24/07/2026
La gestione della marginalità e del disagio nel contesto italiano sta attraversando un momento di profonda trasformazione, segnato da una deriva che vede la progressiva sostituzione delle reti di cura e del welfare con un apparato improntato alla sicurezza coercitiva. Tale mutamento emerge chiaramente osservando il divario statistico tra le necessità della popolazione e le risorse effettivamente messe in campo, con una risposta normativa che tende a privilegiare la forza e la medicalizzazione a discapito dell'inclusione sociale.
Dati istituzionali indicano una frattura allarmante: mentre studi europei e italiani stimano che 1 italiano su 6 soffra di disturbi mentali, i servizi pubblici riescono a intercettarne solo l'1,7% della popolazione, ovvero 845.516 persone. Questo significa che ben nove individui su dieci rimangono esclusi dal sistema di cura, finendo spesso per essere gestiti in contesti di emergenza dalle forze dell'ordine. Questa situazione è alimentata da un sottofinanziamento cronico, poiché l'Italia destina alla salute mentale solo il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, ignorando la raccomandazione europea che suggerisce il 10%. La spesa media pro capite per l'assistenza territoriale si attesta su appena 75,2 euro, con alcune regioni che scendono fino al minimo di 37,7 euro. Parallelamente, si assiste a un'erosione del personale: a fronte di uno standard di legge di 67 operatori ogni 100.000 abitanti, la realtà è ferma a 58,2 da dieci anni. La mancanza di percorsi riabilitativi ha portato a un incremento del 66% delle persone, che hanno superato i 45 anni, trattate esclusivamente con farmaci antipsicotici, segnale di una medicalizzazione forzata.
Un esempio emblematico di questo modello gestionale è l'uccisione di Abderrahim Fakir, avvenuta il 19 luglio 2026 al Pilastro di Bologna. L'uomo, di circa 42/43 anni, è morto per arresto cardiaco durante un intervento di polizia mentre si trovava in stato di agitazione. Nonostante la presenza dei soccorritori del 118, è stato utilizzato spray urticante ed è stato applicato un blocco prono a terra con due agenti sopra la schiena e le gambe (nel 2014 l’arma dei carabinieri vietò con circolare le “immobilizzazioni protratte” subito dopo la morte di Riccardo Magherini). Sebbene non avesse una diagnosi psichiatrica accertata, Fakir rientra in quel pattern di casi, come quelli di Aldrovandi, Magherini o Lombardo, in cui la marginalità o l'alterazione vengono affrontate con la forza anziché con la cura. Dopo il decesso, è scattata una narrazione colpevolizzante: i sindacati di polizia hanno diffuso un curriculum criminale della vittima, attribuendogli erroneamente reati commessi da un'altra persona, Abderrahim Mansouri. In questo clima, la politica sostiene lo "scudo penale" previsto dal Decreto Sicurezza 2026, che garantisce rimborsi legali fino a 10.000 euro per grado di giudizio agli agenti e pone ostacoli procedurali alle indagini.
Il caso della Sicilia evidenzia come il solo finanziamento non sia sufficiente in assenza di una visione di welfare. Pur essendo la regione con il più alto investimento pro capite in salute mentale (98,5 euro), registra una dotazione di personale tra le più basse (52,7 operatori) e un tasso di TSO che arriva a 2,0 ogni 10.000 abitanti, quasi il doppio della media nazionale. A Palermo, in un contesto di povertà strutturale e occupazione ferma al 48,4%, la fragilità delle reti sociali fa sì che le crisi individuali vengano sistematicamente delegate alla polizia. Tutto ciò accade mentre le priorità di spesa dello Stato divergono: la spesa militare italiana è aumentata in un anno da 32,7 a 45,3 miliardi di euro (+38,5%), perseguendo l'obiettivo del 2% del PIL, a dimostrazione del fatto che gli investimenti in armamenti sono considerati più vincolanti della tutela dei vulnerabili.
Esaminando il problema in modo sistemico, non è più possibile derubricare questi episodi a errori isolati di singole "mele marce". La ripetitività di tali eventi in numerose città (Ferrara, Trieste, Firenze, Torino, Messina, Bologna) e il coinvolgimento di diversi corpi suggeriscono una questione strutturale legata alla natura stessa delle forze dell'ordine, percepite più come custodi dell'ordine economico e sociale che come protettori delle persone fragili. Questa istituzione è permeata da una cultura autoritaria che si manifesta in brutalità, profilazione razziale e un'omertà diffusa, che ostacola l'accertamento della verità tramite silenzi e depistaggi, come dimostrato dai tredici anni necessari per il caso Cucchi. Infine, l'assenza di trasparenza è confermata dal rifiuto dell'Italia di introdurre i codici identificativi per gli agenti, uno strumento che permetterebbe di distinguere le responsabilità individuali da un pattern operativo ormai consolidato.
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