25/05/2026
Negli ultimi tempi si leggono commenti dai toni quasi millenaristi sull'introduzione dell'intelligenza artificiale nella didattica: c'è chi teme la distruzione del pensiero umano e l'avvento di entità oscure pronte a soppiantare il nostro intelletto. Come Gilda degli Insegnanti, riteniamo fondamentale riportare il dibattito su un piano di pragmatismo pedagogico e razionalità.
La storia dell'educazione ci insegna una lezione costante: ogni innovazione tecnologica ha generato iniziali timori di regressione cognitiva. Già nel Fedro, Platone faceva sostenere a Socrate che l'invenzione della scrittura avrebbe atrofizzato la memoria umana. Negli anni Settanta e Ottanta, l'ingresso delle calcolatrici tascabili e dei primi personal computer nelle aule suscitò reazioni analoghe: si pensava che gli studenti avrebbero perso per sempre la capacità di calcolo mentale e di ragionamento logico. Sappiamo bene, dati storici alla mano, che non è andata proprio in questo modo.
Oggi ci troviamo di fronte a una dinamica simile. L'intelligenza artificiale non è un nuovo dio e non possiede volontà autonoma o tratti diabolici: è semplicemente un sofisticato strumento di calcolo statistico e predittivo. Il vero pericolo non risiede nella tecnologia in sé, ma nell'abdicazione al nostro ruolo educativo. La scuola, in quanto luogo deputato alla formazione del logos e del senso critico, non può permettersi di ignorare o bandire la realtà.
Se vogliamo davvero difendere la capacità di pensare dei nostri studenti, dobbiamo governare questi strumenti: insegnando ai ragazzi a interrogare l'algoritmo in modo intelligente, a verificarne le fonti, a smontarne i pregiudizi e a riconoscerne le cosiddette "allucinazioni". Rifiutare l'innovazione a priori significa lasciare gli allievi da soli, senza bussola, di fronte a mezzi che fuori dalle mura scolastiche utilizzeranno comunque.
Il docente resta la vera e unica guida autorevole: solo un insegnante in carne e ossa può trasmettere empatia, etica e metodo di studio.