21/06/2026
«Siamo partiti da una soglia di due milioni per un motivo molto semplice: riguarda meno dell’1 per cento della popolazione». Dario Ballardini, tra i promotori della campagna 1% Equo, mette subito il dito sul punto: la patrimoniale proposta non riguarda il ceto medio, ma le grandi ricchezze. Per i promotori la sfida è togliere la parola patrimoniale dal museo degli spauracchi italiani: chi ha moltissimo può contribuire di più, senza coinvolgere chi vive di stipendio, pensione o risparmi normali. La prima casa resterebbe fuori dal calcolo.
I partiti del centrosinistra cosa vi stanno dicendo?
«Rifondazione è tra i promotori, Possibile ha aderito, con Sinistra Italiana abbiamo già avuto rapporti. Nel Pd e nel Movimento 5 Stelle il tema è sul tavolo. Ci sono aperture e resistenze: Conte si è detto scettico, Appendino invece è favorevole. Noi vogliamo portare tutti a discuterne».
Ma i ricchi non porterebbero i soldi all’estero?
«Gli studi sui Paesi dove esistono imposte simili parlano di spostamenti minimi, tra l’1 e il 2 per cento. Se una persona è residente fiscale in Italia, l’imposta riguarda anche i beni che possiede all’estero. E per chi sposta la residenza si può prevedere una exit tax, come in Norvegia».
Da dove arriva la stima del gettito da 26 miliardi?
«Arriva da un’analisi di Pier Giorgio Ardeni, professore di economia all’Università di Bologna. Lo scenario più prudente considera 215mila contribuenti sopra i due milioni di euro e porta a 26 miliardi. Son soldi.
In Europa esistono già imposte di questo tipo?
«La più simile è quella sp****la, chiamata imposta sulle grandi fortune. In Francia c’è un’imposta sugli immobili e si è discusso della tassa Zucman, il 2 per cento sopra i 100 milioni. Imposte patrimoniali esistono anche in Norvegia, Germania e Svizzera, con aliquote diverse e spesso più basse».
𝑪𝒍𝒂𝒖𝒅𝒊𝒐 𝑪𝒉𝒊𝒔𝒖
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