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05/09/2026

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Il Risorgimento fu quel periodo straordinario che ci diede i natali, un suol patrio, un riscatto storico rivoluzionario ma, soprattutto, ci regalรฒ storie destinate a rimanere imperiture nei secoli: storie che saranno raccontate sia accademicamente, sia generazionalmente.

Le Guerre d'Indipendenza Patrie, oltre alle spedizioni militari annesse o autonome, videro la partecipazione unanime di corpose frange di cittadini appartenenti agli ex Stati preunitari, provenienti da diversi ceti sociali, da estrazioni culturali variegate, ma unite da un ideale politico fortemente aggregante: l'Unitร  d'Italia.

E, proprio all'apice del fervore della "Terza Guerra d'Indipendenza" - tra il fumo dei cannoni, gli assalti alla baionetta e il fango addensato sugli stivali da marcia - si distinse una figura tanto insolita, quanto leggendaria: quella del cane "Caffaro", un intrepido bulldog terrier il cui nome divenne sinonimo di fedeltร  assoluta e spiccato senso d'accomunanza tra i commilitoni.
โ€‹Caffaro crebbe in casa di Giulio e Antonio Grossi, veneziani, veterani della "Spedizione dei Mille" ove avevano combattuto al servizio del futuro generale Stefan Istvรกn Tรผrr; spinti dal nuovo richiamo alle armi di Giuseppe Garibaldi, risposero affermativamente alla chiamata dell'Eroe il 20 maggio 1866, presentandosi al comando generale veneto per l'immatricolazione.

L'amico a quattro zampe, perรฒ, notando la partenza dei propri umani, non esitรฒ a seguirli: preferรฌ lasciare il padre di Grossi, gondoliere dell'albergo lagunare "Danieli", la tranquillitร  domestica e la sicurezza di un tetto per il rischio delle battaglie.

Caffaro decise di seguire Giulio, a cui era piรน affezionato ed entrambi furono collocati al servizio della "II Compagnia" del "II Battaglione", inquadrato nel "II Reggimento Volontari Italiani" guidato dal tenente colonnello Pietro Spinazzi.
Divenne immediatamente una mascotte per le truppe in sosta, tanto che Giuseppe Cesare Abba - nelle sue memorie - non esisterร  a definirlo "il piรน fedele delle trincee": aveva un fiuto eccezionale e riusciva a individuare tracce biologiche anche a diverse centinaia di metri dalle roccaforti amiche.
โ€‹La "II Compagnia", comandata dal capitano - e assoluto protagonista di questo periodo d'unificazione - Tommaso Marani, fu proprio la formazione d'avanguardia che il 25 giugno 1866 aprรฌ le ostilitร  nella "Battaglia di Ponte Caffaro", sfondando con vigore le prime linee austriache del capitano Rudolf Ruzicka - tra i comandanti della "XII Compagnia" del Reggimento "Principe di Sassonia" - e donando al cane il nome con cui fu consegnato alla leggenda.

Difatti, mentre il capitano boemo combatteva contro il tenente Giovanni Battista Cella in un duello alla sciabola, il coraggioso cagnolino azzannรฒ prima una natica di Ruzicka e, poi, un polpaccio del tenente austriaco Suchonel, permettendo a Cella e al caporale Giovanni "Rosso" Trovaioni di neutralizzare i due nemici.
Terminata la battaglia, ferito alle due zampe posteriori da alcune schegge metalliche, fu amorevolmente medicato e gli fu insignita una medaglia al valore, consegnata a Giulio direttamente dal tenente colonnello Spinazzi.

Grossi e il suo amico a quattro zampe seguirono tutte le tappe del Corpo Volontari Italiani sino alla drammatica "Battaglia di Pieve di Ledro" ove, durante un'assalto all'arma bianca, presso il rifugio "Alpino", Giulio fu ucciso dai tiratori del generale Philipp Graf Grรผnne: Caffaro vegliรฒ il suo ca****re sino alla fine degli scontri, accompagnandolo verso l'infermeria da campo con guaiti strazianti; quando Giulio fu sepolto, il cane non si mosse dalla sua tomba per i restanti cinque giorni, nonostante il comandante Ergisto Bezzi tentasse di portarlo via.
Successivamente, fu riconsegnato al padre dei due patrioti caduti (anche Antonio cadde sul campo, durante la "Battaglia di Ponte Cimego") ma morรฌ di crepacuore dopo pochi mesi.

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Venerdรฌ, a Forio d'Ischia.
04/08/2026

Venerdรฌ, a Forio d'Ischia.

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01/08/2026

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Il terremoto che colpรฌ la porzione abruzzese della "Marsica" fu uno dei cataclismi piรน devastanti, distruttivi che colpรฌ l'Italia centro-meridionale di inizio Novecento.
Il 13 gennaio 1915, una violentissima scossa tellurica (decimo grado della Scala Mercalli) destabilizzรฒ le viscere del suolo per venti secondi: la sola cittร  di Avezzano p***e tra i 9.000 e i 10.000 abitanti su 13.000 censiti, col 90% dell'abitato completamente disintegrato; interi borghi, intere cittadine e contrade (come Gioia dei Marsi, San Benedetto dei Marsi, Ortucchio, Pescina e Collarmele) vennero rasi al suolo; le linee telegrafiche e ferroviarie verso la "piana del Fucino" si interruppero immediatamentele, completamente danneggiate dal disastro.
Le stime ufficiali dell'epoca, stilate dapprima dal "nucleo soccorso" dalla Croce Bianca e, successivamente, dalla Soprintendenza Generale Militare dell'Aquila, parlarono di almeno 30.500 morti accertate, 55.000 sfollati e cumuli di macerie sparsi su, circa, dieci chilometri quadrati di territorio.

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Il terremoto fu avvertito anche a Roma, piรน lievemente ma supportato da un costante ciclo di assestamento, accusando lievissimi danni a chiese, monumenti ed edifici governativi (tra cui la caduta della statua di San Paolo sulla facciata della Basilica di San Giovanni in Laterano e le lesioni esterne al Colosseo).

Vittorio Emanuele III fu avvertito della difficilissima situazione marsicana direttamente nel pomeriggio, mediante un telegramma giunto dall'onorevole Vincenzo Riccio, abruzzese e testimone oculare della tragedia: il Re non si p***e d'animo e convocรฒ, al Quirinale, una riunione d'emergenza per stabilire le linee operative dell'intervento verso le popolazioni danneggiate.

La sera stessa, Vittorio Emanuele si fece accompagnare in automobile alla stazione ferroviaria di Frosinone, dalla quale partรฌ verso Tagliacozzo (l'unico centro abitato, della zona, in cui la linea ferroviaria non era stata interrotta); giunto nel cuore della regione in carrozza, visitรฒ Avezzano, Celano, Pescina, Scurcola Marsicana, Capistrello e Trasacco, confortando gli abitanti sopravvissuti e stringendo un accordo con Don Luigi Orione per il trasferimento d'una cospicua parte dei minori nei conventi della capitale.
Al suo ritorno a Roma spinse il Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, ad approvare un atto legislativo per la ricostruzione del tutto simile a quello istituito per il terremoto di Messina e Reggio (nel 1908); le risorse finanziarie stanziate furono enormi, stimabili in sessanta milioni di lire dell'epoca, che si andarono ad aggiungere al grande flusso di risorse umane dirottate verso la zona colpita, comprese le brigate di soldati inviate direttamente dal Ministero dell'Interno.

All'inizio delle operazioni di rimozione delle macerie, anche il Re d'Italia e la Regina Elena del Montenegro erano presenti: la Regina d'Italia riattivรฒ un patronato (il "Patronato Regina Elena", giร  attivato durante altri eventi dalla stessa portata drammatica) e un ente a scopo sociale, denominato "Casa Famiglia Regina Elena", finanziato da lei stessa che si occupรฒ del trasferimento, dell'alloggiamento in strutture laziali, del vitto nelle stesse e dell'istruzione di tutti i minori al di sotto dei dieci anni provenienti dalla Marsica; Elena si dedicรฒ alla causa sino a quando, per una questione burocratica, non fu costretta a lasciare l'Abruzzo.

Vittorio Emanuele, invece, presenziรฒ a quasi tutti gli interventi di rimozione e ricostruzione di cittร  come Avezzano e Tagliacozzo, spesso coordinando personalmente i soldati negli scavi, oltre a occuparsi personalmente del trasferimento ferroviario delle famiglie marsicane piรน indigenti verso i luoghi di ristoro della costa adriatica della regione; inoltre, sino al mese di aprile, inviรฒ aiuti umanitari sia ai soccorritori volontari, sia alle unitร  impegnate nella riedificazione.

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25/07/2026

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Chiunque passeggi nelle prossimitร  dell'epico "Circo Massimo" di Roma, potrebbe notare un enorme edificio in travertino, in direzione dell'incrocio tra "Via delle Terme di Caracalla" e "Viale Aventino".
Le dimensioni mastodontiche riflettono, perfettamente, il grande valore economico e umanitario delle funzioni svolte all'interno dello stesso.

Perchรฉ quell'enorme struttura corrisponde alla sede della "FAO", l'organizzazione delle Nazioni Unite per monitorare e salvaguardare l'alimentazione e l'agricoltura.

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Questa storia parte da lontano, da Sacramento, in California.
Nel gelido inverno del 1903, gli Stati Uniti vennero colpiti da una notevole crisi finanziaria relativa ai generi alimentari coltivati: David Lubin, proprietario di vari frutteti e di un centro di raccolta sin dal 1896, ebbe l'ennesimo buco d'incassi relativo al mercato dei prodotti da lui coltivati; Lubin, appassionato d'economia, comprese immediatamente che il problema di queste crisi risiedesse nell'assenza di un reale mercato regolamentato dei prodotti alimentari, soggetti alle variazioni dei prezzi dovute alle sole dinamiche d'importazione o d'esportazione.

Dotato di cospicue risorse economiche, tra l'estate e l'autunno del 1904, Lubin decise di viaggiare attraverso gli Stati Uniti e in Europa per perorare la sua causa al cospetto di monarchi e presidenti; l'obiettivo era quello di convincerli a creare un ente internazionale che disciplinasse valore della merce, catalogazione e distribuzione dei prodotti agricoli su scala mondiale.
Washington decise di non avallare l'idea, cosรฌ come Berlino, Parigi, Vienna e Londra.
Soltanto Madrid e Mosca risposero con un tiepido assenso.

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Nella capitale del Regno d'Italia, riuscรฌ a incontrare l'economista Maffeo Pantaleoni e il deputato Leone Wollemborg i quali, attratti immediatamente dall'iniziativa (all'epoca, il Regno d'Italia era un Paese a trazione agricola e tra i principali esportatori al mondo di prodotti coltivati), decisero di creare un canale diretto tra Lubin e il Re Vittorio Emanuele III, da sempre sensibile a queste tematiche.

Il 23 ottobre 1904, nella tenuta regia di San Rossore, avvenne uno storico incontro tra il Re d'Italia e David Lubin, destinato a cambiare per sempre le sorti del settore alimentare-agricolo.

Durante quel confronto, furono gettate le basi per realizzare una "giustizia alimentare".

Un mese dopo, Vittorio Emanuele III telegrammรฒ un messaggio privato al Presidente del Consiglio del Regno, Giovanni Giolitti, affinchรฉ organizzasse un convegno capitolino ove raggruppare i rappresentanti di tutti i Paesi della sfera occidentale, al fine di discutere della questione: il "Convegno Internazionale sull'Agricoltura" si tenne l'anno successivo, il 28 maggio 1905, al quale parteciparono partecipano i ministri delegati di quaranta Stati.
Nonostante le iniziali reticenze di alcuni plenipotenziari (preoccupati di perdere sovranitร  sulla fissazione dei costi della merce), la mediazione italiana (guidata dallo stesso Re), unita alla sagacia di Lubin (unico presente a non ricoprire cariche istituzionali) portarono all'approvazione di quello che venne denominato "Istituto Internazionale dell'Agricoltura".

Si trattรฒ del primo organismo specializzato nella classificazione chimica, quantificazione, qualificazione e listazione dei beni alimentari provenienti dalla coltivazione diretta, il qual, negli anni successivi, sviluppรฒ anche delle politiche a scopo umanitario verso i Paesi meno abbienti e piรน dipendenti dall'import di cibo.

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In virtรน della lungimiranza del governo italiano, sin da subito promotore dell'iniziativa di Lubin, si decise che la sede permanente dovesse essere sita a Roma.

Prima, presso Villa Borghese; poi, nel dopoguerra (quando anche l'organismo assunse il nome "Food and Agriculture Organization"), presso la nuova sede in cui risiede tuttora.

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18/07/2026

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Abbiamo giร  raccontato, durante i precedenti episodi divulgativi, di come il Re Vittorio Emanuele III possedesse delle competenze geografiche a dir poco eccezionali: cartografo meticoloso, tra i piรน rinomati e ascoltati diramatori di dispute territoriali continentali e intercontinentali, fu colui che arbitrรฒ la controversia relativa alla sovranitร  sull'isola di Clipperton (assegnandola alla Francia, dopo la causa intentata dal Messico) e quella relativa al tracciato di confine del "Pirara" (tra il Brasile e la Guyana britannica), in Sudamerica.

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Trascorreva l'anno 1903.

Il Re d'Italia ricevette un telegramma dall'ambasciata britannica di Roma, la cui segreteria era affidata a Sir Edwin Egerton, nel quale urgeva una sua convocazione presso la sede stessa dell'istituzione estera.
La motivazione era di natura regionale: al confine tra l'Angola (amministrata dai portoghesi) e lo Zambia (controllato dall'impero britannico), le autoritร  inglesi del "British South Africa Company" (un ente amministrativo/commerciale che racchiudeva la gestione coloniale del Sudafrica, del Kenya e dello Zambia) iniziarono a contestare la soglia di demarcazione tra i due Stati, che si sviluppava tra il cosiddetto "Dito di Caprivi" (sottile striscia di deserto annessa alla Namibia tedesca) e l'Alta Valle del fiume Zambesi; ciรฒ era dovuto alla poca chiarezza fatta, su tale punto, dal trattato stipulato nel 1891 proprio dalle due potenze coloniali, le quali basarono il confine delle due Nazioni su territori, geograficamente parlando, praticamente sovrapponibili.

L'impero portoghese aveva giร  fatto recapitare il messaggio secondo il quale, se le autoritร  britanniche si fossero permesse di accedere in Angola, si sarebbe scatenata una guerra nell'area senza precedenti storici.

Vittorio Emanuele III sapeva che la situazione era complessa e non solo per il potere politico delle due parti in causa, ma anche per la difficilissima mappatura di quei territori: lo Zambesi, infatti, assoggettava le regioni circostanti a continue inondazioni, dovute alle piene torrenziali e nรฉ gli inglesi, nรฉ i portoghesi avevano pensato di costruire degli argini.

Il Re accettรฒ l'incarico ma volle subito dettare delle condizioni: avrebbe impiegato, almeno, un anno soltanto per le esplorazioni sul posto; la controversia non sarebbe stata dibattuta in base alla ricchezza mineraria dei territori, onde evitare d'agevolare gli interessi dell'una o dell'altra parte; ogni reclamazione di territori non soggetti alla controversia, sarebbe stata rigettata per non compromettere la vita degli autoctoni.

Messe a conoscenza della proposta, anche le autoritร  portoghesi accettarono l'arbitrato di Vittorio Emanuele III.

La sentenza definitiva arrivรฒ nel 1905, dopo oltre due anni dalla formalizzazione dell'incarico.
Il Re d'Italia inviรฒ, in due anni, almeno venti tra speleologi, geologi, etnografi e ricognitori nel luogo soggetto alla contesa.

Le nuove condizioni erano le seguenti: ridefinendo le soglie di demarcazione tra i due Stati, il confine centro-meridionale veniva "spostato" verso la piana del fiume Luiana (affluente dello Zambesi) e le rapide del torrente Katima-Mulilo; il confine centro-settentrionale, d'altro canto, veniva "spostato" tra le distese del fiume Lungwebungu e quelle del fiume Kwando.

Addirittura il sovrano autoctono dell'area, Lewanika I, si disse pienamente soddisfatto del novello assetto territoriale.

I nuovi confini, stabiliti dal Re d'Italia e confermati in un nuovo trattato anglo-portoghese del 1906, mantennero il loro assetto anche dopo il processo di decolonizzazione del continente africano.

๐‘ณ๐‘จ ๐‘น๐‘ฌ๐‘ฎ๐‘ฐ๐‘ต๐‘จ ๐‘ซ'๐‘ฐ๐‘ป๐‘จ๐‘ณ๐‘ฐ๐‘จ ๐‘ฌ๐‘ณ๐‘ฌ๐‘ต๐‘จ ๐‘ฌ ๐‘ฎ๐‘ณ๐‘ฐ ๐‘จ๐‘ณ๐‘ณ๐‘ถ๐‘ฎ๐‘ฎ๐‘ฐ ๐‘ท๐‘ฌ๐‘น ๐‘ฐ ๐‘ณ๐‘ผ๐‘ต๐‘ฐ๐‘ฎ๐‘ฐ๐‘จ๐‘ต๐‘ฐ: ๐‘บ๐‘ป๐‘ถ๐‘น๐‘ฐ๐‘จ ๐‘ซ๐‘ฐ ๐‘ผ๐‘ต๐‘จ ๐‘ซ๐‘ถ๐‘ต๐‘ต๐‘จ ๐‘ช๐‘จ๐‘น๐‘ฐ๐‘ป๐‘จ๐‘ป๐‘ฌ๐‘ฝ๐‘ถ๐‘ณ๐‘ฌ.La notte del 7 settembre 1920, ...
11/07/2026

๐‘ณ๐‘จ ๐‘น๐‘ฌ๐‘ฎ๐‘ฐ๐‘ต๐‘จ ๐‘ซ'๐‘ฐ๐‘ป๐‘จ๐‘ณ๐‘ฐ๐‘จ ๐‘ฌ๐‘ณ๐‘ฌ๐‘ต๐‘จ ๐‘ฌ ๐‘ฎ๐‘ณ๐‘ฐ ๐‘จ๐‘ณ๐‘ณ๐‘ถ๐‘ฎ๐‘ฎ๐‘ฐ ๐‘ท๐‘ฌ๐‘น ๐‘ฐ ๐‘ณ๐‘ผ๐‘ต๐‘ฐ๐‘ฎ๐‘ฐ๐‘จ๐‘ต๐‘ฐ: ๐‘บ๐‘ป๐‘ถ๐‘น๐‘ฐ๐‘จ ๐‘ซ๐‘ฐ ๐‘ผ๐‘ต๐‘จ ๐‘ซ๐‘ถ๐‘ต๐‘ต๐‘จ ๐‘ช๐‘จ๐‘น๐‘ฐ๐‘ป๐‘จ๐‘ป๐‘ฌ๐‘ฝ๐‘ถ๐‘ณ๐‘ฌ.

La notte del 7 settembre 1920, il nordest della Toscana visse uno dei momenti piรน terrificanti della storia dei territori della Lunigiana e della Garfagnana.
Prima, un fortissimo boato sembrรฒ smembrare le viscere della Terra; poi, un violentissimo sisma (dal magnitudo registrato di 6,5 gradi della scala Mercalli) sventrรฒ tutte le fabbricazioni nel giro di, almeno, due chilometri.
La popolazione, terrorizzata, si riversรฒ nelle stradine ancora integre oppure nelle campagne circostanti, ergendo rifugi di fortuna o tettoie ove ripararsi.
Tra le due porzioni della regione colpite, la Lunigiana risultรฒ quella piรน danneggiata: fu quasi cancellata dal sisma.

Il 9 settembre l'onorevole Paolo Bodo, viceprefetto della cittร  di Pontremoli, inviรฒ un telegramma circostanziato della situazione agli uffici del Genio Civile di Roma: un rapporto dettagliato, in cui si evincevano gli ingenti danni urbanistici, le criticitร  delle baracche "di fortuna" e l'enorme carenza di servizi igienici necessari a sopperire all'emergenza.
Il suddetto rapporto indicava, secondo le stime dei Regi Carabinieri, almeno 170 vittime e piรน di duemila sfollati.

Il giorno successivo, Vittorio Emanuele III era impegnato in una tornata parlamentare: durante la discussione, un ufficiale del Genio Civile gli fece recapitare il rapporto telegrafato dall'onorevole Bodo, che lo lasciรฒ profondamente turbato; rientrato al Quirinale, si confrontรฒ con sua moglie, Elena del Montenegro, la qual non ebbe alcun dubbio su ciรฒ che si dovesse fare.

Elena era una donna dotata di grande altruismo: sostenitrice e ispettrice della Croce Rossa, sempre in prima linea durante l'intervento in zone devastate dai cataclismi (memorabile il suo impegno dopo il terremoto di Messina e Reggio, nel 1908, durante la qual - dal 30 dicembre - si distinse per risolutezza tra il fango e le macerie, medicando i feriti e nutrendo i superstiti), volle subito sincerarsi della possibilitร  d'accogliere, anche presso le proprietร  regie, le frange di comunitร  lunigiane bisognose (le piรน impoverite dall'evento).

I delegati del Ministero dei Lavori Pubblici, giunti sul posto pochi giorni dopo il disastro, avevano identificato diciassette famiglie che vivevano senza neanche un riparo temporaneo. Pernottavano nelle masserie, chiedendo ospitalitร , procurandosi il cibo grazie alla solidarietร  locale.
Una cospicua parte della popolazione sfollata restante, tra l'ottobre di quell'anno e il mese di gennaio del 1921 (grazie a un ingente sforzo anche delle autoritร , della stessa Croce Rossa e delle collettivitร  di confine verso la zona colpita), riuscรฌ a esser temporaneamente collocata in edifici di ristoro.

๐Œ๐š ๐ช๐ฎ๐ž๐ฅ๐ฅ๐ž ๐Ÿ๐Ÿ• ๐Ÿ๐š๐ฆ๐ข๐ ๐ฅ๐ข๐ž ๐๐ข๐ฏ๐ž๐ง๐ง๐ž๐ซ๐จ, ๐ฉ๐ž๐ซ ๐ฅ๐š ๐‘๐ž๐ ๐ข๐ง๐š ๐'๐ˆ๐ญ๐š๐ฅ๐ข๐š, ๐ฎ๐ง๐š ๐ฉ๐ซ๐ข๐จ๐ซ๐ข๐ญร  ๐š๐ฌ๐ฌ๐จ๐ฅ๐ฎ๐ญ๐š.

๐ƒ๐š ๐š๐ข๐ฎ๐ญ๐š๐ซ๐ž ๐ข๐ฆ๐ฆ๐ž๐๐ข๐š๐ญ๐š๐ฆ๐ž๐ง๐ญ๐ž.

Difatti, con gran solerzia, sin dalla fine di settembre organizzรฒ prima il trasferimento ferroviario di tali famiglie alle "Cascine Nuove" della tenuta reale di San Rossore (a Pisa), poi il riadattamento delle suddette "Cascine" a nuclei agibili dotati di ogni genere necessario.
Era la Regina a occuparsi personalmente dei membri delle famiglie, inviando ogni settimana cibo e latte, coperte e copriletti, dotando il giardino di giocattoli per i piรน piccoli e di mansarde per stipare le masserizie (gli effetti personali degli alloggiati).

Le 17 famiglie rimasero ospiti della tenuta sino ai primi mesi del 1921 quando, attraverso un decreto regio straordinario, fu attivata la macchina burocratica per la costruzione delle nuove case abitabili, dei nuovi centri di primo soccorso e delle infrastrutture varie/ferroviarie in tutta la Toscana appenninica.

4 luglio 1807 โ€“ 4 luglio 2026, 219 anni dalla nascita di Garibaldi: lโ€™eroe dei due mondi e lโ€™ereditร  incompiuta dellโ€™uni...
04/07/2026

4 luglio 1807 โ€“ 4 luglio 2026, 219 anni dalla nascita di Garibaldi: lโ€™eroe dei due mondi e lโ€™ereditร  incompiuta dellโ€™unitร  dโ€™Italia

di Salvatore Sfrecola Duecentodiciannove anni fa, a Nizza, nasceva un bambino destinato a diventare il piรน romantico e il piรน concreto degli eroi che lโ€™Ottocento europeo avesse mai prodotto. Giusepโ€ฆ

29/06/2026

COMUNICATO STAMPA DELLโ€™UNIONE MONARCHICA ITALIANA
I monarchici per una vera giustizia fiscale

Nella sua ultima relazione al Parlamento sulla gestione del bilancio dello Stato la Corte dei conti ha segnalato lโ€™incremento della pressione fiscale al 43,1 per cento del Prodotto Interno Lordo (P.I.L.) e precisato che โ€œle imposte sul reddito gravano quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensioneโ€, nella misura dellโ€™82 per cento di quanto incassato dallo Stato. In queste condizioni secondo lโ€™Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) lโ€™equitร  fiscale resta un miraggio. Anche a causa dellโ€™evasione che resta la palla al piede del Paese in ragione dellโ€™inadeguatezza dei controlli. Per i monarchici italiani questa condizione รจ fonte di ingiustizia sociale e mina la stessa democrazia.
Napoli, 29 giugno 2026
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi

๐‘ฌ๐‘ซ๐‘ผ๐‘จ๐‘น๐‘ซ๐‘ถ ๐‘ซ๐‘ฌ ๐‘ญ๐‘ฐ๐‘ณ๐‘ฐ๐‘ท๐‘ท๐‘ถ ๐‘ฌ ๐‘ผ๐‘ด๐‘ฉ๐‘ฌ๐‘น๐‘ป๐‘ถ ๐‘ฐ๐‘ฐ ๐‘ซ๐‘ฐ ๐‘บ๐‘จ๐‘ฝ๐‘ถ๐‘ฐ๐‘จ: ๐‘ท๐‘น๐‘ฐ๐‘ด๐‘จ ๐‘ณ๐‘ฌ ๐‘ท๐‘ฌ๐‘น๐‘บ๐‘ถ๐‘ต๐‘ฌ.Per raccontare quest'episodio, bisogna partire da una premes...
27/06/2026

๐‘ฌ๐‘ซ๐‘ผ๐‘จ๐‘น๐‘ซ๐‘ถ ๐‘ซ๐‘ฌ ๐‘ญ๐‘ฐ๐‘ณ๐‘ฐ๐‘ท๐‘ท๐‘ถ ๐‘ฌ ๐‘ผ๐‘ด๐‘ฉ๐‘ฌ๐‘น๐‘ป๐‘ถ ๐‘ฐ๐‘ฐ ๐‘ซ๐‘ฐ ๐‘บ๐‘จ๐‘ฝ๐‘ถ๐‘ฐ๐‘จ: ๐‘ท๐‘น๐‘ฐ๐‘ด๐‘จ ๐‘ณ๐‘ฌ ๐‘ท๐‘ฌ๐‘น๐‘บ๐‘ถ๐‘ต๐‘ฌ.

Per raccontare quest'episodio, bisogna partire da una premessa necessaria.

Trascorreva il 5 gennaio del 1960: Eduardo De Filippo era giร , distintamente, riconosciuto dalla critica di settore come uno dei migliori drammaturghi della sua generazione.
Si godeva una vacanza presso il rifugio "Meta Alta" del Monte Terminillo, candidamente innevato, insieme alla compagna di vita Thea Prandi e ai due figli, Luca e Luisella. Luisella, colta da curiositร , decise di provare una sciata: quell'iniziativa le costerร  la vita; una rovinosa caduta contro una roccia sporgente le causerร  una fatale emorragia, contro la quale i medici dell'ospedale nulla poterono fare.
I giorni successivi furono devastanti per Eduardo e Thea, tanto che il grande artista pensรฒ anche di delegare - provvisoriamente - la gestione della compagnia da egli fondata.
Nella fase di dolore atroce, perรฒ, accadde un evento che i due coniugi notarono immediatamente: fra i tanti telegrammi di cordoglio giunti, uno recava un luogo di mittenza lontano dalla Pen*sola.

Cascais, una cittadina sparsa su una vallata lusitana, posta a pochissimi passi dalle dune dell'Oceano Atlantico.

Il telegramma recitava le seguenti parole: "๐““๐“ฒ๐“ธ ๐“ฝ๐“ฎ๐“ผ๐“ฝ๐“ฒ๐“ถ๐“ธ๐“ท๐“ฒ๐“ช ๐“ฒ๐“ต ๐“น๐“ป๐“ธ๐“ฏ๐“ธ๐“ท๐“ญ๐“ธ ๐“ถ๐“ช๐“ต๐“ฎ ๐“ถ๐“ธ๐“ป๐“ช๐“ต๐“ฎ ๐“ฌ๐“ฑ๐“ฎ ๐“ถ๐“ฒ ๐“ช๐“ฏ๐“ฏ๐“ต๐“ฒ๐“ฐ๐“ฐ๐“ฎ ๐“น๐“ฎ๐“ป ๐“ต๐“ช ๐“น๐“ฎ๐“ป๐“ญ๐“ฒ๐“ฝ๐“ช ๐“ญ๐“ฎ๐“ต๐“ต๐“ช ๐“ฟ๐“ธ๐“ผ๐“ฝ๐“ป๐“ช ๐“ฌ๐“ป๐“ฎ๐“ช๐“ฝ๐“พ๐“ป๐“ช. ๐“”๐“ญ๐“พ๐“ช๐“ป๐“ญ๐“ธ, ๐“น๐“ธ๐“ป๐“ฝ๐“ฎ ๐“ต๐“ฎ ๐“ฌ๐“ธ๐“ท๐“ญ๐“ธ๐“ฐ๐“ต๐“ฒ๐“ช๐“ท๐”ƒ๐“ฎ, ๐“ถ๐“ฒ ๐“ผ๐“ฝ๐“ป๐“ฒ๐“ท๐“ฐ๐“ธ ๐“ฟ๐“ฎ๐“ฎ๐“ถ๐“ฎ๐“ท๐“ฝ๐“ฎ ๐“ฒ๐“ท ๐“พ๐“ท ๐“ช๐“ซ๐“ซ๐“ป๐“ช๐“ฌ๐“ฌ๐“ฒ๐“ธ. ๐“ค๐“ถ๐“ซ๐“ฎ๐“ป๐“ฝ๐“ธ ๐“˜๐“˜ ๐“ญ๐“ฒ ๐“ข๐“ช๐“ฟ๐“ธ๐“ฒ๐“ช".

Eduardo e Umberto si conoscevano sin dall'adolescenza: nonostante alcune divisioni politiche - mostrate, da entrambi, sin da ragazzini - ma non ideologiche, tra i due si sviluppรฒ subito un legame di stima reciproca che durรฒ sino alla loro morte.
Piรน volte, la famiglia De Filippo fu invitata presso la Reggia di Capodimonte, Villa Savoia o Villa Ada per recitare spettacoli privati al cospetto della famiglia reale ed Eduardo, quattordicenne, durante le pause svolte nelle camere dei giochi delle dimore, si ritrovรฒ spesso a giocare con un tamburello di latta - il cui nome era "Viva l'Italia" - proprio con l'undicenne Umberto.
Anche durante gli anni del secondo conflitto mondiale, Umberto fece avvertire spesso Eduardo di volerlo in presenza a cena, sia per godere della sua arte - in particolare, dello sceneggiato "S*k S*k, l'artefice magico" - e sia per confrontarsi con lui, per chiacchierare con un amico caro nella hall di un albergo oppure presso il "Teatro di Corte" del Palazzo Reale.

Eduardo, appena lesse il telegramma, si commosse e disse: "o' rre nun s'รจ scurdat e' me".

Il "Re di Maggio" non l'aveva dimenticato, nonostante non si vedessero piรน da oltre quindici anni.

Sarร  proprio in onore di tale, sentita amicizia che Eduardo (cosรฌ come Aldo Fabrizi, attraverso una composizione poetica), dedicherร  a Umberto uno splendido omaggio dettato al pubblico di Firenze nel 1983, durante la consegna del premio alla carriera "San Giuseppe-Piero Bargellini".

L'intervento, riportato da un articolo de "La Nazione" del 22 marzo 1983 e dal rapporto giornaliero del Gabinetto Letterario "Viesseux", fu emozionante.

"Vogliamo parlare, un momento, di Umberto di Savoia buonanima? Umberto II era antifascista", disse Eduardo alla folla silente, "tanto che avrebbero voluto porlo agli arresti. Un giorno, la guerra era quasi finita, Umberto mi invitรฒ urgentemente al Quirinale per la consegna dell'Ordine da Commendatore d'Italia, non sapendo che giร  avevo quella da Cavaliere, Cavaliere Ufficiale e anche da Commendatore.
L'ho conosciuto quando lui aveva quasi undici anni e io quattordici, all'epoca andavo a recitare a Villa Savoia, a Villa Ada e a Roma, cosรฌ come a San Rossore di Pisa.
Fu cosรฌ che conobbi Umberto.
Si giocava insieme dietro il palcoscenico.
C'era una stanza dei giochi che dava sul giardino e ricordo un tamburo di latta con scritto 'Viva l'Italia'.
Quando Umberto venne a Napoli per i cinque anni che vi trascorse, era spesso al teatro dove io recitavo. Era un grande ammiratore dei De Filippo. Era in allestimento in quel periodo la farsa 'S*k s*k, l'artefice magico' e una sera, mentre cenavo nel ristorante a Piazza Dante, venne di corsa un suo incaricato...'guarda', mi disse, 'che il principe vuole che tu vada da lui all'Excelsior, perchรฉ desidera vedere questo nuovo spettacolo'.
Ricordo che non avevamo sul posto dei costumi adeguati, il teatro era giร  chiuso. Ci arrangiammo...un abito di mia sorella e ne feci quello che indossavo in scena, anche Peppino riuscรฌ a rimediare qualcosa per la recita. Perรฒ non riuscรฌ, sul momento, a trovare nรฉ il pollo, nรฉ la colomba, elementi indispensabili e chi conosce la commedia lo sa, per la rappresentazione.
Il 'S*k s*k artefice magico' ebbe successo lo stesso. Sostituimmo gli animali con un canarino e una lu**ca; adeguammo le battute di scena.
E lui rideva lo stesso.
Poi, diventammo proprio amici.
Umberto di Savoia era stato amico dei Principi di Galles e il padre, Vittorio Emanuele, lo mise in prigione per questo fatto.
Un giorno mi mandรฒ a chiamare al Quirinale. C'era a ricevermi il generale Franco o Garofalo che รจ ancora vivo, potete domandarglielo, io dico sempre la veritร . Mi introdusse nella 'Sala dei Moschettieri' dove c'era il Re.
Era un salone molto grande.
Umberto era dietro una scrivania, in un angolo. Si alzรฒ e mi venne incontro a braccia aperte. 'Eduardo, Eduardo...hai visto che hanno fatto all'Italia nostra?'...'Ma avete visto che ha fatto papร ? Ve ne siete accorto di quello che ha fatto papร ?'.
Gli strinsi la mano e gli risposi 'non me ne parlare'.
Non sono iscritto a nessun partito, ma conoscete la mia politica...amo il popolo, amo i lavoratori.
Ho amato, molto, Umberto di Savoia.
Ho raccontato questo con molto dolore, quello che ho detto stasera me lo sono sempre tenuto per me...avrei avuto voglia di scrivere un articolo ma non l'ho fatto. Oggi รจ come se lo avessi commemorato. Abbiate pazienza".

La folla, prima silente, applaudรฌ per minuti interi un Eduardo in lacrime.

E la folla stessa, all'unisono col plauso, iniziรฒ a urlare "Viva l'Italia".

"A UMBERTO", QUANDO L'OMAGGIO POETICO DI ALDO FABRIZI FECE COMMUOVERE IL "RE DI MAGGIO". Come giร  raccontato in un prece...
20/06/2026

"A UMBERTO", QUANDO L'OMAGGIO POETICO DI ALDO FABRIZI FECE COMMUOVERE IL "RE DI MAGGIO".

Come giร  raccontato in un precedente post, furono molti gli italiani che non dimenticarono il "Re di Maggio", Umberto II di Savoia, anche - e soprattutto - dopo il volontario esilio verso le sponde dell'Atlantico portoghese.
Tra gli italiani che gl'erano piรน affezionati, figuravano molteplici personaggi di spicco della societร  dell'epoca, del mondo dell'arte; basti pensare al leggendario Totรฒ, monarchico dichiarato della prima ora, il quale aveva l'abitudine di mostrare una foto autografata del sovrano, posta direttamente sulla mensoletta da camino del suo salotto (o, a volte, spostata sulla scrivania del suo studio).

Un'altra personalitร  cinematografica di spicco, che stimรฒ il sovrano, fu il celebre Aldo Fabrizi (all'anagrafe "Fabbrizi"): icona delle pellicole con la "romanitร " al centro delle scene, interprete dalla notevole presenza scenica, egli non fu monarchico ma non potรฉ non constatare la composta dignitร  e l'inopinabile nobiltร  d'animo di quell'uomo cosรฌ nostalgico del suo Paese, del Paese che ha sempre adorato.

L'episodio risale alla primavera del 1979: durante una vacanza in Portogallo, il celebre artista decise di andare a trovare Umberto a "Villa Italia", ove fu accolto con enorme garbo.
Fabrizi, oltre a esser un gigante del cinema e della cultura romana, era anche un ottimo poeta; inoltre non era un militante politico ed era repubblicano ma, anche, un uomo di profonda sensibilitร  popolare.
Dinanzi a quell'uomo che viveva dignitosamente il distacco dalla propria Nazione, il grande attore decise di regalargli un momento d'assoluta "italianitร ", recitandogli una poesia in dialetto romanesco scritta - proprio per l'occasione - di suo pugno.

โ€‹โ€‹Le testimonianze dirette dell'epoca narrano di Fabrizi che si presentรฒ al sovrano con il suo fare caloroso, salutandolo anche con un abbraccio; quando iniziรฒ a declamare i versi, una volta raggiunto lo studio privato della dimora, l'atmosfera si fece subito intima.
La raccolta in prosa toccava le corde della malinconia, della nostalgia della propria terra d'origine e del tempo che - inesorabile - trascorre, ma lo faceva con la "lingua" del popolo romano.
Una dialettica saggia, profonda, sentimentale, disincantata.

โ€‹Il componimento, titolato "A Umberto", recitava le seguenti sillabiche: "a Te lo devo scrive:/nun te posso invitaโ€™/e nun te posso diโ€™/mettete a sede qua/e nun te posso manco domandaโ€™/perchรฉ sei stato condannato a vive/lontano da la terra indoโ€™ sei nato/senza speranza de poteโ€™ tornaโ€™./Quantโ€™anni soโ€™? Me pare trentatreโ€™,/e un sacco dโ€™esiliati/soโ€™ rientrati in Italia, meno Te./Cosรฌ diciamo 'sta rimpatriata/'nche si nun cia' gnente de' reale/nรฉ un motivo de data/nรฉ un compleanno, nรฉ un anniversario,/famola talequale!/Sarร  sortanto un pranzo immaginario/tra un popolano, sempre popolano,/e un Re che poveraccio รจ ancora Re./Ieri Sua Santitร ,/tra un coro di campane e sbattimani/ha parlato de fede, de bontร , de libertร , de pace./Ma si un cristiano nun se poโ€™ magnaโ€™/un pezzetto de pane/dove je pare e piace/mejo che a parlร  de libertร /se sonino piรน piano le campane".

โ€‹Di fronte a quelle parole, pregne di comprensione per il deleterio distacco dalla sua Patria, Umberto II - noto per il suo rigido protocollo e il controllo delle emozioni - non riuscรฌ a trattenere le lacrime: si commosse profondamente, stringendo la mano all'attore-poeta, in un gesto d'autentica gratitudine.

โ€‹Per Umberto II, quella poesia colma d'umanitร  non fu un omaggio politico, ma un'essenza di Roma - capitale del Paese che ha servito degnamente - e dell'Italia che puntava dritto all'animo, tramite la voce di uno dei suoi figli piรน amati.

Indirizzo

Via Giovanni Bausan 11
Naples
80121

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