05/06/2026
14 giugno 2026 ore 17
CANTINA COMUNALE NEIVE Bottega dei 4 vini
Mostra
“E ancora i miei occhi ti guardano”:
dedicato a Maria Teresa
a cura dell' Arch. Alessandra Morra
Presidente di Indonneveritas
Appena entrata nelle stanze di quell'appartamento di Neive della Signora Maria Teresa il mio atteggiamento di critica dell'architettura e dell'Arte mi ha riportato ad una osservazione attenta e decisiva che avevamo definito per il volume ESO dedicato al compositore mancato Ezio Bosso.
"Appena un osservatore entra, la stanza vuota si popola del suo sguardo. Viene attivata un'impressione di assenza, perché ora c'è una coscienza che lo percepisce. Lo sguardo è una vita sospesa, una continua interrogazione che non si compiace della superficie delle cose e vuole andare un po' più in là, dove luce e ombra si intrecciano nella penombra di una finestra, dove la certezza si ammanta di sospetto e l'ignoto diventa familiare, dèjà vu. "
La situazione in quella stanza mi appariva affina, ma intrisa dalla condivisione attenta del mondo di Maria Teresa: stanze incastellate dei quadri di un amore. Paesaggi, visi, nudi si accavallavano in un universo intimo che era sua Vita, la sua Condivisione con l 'uomo che l' amava
Vi è in questo progetto culturale e sociale una duplice e necessaria definizione della finalità:
1) Rendere omaggio all'operato di un Artista che non agisce in un contemporaneità ,ma che ci permettere di guardare la " stanza" del suo immaginifico.
2) Comprendere, con una curatela attenta ,attraverso occhi che ancora non hanno smesso di guardarla, il mondo sommerso ,intimo e delicato di Maria Teresa il cui mondo rimane, nonostante la distanza della morte, ancorato all' Arte del compagno con il quale intreccia quotidianamente un dialogo appassionato
Per tali ragioni ho deciso di titolare questa personale delle opere di Domenico Magazu' "E ancora i tuoi occhi mi parlano"
Letta attentamente una biografia importante ma datata dell'artista mi permetto di trascriverle alcune riflessioni e riprendendo (liberamente interpretando) il cenno a Panofsky.
C'è un primo livello di incontro con l'opera d'arte. Consiste in una sua fruizione emotiva, sensoriale, immediata e irriflessa, felicemente piena e superficiale. Qualcuno conduce così tutta la vita: fluttua librandosi sopra tragedie e miracoli. Riesce a vedere un campo di fiori dall'alto e poi a tuffarsi nelle corolle profumate fino a empirsi il naso di polline. Riesce ad abbandonarlo nonostante il dolore, verso un altro campo, altri fiori, altri giorni.
Fra i molti modi di vivere in pienezza, questo mi sembra il più simile alla natura, il più beatamente profondo, quello che o nasci capace o non ci riuscirai mai. Chi può impedirlo? Chi può dire che è sbagliato? Tuttavia le intenzioni dell'Autore forse erano altre.
C'è il secondo livello, dove la ragione e il bisogno di sapere prendono il sopravvento.
Allora una rosa è una rosa, a rose is a rose, eppure uno dei quadri che appaiono sullo sfondo in realtà è uno specchio; sai che l'artista non sta guardando te, ma qualcuno che è oltre le tue spalle. Dunque, qui si cerca la conoscenza: è lo stadio più infelice, perché "più so e più mi rendo conto di non sapere"
E' possibile che l'Autore volesse comunicare "soltanto" quello?
C'è dunque il terzo livello: quello che porta alla sapienza, che è tutta un'altra cosa.
Allora l'opera parla di ciò di cui parla, ma anche di molto altro. Ed ecco che
- per una strana alchimia - improvvisamente il messaggio dell'Autore è non soltanto compreso ma addirittura superato e inglobato in un altro più grande e più complesso. Perché la sapienza, il bisogno di tuffarsi nelle profondità delle cose, non può fermarsi. L'opera parla anche del momento storico in cui fu composta; parla del momento che l'Autore stava attraversando quando la compose; parla di chi venne prima e di chi verrà dopo; parla il linguaggio dell'Autore ma offre anche le chiavi per decodificarlo, rapportarlo ad altro e "sistemarlo".
In ultimo, ma non per importanza, parla a un soggetto che è tutt'altro che atono e passivo. Un soggetto che entrerà in risonanza con talune lunghezze d'onda, con altre meno e con altre per nulla. Un soggetto che ha il proprio colore del grano ma ha anche l'odore infantile della neve. E il delicatissimo equilibrio chimico dell'opera, se non era già stato alterato prima, qui salta del tutto.
Il cerchio si chiude, la conoscenza ha condotto in un altro luogo: torna l'emozione che lentamente si espande allo schiudersi di altri panorami. Ora il movimento (ancora lui) è davvero un moto profondo, partecipe, consapevole, ma soprattutto è autonomo e conduce ognuno di noi in luoghi che soltanto lui
può sapere.
Era quella l'intenzione dell'Autore?
Alessandra Morra curatrice della mostra
DOMENICO MAGAZÙ
È nato a Mondovì, provincia di Cuneo, il 13 marzo 1946.
È conosciuto a Cuneo e sul territorio per avervi lavorato ed abitato per molti anni.
Ora vive a Neive, al n. 6 di Piazza Garibaldi, dove ha un grande studio che guarda le Langhe del barbaresco e del moscato. La sua tavolozza, segue le orme di Monet; ama la natura con i suoi paesaggi montani, le nevicate, le colline di langa, l'autunno con i colori che cambiano di giorno in giorno.
È un artista che segue la pittura tradizionale dal vero, realizzando opere con un'ottima luce nel paesaggio: un impressionista nato, anche se il realismo emerge sempre nei primi piani e nelle opere figurative. Domenico Magazù, fa parte del gruppo di pittori della Promotrice delle Belle Arti di Torino e di altri noti gruppi artistici e, in questi giorni, è entrato nella fase di un terzo periodo.
Continua le sue ricerche con l'Arte Informale, non per combattere o sfidare gli amici di questa corrente, ma con piena coerenza stilistica, tanto da rendere queste opere toccanti testimonianze della realtà dell'Arte pittorica del 2000.