando il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo (Quirinale, 9 maggio 2009), ha infatti definita “fantomatica” la teoria del doppio Stato. E Antonello Trombadori, altro storico esponente della sinistra, si è espresso in termini ancor più espliciti:
“ … Non desiste Achille Ochetto dal tentar di occupare tutto il terreno dello scontro politico in atto con i fatti atroci che portarono il nome di stragismo tuttora avvolti da un tragico e insolente anonimato. Il suo torto sta nel tentativo non solo di far giganteggiare nell’Italia degli anni ’50-’80 il solo stragismo, ma di insinuare che le responsabilità politiche, e persino operative, di quel sangue fratricida non può che trovarsi in chi per quarant’anni ha avuto mandato maggioritario di governo.
Non è nemmeno sfiorata questa tesi che la Dc, il suo gruppo dirigente, la sua linea moderata siano stati il bersaglio da parte di chi, dietro il paravento della coerenza anticomunista, ha mirato nel cuore dello Stato. Non v’è un solo episodio di attacco alla legalità costituzionale nel quale la DC non si sia trovata dalla parte giusta… Perdere di vista questo dato di fatto… significa depistare tutta l’analisi del quarantennio bloccato, con un PCI che molto può continuare a vantare, meno che il fatto di non aver costituito per i suoi collegamenti internazionali e per la sua dottrina, un non escludibile pericolo liberticida” (La storia parla chiaro. Era la Dc e non il Pci a stare dalla parte giusta, in Corriere della sera, 22.11.1990).
Nella speranza di avere, almeno in parte, risposto ai suoi interrogativi, la saluto cordialmente.
Ortensio Zecchino