Potere al Popolo-Palermo e provincia

Potere al Popolo-Palermo e provincia "Democrazia" vuol dire che il potere sta nelle mani del popolo. Oggi non è così, noi non decidiamo!

No al liberticida Disegno di Legge sull’antisemitismo che intende imbavagliare e criminalizzare ogni critica allo stato ...
05/09/2026

No al liberticida Disegno di Legge sull’antisemitismo che intende imbavagliare e criminalizzare ogni critica allo stato di Israele e al sionismo.
Una proposta di Legge che se approvata introdurrebbe nella legislazione italiana la definizione IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance), la quale tende a sovrapporre le critiche alle politiche di Israele con il razzismo antisemita.
Significherebbe tacciare di odio razziale la denuncia delle politiche coloniali, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio del popolo palestinese della pulizia etnica e dell’apartheid.
Il ddl Antisemitismo si propone il paradossale obiettivo di trasformare in legge una definizione come quella dell’IHRA che invece nasce come giuridicamente non vincolante.
Si tratterebbe dunque di una norma che amplierebbe a dismisura il concetto di antisemitismo, snaturandolo e trasformandolo in uno strumento per la repressione del dissenso politico e della documentazione dei crimini commessi dal governo israeliano e per colpire il diritto di critica, incentivando forme di autocensura letali per la nostra democrazia.
Si costruirebbe un quadro giuridico che legittimerebbe misure sempre più repressive verso i movimenti che lottano per l’autodeterminazione del popolo palestinese, verso tutte/i le/gli attiviste/i, militanti, cittadine/i, studentesse e studenti impegnate/i nei movimenti per la Palestina e nelle campagne di boicottaggio come BDS. Oltre che minare la libertà d’espressione, il diritto di critica e la libera informazione.
Il ddl Antisemitismo andrà in discussione il 9 settembre in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, un’occasione per far sentire la nostra voce, per riempire le piazze e le strade del nostro Paese. Riaffermando il diritto a lottare contro il sionismo, contro il genocidio del popolo palestinese e per la sua e nostra libertà.

Palermo Presidio presso l'aeroporto Falcone e Borsellino a fianco della resistenza Palestinese e contro ogni accordo con...
05/09/2026

Palermo
Presidio presso l'aeroporto Falcone e Borsellino a fianco della resistenza Palestinese e contro ogni accordo con lo stato sionista israeliano.
Contro i complici del genocidio del popolo palestinese e libanese

21/08/2026

🔴Come costruire un campo indipendente verso il 2027?
👉Manifestazione nazionale d'autunno, scadenze elettorali e ruolo di Potere al Popolo

📅 Sabato 29 agosto, ore 18:00
📍 Pap Camp – Camping La Giara, Paestum

Nel corso del 2025/2026 abbiamo visto una parte della popolazione italiana riattivarsi, prima nelle piazze del "Blocchiamo tutto" contro il genocidio in Palestina, poi con il grande NO alla riforma del Governo Meloni.

Due momenti di attivazione che, per quanto diversi, hanno dimostrato che una parte significativa del paese è stanca di questo Governo e delle quotidiane trovate fasciste, e forse vuole, più in generale, un cambiamento della politica su temi fondamentali come la guerra, la crisi climatica - che quest'estate ha dimostrato tutta la sua tragica potenza - il lavoro, la casa, lo stato delle nostre città in cui vivere è diventato troppo faticoso. Ma questa aspirazione al cambiamento rischia di restare frustrata, perché l'opposizione "ufficiale" alla destra è un centrosinistra compromesso con gli stessi poteri economici e internazionali di Meloni, che non è in grado di attaccare, di avere un progetto alternativo di società.

Sabato cercheremo quindi di pensare insieme a come dare forza a questo desiderio di cambiamento, a come suscitare - insieme ad altre forze, sindacali, studentesche, sociali - una mobilitazione senza la quale è impossibile produrre nulla di nuovo.

Ma ragioneremo anche su come costruire un campo politico indipendente che possa rappresentare un'alternativa alla destra e al centrosinistra alle importante elezioni che costelleranno il 2027: da quelle dei principali nodi metropolitani, a quelle nazionali.

19/08/2026

Malgrado ad agosto 2026, la RAP Palermo (Risorse Ambiente Palermo) registri importanti notizie finanziarie con un bilancio 2025 chiuso con un utile di 4,85 milioni di euro, sul territorio restano però criticità legate a micro-discariche abusive rese possibili da un piano inadeguato di raccolta e smaltimento.
Nel quartiere Sperone, ad agosto 2026, si sono riscontrate forti criticità legate all'abbandono incontrollato di rifiuti e alla gestione delle discariche abusive sia nelle aree interne che sul litorale, accentuate dal periodo ferragostano.
Le criticità principali si sono riscontrate nella costa Sud e Spiagge che si sono ritrovate invase dai rifiuti. Le mini-isole ecologiche presenti sul litorale sono state impropriamente trasformate in micro-discariche a cielo aperto.
Anche nella zona di Piazza Achille Grandi esiste uno stato di forte degrado, con la presenza costante di rifiuti ingombranti, carcasse di elettrodomestici e la mancanza di interventi di diserbo stradale da parte delle partecipate. Si segnala l'assenza del porta a porta, a differenza di altre zone cittadine, lo Sperone si affida ancora principalmente alla raccolta stradale tramite cassonetti.
Ancora una volta si evidenzia una politica di differenziazione sociale fra le varie zone della citta' e rispetto alle aree più popopolari e periferiche, nella cura e nell'attenzione verso un'importantissina funzione sociale quale quella dello smaltimento dei rifiuti e del diserbo, specie in un periodo di caldo estremo..accentuando il rischio per la salute pubblica .
Anche la gestione della partecipata Rap ed in generale tutta la politica di gestione del territorio rientrano nel grande tema della Questione sociale a Palermo, mostrando, come, anche in questo campo, siano presenti divari e diseguaglianze di trattamento e di attenzione, che le amministrazioni pubbliche, non sanno o non vogliono modificare.

In migliaia ieri, in un tardo e afoso pomeriggio d’estate, abbiamo invaso le strade di Messina dietro la parola d’ordine...
09/08/2026

In migliaia ieri, in un tardo e afoso pomeriggio d’estate, abbiamo invaso le strade di Messina dietro la parola d’ordine “No Ponte”.
Non il rigurgito identitario di un movimento attivo da più di un paio di decenni o una nostalgica rivendicazione dell’esserci comunque, dell’esistere ancora, ma la rinnovata presa di coscienza collettiva che si è giunti a uno snodo decisivo.
A segnare appelli, slogan e parole d’ordine i segnali preoccupanti che vengono da organismi istituzionali: Il Consiglio Europeo che conferma la possibilità del mantenimento dell’attuale appalto alla “Stretto di Messina spa” nonostante l’aumento vertiginoso dei costi di progettazione e di avvio dei lavori, la delibera del Consiglio dei Ministri che consente di scavalcare le norme comunitarie (Direttiva Europea Habitat) sulla Valutazione di Impatto Ambientale per “ragioni imperative di carattere pubblico generale strategico (acronimo IROP) e infine il via libera alla fase della progettazione esecutiva da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (CONSUP).

Tutti atti politico-amministrativi che segnano un salto di qualità significativo nel percorso di avvicinamento alla fase operativa dell’apertura dei cantieri e in sostanza l’avvio per adesso solo formale dei lavori.
Per rispondere a tutto ciò in migliaia da tutta la Sicilia hanno risposto all’appello di convocazione del corteo che poneva al centro della mobilitazione l’obiettivo di accelerare la liquidazione della “Stretto di Messina spa” e liberare quei 14 miliardi di euro ostaggio di un progetto che è storia di sprechi, di risorse sottratte ai veri bisogni delle popolazioni per il tornaconto dei soliti noti, oltre che per la caratteristica strategica dal punto di vista militare che sta assumendo il progetto di Ponte sullo Stretto.
Un progetto che è tessuto connettivo e struttura portante di quel blocco sociale politico e affaristico che sull’interminabile fase di progettazione del ponte già ora costruisce le sue fortune, i suoi profitti, e il suo potere sociale e politico.
IL progetto di Ponte sullo Stretto a nostro avviso è espressione, paradigma e sintesi di un capitalismo predatorio ed estrattivista che non si ferma davanti alla devastazione dei territori.
Un modello economico e sociale fatto di scelte politiche precise orientate da un modello economico e sociale neo-liberale che è fatto di economia di guerra, demolizione dei diritti sociali, devastazione dei territori sperpero di risorse pubbliche, aumento dei divari tra le varie aree del paese
Che distrugge lavoro e saperi ed alimenta profitti per le grandi imprese e le consorterie affaristico-mafiose.
Che trova i miliardi per opere inutili e dannose e nega risorse per la sanità, la scuola, i servizi sociali, il trasporto pubblico, le case popolari.
Le vere opere infrastrutturali di cui ha bisogno il Pese sono gli ospedali, le strutture sanitarie, aule scolastiche decenti, la messa in sicurezza del territorio e tante altri bisogni popolari inevasi dai vari Governi succedutisi alla guida del Paese.
Il “No al Ponte” rappresenta dunque per noi una scelta di fondo e dirimente: o andare verso il baratro della guerra e della devastazione e predazione ambientale dei territori in nome del profitto oppure un nuovo modello di società, di sviluppo reale dei territori, di uso pianificato delle risorse pubbliche per soddisfare i bisogni sociali.
Il nostro impegno ad ogni iniziativa contro il Ponte (cosi come contro la TAV o altre mobilitazioni) è dettato dalla consapevolezza che oggi non è più tempo di complicità, di aggiustamenti, di “meno peggio”.
Dire no a un progetto inutile, costoso, dannoso, pericoloso è per noi ribadire che nessuna transizione ecologica nessuna difesa dei bisogni sociali è possibile se non si cambia la prospettiva generale.
Lo diciamo a questo e ai futuri governi.
O una politica economica e sociale orientata sui diritti e sui bisogni sociali o per noi sarà lotta e conflitto, senza tregua, senza se e senza ma.
Ci attendono, alla luce di quanto richiamato all’inizio, mesi difficili.
Non sappiamo se ce la faremo, ma occorre provarci. O ci prendiamo il nostro futuro o esso ci sarà rubato.

Da ieri a stamattina 16 scosse bradismatiche con epicentro a Pozzuoli hanno causato molti danni.Al momento 22 feriti e p...
01/08/2026

Da ieri a stamattina 16 scosse bradismatiche con epicentro a Pozzuoli hanno causato molti danni.
Al momento 22 feriti e per fortuna nessun morto.
Non si devono contare i morti, come detto lo scorso anno da Cinciliano (capo della Protezione Civile).
La Sicilia risulta essere una delle aree a maggiore pericolosità sismica del Mediterraneo.
Per normativa tutti i comuni si devono dotare di un Piano di Emergenza Comunale, da integrare con studi di Microzonazione Sismica e con Analisi della Condizione Limite per l’Emergenza.
Mentre quasi tutti i comuni dispongono di una mappatura qualitativa preliminare, la maggior parte non hanno avviato analisi quantitative e ingegneristiche degli effetti di sito, ossia le ripercussioni di terremoti sui territori a causa delle caratteristiche geologiche locali.
A peggiorare la situazione si riscontra che più della metà dei comuni siciliani dispongono di piani obsoleti, risultando non aggiornati alle normative attuali.
Come se non bastasse manca un necessario dialogo tra la pianificazione di protezione civile e la pianificazione urbanistica locale, rendendo inefficaci gli studi a vari livelli.
Una responsabilità che risiede tutta nella catena politico-amministrativa e nella gestione frammentaria dei fondi.
Fondi nazionali per la prevenzione del rischio sismico.
Risorse europee regionalizzate.
Finanziamenti straordinari per le aree interne.
Finanziamenti a pioggia.
Bisogna superare la logica dei “silos amministrati” e trattare il territorio come un unico ecosistema in cui il rischio idrogeologico, sismico e ambientale si intrecciano e in cui le risorse e gli studi non vengano divise in compartimenti stagni.

Ahmed Belkihal non è morto per una fatalità, ma per un’architettura del potere che sacrifica i corpi sull'altare del pro...
30/07/2026

Ahmed Belkihal non è morto per una fatalità, ma per un’architettura del potere che sacrifica i corpi sull'altare del profitto. Il bracciante di 61 anni, stroncato da un arresto cardiaco in una serra a Pachino dove la temperatura superava i 50 gradi, è il simbolo di una sicurezza negata dalla realtà materiale, ma sbandierata ferocemente dai media come arma di distrazione di massa.

Una successione di esecutivi che ha sistematicamente preferito la narrazione securitaria della repressione alla protezione reale dei corpi dei lavoratori.

Mentre i palinsesti televisivi e le agende politiche si saturano di politiche securitarie — presentate come l'unica risposta possibile al disordine, indistintamente dalla destra come dal centro sinistra — i dati reali parlano di una strage strutturale: oltre mille morti sul lavoro ogni anno nell'ultimo decennio, con l'agricoltura e l'edilizia ridotte a trincee quotidiane. Questa enfasi sulla repressione agisce come uno "specchietto per le allodole": si costruisce un nemico esterno (il "barbaro", il criminale) per non affrontare la gramigna velenosa del sistema produttivo che uccide per calore, per ritmi insostenibili e per mancanza di prevenzione.

Il paradosso di questo regime securitario emerge chiaramente quando analizziamo i dati degli stessi lavoratori delle forze dell'ordine. Le leggi speciali e la tutela legale costante della divisa vengono vendute come scudo contro la violenza, ma la realtà dei corpi racconta una storia diversa: tra il 2017 e il 2023, nella Polizia di Stato, si sono registrati solo 3 omicidi a fronte di 96 suicidi, 225 morti per tumore e 136 per patologie cardiovascolari. Persino chi è deputato alla "sicurezza" è vittima di un sistema che taglia sulla salute per investire in apparati repressivi.

Non è una scelta neutra, ma un'economia politica ben precisa. Ogni euro dirottato verso l'industria bellica è un euro sottratto alla sanità pubblica, alla scuola e alla prevenzione. La sicurezza vera non nasce dal manganello o da nuove fattispecie di reato, ma dalla cura del "campo coltivato" del welfare: controlli rigorosi nei luoghi di lavoro, sospensione del lavoro con il caldo estremo e presidi sociali che strappino i lavoratori alla marginalità.

Uscire dalla logica dell'emergenza significa rivendicare il diritto a non essere "agnelli da sacrificare", ma soggetti attivi di una società che mette la vita davanti al profitto.

La nostra isola non sta semplicemente "cambiando": sta venendo scientemente lasciata indifesa. Dal 1950 a oggi, la tempe...
29/07/2026

La nostra isola non sta semplicemente "cambiando": sta venendo scientemente lasciata indifesa. Dal 1950 a oggi, la temperatura media è salita di oltre un grado, con un’accelerazione brutale a partire dagli anni ’90 (+0,23°C per decennio). Ma il dato più politico è quello del deficit idrico.
Una "sete invisibile" che condanna l'agricoltura e gli ecosistemi a una fragilità strutturale, per le alte temperature l’acqua evapora molto più velocemente di quanto possa essere assorbita dalla terra.
Questa siccità non è un fenomeno astratto: è il carburante degli incendi. Negli ultimi anni, la Sicilia è diventata un laboratorio a cielo aperto della devastazione. Il 2021 e il 2023 sono gli anni peggiori: oltre 117.000 ettari di vegetazione ridotti in cenere. Per fare un paragone ad oggi quest’anno sono andati in cenere circa 24.000 ettari, di cui più della metà negli ultimi giorni. Ricordiamo la morte di Alessandro Marchi, capo reparto dei vigili del fuoco che ha perso la vita mentre era impegnato in prima linea in uno degli incendi nel nisseno.
Suoli aridi e vegetazione secca diventano esche pronte ad accendersi per l’incuria e la mancata pianificazione da un lato e per il business degli incendi dall’altro. La risposta delle istituzioni resta però confinata all'emergenza quando va bene.

Non esiste giustizia climatica in un mondo che finanzia l'ecocidio bellico. La guerra non è solo morte immediata; è una catastrofe climatica istantanea.
• Il conflitto russo-ucraino ha prodotto 119 milioni di tonnellate di CO2 in un solo anno — quanto l'intero Belgio — e gli incendi bellici hanno già divorato 2 milioni di ettari di foreste.
• A Gaza, l’orrore del genocidio si accompagna alla distruzione totale dell’ambiente: oltre 75.000 morti (stimati quasi 200.000), il 97% delle colture arboree cancellate e 39 milioni di tonnellate di macerie tossiche contaminate da amianto.
• In Libano e Iran, l’uso del fosforo bianco e gli attacchi ai depositi petroliferi scatenano "piogge nere" che avvelenano le falde e i suoli per generazioni.
Se fosse uno stato il settore militare mondiale sarebbe il quarto inquinatore del pianeta (5,5% delle emissioni globali), eppure resta un buco nero nei trattati sul clima.

La sproporzione delle risorse è il vero crimine di questa epoca. Nel 2023, a fronte di 220 miliardi di dollari investiti globalmente per la conservazione della natura, ne sono stati bruciati 2.700 miliardi in spese militari. Il rapporto è di uno a dodici: per ogni passo verso la salvezza, ne facciamo dodici verso l’abisso. Ogni proiettile votato nei parlamenti, oltre alla morte certa di un essere umano, possiamo dire che è una risorsa sottratta alla prevenzione degli incendi in Sicilia, alla riforestazione, alla messa in sicurezza del territorio.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare i responsabili. La crisi climatica non è colpa di un "uomo" generico, ma di governi e partiti che, a destra come nelle "sinistre progressiste", scelgono di opporsi ad un vero cambiamento e di non opporsi alla logica della guerra. Chi vota per l’invio di armi non sta solo alimentando massacri e genocidi; sta legittimando l’immissione di milioni di tonnellate di gas serra e la distruzione di ecosistemi vitali.
Non si può piangere per i boschi siciliani se si approvano i bilanci che finanziano le bombe che incendiano le querce del Libano o gli ulivi in Palestina. Questa doppia morale è il veleno che impedisce ogni reale transizione ecologica. Chi siede nelle aule del potere ed evita di mettere in discussione la militarizzazione delle relazioni internazionali è complice dell'ecocidio globale.

La protezione della Sicilia, così come la vita degli esseri umani, inizia con l’autonomia strategica dalle logiche imperialiste e guerrafondaie.
La riconversione immediata dei fondi bellici in piani di adattamento climatico deve imporsi come scelta strategica e prioritaria, perché non c’è tempo per le mezze misure o per il "greenwashing" di chi finanzia l'industria della morte.
Proteggere ogni singolo comune della nostra isola significa lottare per la pace e per una distribuzione delle risorse che metta la vita — e non il profitto delle lobby delle armi — al centro del mondo.

26/07/2026
26/07/2026

🔴LE ÉLITES CHIEDONO IMPUNITÀ PER SÉ STESSE E MANETTE PER I SUBALTERNI

Un articolo di Giuliano Granato per I blog del Fatto Quotidiano

È in corso una “rivolta delle élite”. Pare però che nessuno se ne sia accorto.

Il 1 luglio alcuni dei principali quotidiani nazionali (La Repubblica e Il Sole 24 Ore) pubblicano a tutta pagina un appello a pagamento dal titolo “La responsabilità penale è personale”. Il primo firmatario è Pietro Salini, patron del colosso delle costruzioni WeBuild, lo stesso che ha in mano la costruzione del Ponte sullo Stretto. Seguono firme trasversali a destra e sinistra: da Guido Crosetto a Luciano Violante, da Renato Brunetta a Paola Severino. E quelle di tanti imprenditori: Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, a Francesco Borgomeo (per info sul suo conto citofonare agli operai ex GKN).

L’appello di “Salini & friends” mette nero su bianco che la responsabilità penale “non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse”. Arrivando all’indomani della condanna definitiva dell’ex Amministratore Delegato di FS, Mauro Moretti, per la strage di Viareggio, suona un po’ – ma solo leggermente eh! – come una critica a quella magistratura che parrebbe aver osato condannare Moretti per la carica rivestita e non per responsabilità personale. Salini & friends chiudono con un invito: “che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio […]: la responsabilità penale è personale”.

Perché ribadire l’ovvio? Perché pagare profumatamente un inserto a tutta pagina sui quotidiani nazionali per riaffermare ciò che è già contenuto nella Costituzione? Perché le élite stanno mandando un segnale. Chiamatelo avvertimento se vi va. Avanzano la pretesa dell’immunità. Non parlamentare, ma generale. Ci dicono cioè che per loro non può valere la giustizia che vale per noi comuni mortali. Riaffermano il principio orwelliano secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

I comandamenti che valgono per le nostre élite non sono quelli che abbiamo studiato al catechismo. Non vale, ad esempio, il “non uccidere”. Il 7 maggio 2011, l’assemblea degli industriali erompe in applausi all’indirizzo dell’ad della Thyssen Krupp, Herald Espenhanh; lo stesso Epenhanh che era stato da poco condannato a 16 anni e mezzo di galera per omicidio volontario plurimo per il rogo che il 6 dicembre 2007 aveva ammazzato sette operai: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola.

Il 30 giugno 2026, a soli due giorni dalla pubblicazione dell’“appello delle élite per l’immunità”, Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, elegge il suo nuovo presidente. La scelta ricade – all’unanimità – su Alessandro Banzato. Chi è? Ansa ci informa dettagliatamente sul curriculum dell’amministratore delegato di Acciaierie Venete; curiosamente però dimentica di informare su un piccolo incidente di percorso: il sig. Banzato è stato condannato in primo grado dal tribunale di Padova a due anni e sei mesi per omicidio colposo per la morte di due operai (Marian Bratu e Sergio Todita) il 28 febbraio 2018 proprio nelle sue Acciaierie Venete. Inutile dire che tra le élite nessuno ha sollevato nemmeno un sopracciglio di fronte a quest’elezione all’unanimità.

Fresco di nomina è anche un altro manager che ha qualche conto aperto con la giustizia. Alla guida di Ferrovie dello Stato, infatti, il ministro Salvini ha scelto Gianpiero Strisciuglio. Quando si è diffusa la notizia di questa possibilità, “bell’esempio che dà lo Stato” ha esclamato Lidia Orastella. La signora Orastella è la madre di Giuseppe Aversa, uno dei cinque operai della Sigifer morti nella strage di Brandizzo del 30 agosto 2023 e per la quale è indagato Strisciuglio.

Infine, fresco di condanna e non di nomina, è Giovanni Castellucci, ex ad di Aspi (Autostrade per l’Italia), concessionaria di tratte autostradali: a dodici anni per il crollo del Ponte Morandi di Genova il 14 agosto 2018. Sulla condanna molto si è scritto. Ma ce n’è un’altra, precedente, di cui invece si parla sempre troppo poco. Castellucci era stato già condannato, in appello, per la strage del viadotto di Acqualonga. Il 28 luglio 2013 tra Baiano e Monteforte Irpino (AV) un bus sfonda il guardrail e precipita per 30 metri. Il bilancio è quello di una strage: 40 morti e 8 feriti.

I giudici hanno accertato che il pullman era vecchio e con revisioni farlocche. Ma hanno aggiunto un altro elemento: il guardrail era corroso dalla ruggine. Chi doveva occuparsi della manutenzione del guard rail? La stessa Aspi che avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza del Ponte Morandi. Quel ponte che invece, come scrive il Corriere della Sera, “era malato perché non erano state fatte le necessarie manutenzioni e i dovuti controlli. Obiettivo: massimizzare i profitti e quindi i dividendi degli azionisti”. La stessa tesi sostenuta dal procuratore Cantelmo che seguì l’inchiesta per la strage di Acqualonga: “politiche dei profitti a scapito della manutenzione”.

Chi ha incassato profitti e dividendi? La famiglia Benetton, che nella concessione delle autostrade per anni ha trovato la gallina dalle uova d’oro. E che non si vide nemmeno comminare la revoca delle concessioni perché, come ha affermato l’ex Ministro grillino Toninelli, “non ci fu coraggio”.

Con la loro “rivolta”, le élite rivendicano il diritto a perseguire il profitto senza che qualcuno possa metter loro i bastoni tra le ruote. Le élite chiedono un adeguamento definitivo del sistema ai loro desideri. E in fondo non chiedono niente di troppo diverso da quanto enunciò Giorgia Meloni il giorno dell’insediamento del suo governo: “non disturbare chi vuole fare”. Una filosofia propria di un intero blocco di potere, di destra o sinistra che si professino gli interpreti.

Alla rivolta delle élite dovremmo contrapporre una rivolta popolare, diretta contro il blocco di potere dominante e la sua logica di fondo. Una rivolta, però, non si evoca per ottenere un titolo di giornale. Si organizza. Con determinazione e pazienza. Chi ci sta, batta un colpo.

Indirizzo

Via Giovanni Paisiello, 9
Palermo
90100

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