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Parthenope, il film di chi guarda Napoli oltre la superficie Da pochi giorni è stato trasmesso  in tutte le sale  cinema...
05/11/2024

Parthenope, il film di chi guarda Napoli oltre la superficie

Da pochi giorni è stato trasmesso in tutte le sale cinematografiche il nuovo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, Parthenope.

Non tutti sa no che nell'immaginario classico Parthenope era una sirena, metà donna e metà uc***lo, lo testimoniano le molte opere scultoree presenti a Napoli come la fontana della spinacorona, meglio conosciuta come “fontana delle Zizze” e ubicata nei pressi di piazza Nicola Amore, oppure, a partire dalla tradizione medievale, la rappresentazione più comune di metà donna e metà pesce.

Molteplici sono le interpretazioni etimologiche del termine sirena. Le ipotesi più probabili rimandano a una radice semitica sir- “canto” o al greco σειρά (seirà) “fune, corda”, sicché "sirena" sarebbe "colei che incatena, che avvince" con il suo canto. Le sirene infatti erano figure mitologiche ammaliatrici, affascinanti, che facevano innamorare con il loro canto gli amanti fino a portarli alla perdizione, nemmeno Ulisse può evitare la seduzione di Parthenope tanto da decidere di farsi sedurre dal suo canto ma sfugge alla morte facendosi legare all'albero maestro.

Ed è proprio sulla magia e sulla potenza della seduzione che Sorrentino tesse le trame del suo film. La Parthenope del regista premio Oscar è l'incarnazione della seduzione, affascinante e ammaliatrice che accompagna lo spettatore legandolo a sé dall'inizio alla fine.Triste e frivola, determinata e svogliata, viva e sola, incantata e incantatrice, sfuggente e carnale, è l'identificazione di Napoli, perché Napoli è “femmina” in tutte le sue espressioni più conturbanti. È l'elogio della giovinezza, ma di una giovinezza mai superficiale, sempre profonda e infelice, una giovinezza che non conosce la caducità del tempo.

E’ un’opera sospesa tra cielo e terra, tra sacro e profano, tra demonio e santità, è l’avventurosa epopea di una meravigliosa sirena ammaliatrice e ammaliata dalla libertà, interpretata eccelsamente da Celeste Dalla Porta, alla sua prima esibizione cinematografica; un'epopea generazionale, un viaggio nelle emozioni che cambiano nel tempo, che assumono un sapore diverso a seconda dell'età di chi le assapora. Il concetto di viaggio ben si presta alla città di Napoli dove pur restando immobile puoi viaggiare con la mente in mille modi diversi, un viaggio verso la libertà e i sentimenti che viene fatto vivere a una donna e non a un uomo come avveniva nell'immaginario classico ed epico (si pensi al Nostos omerico di Ulisse o a "Ulisse" di Joyce).

Filo conduttore o mitos del film è senz’altro l’amore, ma ciò che c’è di “meraviglioso” nell’amore descritto da Sorrentino non è la sua riuscita ma la sua “illusione”: illudere è il regalo più bello che un amante può fare all'altro poiché è l'illusione e non la realtà che permette di sognare, che ci fa sentire vivi, trasportandoci in una dimensione parallela, surreale che diventa linfa vitale quando la giovinezza lascia il posto all'età matura. Lo scorrere del tempo ed il passaggio dalla giovinezza all'età adulta è scandito anche dagli incontri che Partenope ha con le metafore dei personaggi reali che hanno contraddistinto alcune delle fasi più rilevanti del Dopoguerra cittadino: ecco che in gioventù si palesa Achille Lauro nella propria casa di famiglia; la sua volontà di diventare attrice, poi abbandonata, è segnata dall'incontro con Greta Cool (molto somigliante nel trucco a Sofia Loren); la falsa illusione del riscatto degli oppressi è marcata dal camorrista Roberto Criscuolo (che ricorda Luigi Giuliano); le speranze future di un intero popolo riposte nel miracolo di San Gennaro e del suo "fautore", tentatore disilluso, il cardinale Tesorone (che propone più di qualche atteggiamento di Crescenzio Sepe).

Celato ma forte è l'elogio a Napoli, una Napoli bella e dannata, passionale e sofferente, viva e carnale, che pur mostrandosi come un teatro a cielo aperto nasconde segreti e misteri poiché niente sa occultarsi meglio dell'evidenza e il mare, in tutta la sua bellezza, fa da sfondo e sottofondo musicale, è una costante in tutto il film, elemento di congiunzione di tutti i momenti di passaggio. Il mare è Napoli e Napoli è il mare e spesso è ancHe lo specchio della malinconia che oscura il cuore e che può portare ad atti estremi come il suicidio del fratello di Parthenope che "si lascia andare" da una rupe nelle acque di Capri.

Sicuramente un film che fa discutere e che vale la pena vedere se non altro per comprendere cosa c’è di “meraviglioso”, un film che pone domande a cui non riusciremo a trovare risposte esaustive ma che ci permette di conoscere una Parthenope che vive lo scorrere del tempo diventando una donna consapevole, matura, che fa delle scelte drastiche come decidere di andare via da Napoli quando, non intravedendo un futuro concreto di crescita culturale e sociale e lasciata la carriera di attrice diventa, non a caso,una professoressa, di antropologia, e vive lontano dalla sua città per oltre 40 anni dopo i quali però vi fa ritorno, perché, si sa, alla seduzione non c’è scampo e il frutto è sempre richiamato alle sue radici. Nessuno può rimanere immune di fronte al fascino di Napoli. Siamo tutti un po' Ulisse, incapaci di resistere alla passione e in perenne lotta con la ragione.

17/09/2024

Quest'anno festeggio il mio 11° anniversario su Facebook. Grazie per il continuo supporto. Non ce l'avrei mai fatta senza di voi. 🙏🤗🎉

Encomiabile è il ri-dono dell'artista Michelangelo Pistoletto alla città di Napoli, la "Venere  degli stracci".Dietro qu...
20/03/2024

Encomiabile è il ri-dono dell'artista Michelangelo Pistoletto alla città di Napoli, la "Venere degli stracci".
Dietro questo evidente ossimoro insito nel titolo dell'opera, si nasconde l'anima della "città delle contraddizioni", così come l'aveva definita il New York Times in occasione delle riprese del film di Sorrentino "È stata la mano di Dio" del 2021: la Napoli simbolo di eternità e caducità, di lotta e libertà, fragilità e potenza, bellezza senza fine e degrado continuo, emozione e ragione, celebrazione della perfezione classica, del logos e del principio greco di Kalokagathia, ma allo stesso tempo dell'istinto, del caos, della miseria, del degrado. Napoli dai mille colori: così drammaticamente complessa e molteplice, così semplice e pura.
Non c'è dubbio che l'opera sia simbolo di rinascita, di riscatto, ma soprattutto di accoglienza e di solidarietà. La dea della bellezza e madre dell'amore, infatti, accoglie una montagna di stracci avvolgendoli nel caldo abbraccio materno. Un'opera che sa di perdono e di speranza, divorata da un incendio all'alba del 12 Luglio del 2023, era stata distrutta da un giovane con disabilità intellettiva il cui gesto è stato giustificato dall'artista come il grido di dolore di chi soffre un'avversa condizione psichica, verso cui siamo ancora oggi poco tolleranti. Nonostante ciò, l'artista ha mostrato la lodevole volontà di donare l'opera alla città ed i fondi reperiti dalla campagna on-line per la sua ricostruzione sono stati così destinati ad associazioni che operano nel campo della tutela e dell'autonomia delle persone affette da disabilità intellettiva.
La grandezza dell'artista è stata comprendere che la disabilità non è qualcosa di lontano da noi ma qualcosa che ci riguarda e ci riguarderà tutti personalmente, prima o poi.
Mi domando, tuttavia, se siamo realmente consapevoli di essere custodi di qualcosa di enorme, straordinario e di impossibile da dimenticare, rappresentanti di una Napoli così immensamente contraddittoria e immensamente umana.
Una cosa è certa. Solo valorizzando la bellezza, ricordandoci chi siamo e cos'è la nostra Neapolis, possiamo operare una rigenerazione sociale e culturale. Se infatti sarà la bellezza a prevalere nessun rogo potrà sconfiggerla.

23/11/2023



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