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SORGENTE-RIZZICONI E LA RAPINA DELL’ENERGIA: LA SICILIA PRODUCE, IL NORD CONSUMA E I SICILIANI PAGANO IL CONTOLa narrazi...
02/09/2026

SORGENTE-RIZZICONI E LA RAPINA DELL’ENERGIA: LA SICILIA PRODUCE, IL NORD CONSUMA E I SICILIANI PAGANO IL CONTO

La narrazione ufficiale lo definisce un «ponte energetico strategico», un trionfo ingegneristico per l'integrazione della rete elettrica nazionale. La realtà dei fatti racconta ben altro: l’elettrodotto sottomarino Sorgente-Rizziconi è l’ennesimo snodo di un sistema coloniale che trasforma la Sicilia nell’hub energetico a basso costo per il tessuto industriale del Centro-Nord, lasciando all'Isola solo servitù di passaggio, suolo consumato e bollette salatissime.

UN'OPERA PAGATA ANCHE DAI SICILIANI PER ALIMENTARE ALTRI MERCATI

I costi di realizzazione dell'infrastruttura) centinaia di milioni di euro) sono stati interamente scaricati sulle bollette elettriche attraverso gli oneri di sistema e le componenti tariffarie di rete fissate da ARERA. I cittadini e le imprese siciliane, pur vivendo nella regione che ospita una quota massiccia della produzione da fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico) dell'intero Paese, hanno contribuito a finanziare un’opera che ha come scopo primario il drenaggio sistematico del surplus energetico verso il Continente.

Non si tratta di solidarietà infrastrutturale, ma di un trasferimento unidirezionale di ricchezza:
Produzione verde a km zero, ma prezzi da mercato penalizzante: L'energia generata dal sole e dal vento siciliano viene convogliata oltre lo Stretto per abbattere i costi delle grandi fabbriche del Nord, mentre i residenti siciliani continuano a pagare tariffe allineate o persino svantaggiate rispetto alla media nazionale.

L’espropriazione del territorio: Migliaia di ettari di terreno agricolo e paesaggistico vengono vincolati o sacrificati per parchi rinnovabili e stazioni di trasformazione, senza che sul territorio rimanga alcun gettito reale, royalty energetica o reale sconto in bolletta per le comunità locali.

LO SCHEMA COLONIALE DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA

La Sicilia produce più energia di quanta ne consumi, eppure non gode di alcuna autonomia tariffaria né di compensazioni strutturali. L’elettrodotto Sorgente-Rizziconi garantisce la sicurezza della rete nazionale ed evita i blocchi di produzione che danneggerebbero i grandi operatori, ma cristallizza la condizione della Sicilia come mera fornitrice di materie prime ed energia primaria.

Mentre al Nord si programmano sgravi e agevolazioni per la competitività industriale, alle imprese e alle famiglie siciliane restano:

1. L'impatto ambientale e paesaggistico delle mega-infrastrutture.

2. L'assenza di un piano industriale regionale basato sul vantaggio comparativo dell'energia a basso costo.

3. Il paradosso di esportare ricchezza pulita e continuare a subire il depauperamento economico del territorio.

LA POSIZIONE DELL'MSA: FERMARE IL DRENAGGIO DELLE RISORSE SICILIANE

Non è più tollerabile che le risorse naturali della Sicilia vengano trattate come un bene da espropriare senza contropartita economica diretta. È necessario rivendicare:

Tariffa energetica regionale differenziata:

L'energia prodotta in Sicilia da fonti rinnovabili deve tradursi in un abbattimento immediato del costo per i residenti e per le imprese locali.

Ristori e fiscalità energetica locale:

Gli utili generati dal transito e dalla vendita dell'energia siciliana devono essere tassati e reinvestiti integralmente sul territorio regionale, a beneficio delle infrastrutture e dei servizi essenziali dell'Isola.

Stop al consumo passivo di suolo:

Nessuna nuova concessione o ampliamento di rete deve avvenire senza un piano vincolante di ricadute economiche dirette per i Comuni e i cittadini siciliani.

IL MARE DEL NORD DICE NO: LA LEZIONE ISLANDESE CHE FA TREMARE I PALAZZI UEBastava osservare l'andamento iniziale dello s...
01/09/2026

IL MARE DEL NORD DICE NO: LA LEZIONE ISLANDESE CHE FA TREMARE I PALAZZI UE

Bastava osservare l'andamento iniziale dello spoglio per intuire il consueto copione: i quartieri centrali di Reykjavík avevano apparecchiato l'ennesimo trionfo dell'integrazione comunitaria, con l'avvio formale dei nuovi colloqui per l'adesione a Bruxelles dato ormai per scontato.

Poi, puntuale, è arrivata la realtà dei territori.
Non appena le urne delle comunità costiere, dei fiordi e delle zone rurali hanno iniziato a riversare le proprie schede, l'illusione metropolitana è andata in frantumi. I lavoratori del mare, gli agricoltori e la popolazione legata all'economia reale hanno ribaltato il verdetto:

il fronte contrario all'avvicinamento all'Unione ha messo la freccia con 76.339 voti (50,1%) contro i 75.904 (49,9%) del blocco favorevole.
Il margine è stretto, ma il dato politico è già scolpito: la capitale ha esaurito i propri voti, mentre i seggi ancora da completare appartengono proprio alle roccaforti storicamente più gelose della propria indipendenza e delle proprie risorse marittime.

Secondo le stesse proiezioni dell'emittente pubblica RÚV, la tendenza appare difficilmente invertibile.

Qui emerge un termine di paragone che per noi siciliani deve rappresentare un autentico scossone di coscienza. L'Islanda conta appena 396 mila abitanti: numericamente equivale a poco più di una singola provincia siciliana, a stento la popolazione dell'area metropolitana di Catania. Eppure, questa piccola comunità insulare possiede e difende con fermezza la piena sovranità sul proprio mare, sulle proprie risorse e sul proprio destino politico. Al contrario, una nazione da 5 milioni di siciliani rimane incatenata a decisioni e vincoli decisi altrove, priva della voce e del potere decisionale che persino una manciata di fiordi nell'Atlantico sa imporre ai tavoli internazionali.

Il riflesso pavloviano dei grandi media e degli apparati continentali resta il solito copione:
Se l'elettorato asseconda l'agenda eurocentrica, si celebra la «maturità democratica»;

Se le comunità locali difendono la propria terra e le proprie acque, scatta all'istante la caccia al colpevole: cyber-infiltrazioni, presunta propaganda estera, campagne occulte sui social o l'immancabile "regia di Mosca" che avrebbe convinto le marinerie del Nord Atlantico a tutelare le proprie quote di pesca.
Il dato più clamoroso risiede nella natura stessa della consultazione: non si votava un addio traumatico, ma la semplice riapertura di un tavolo negoziale preliminare.

Eppure, la risposta di chi vive e produce lontano dai palazzi burocratici è stata perentoria.

Quando la periferia produttiva sceglie di non cedere il controllo del proprio futuro, la narrativa dell'allineamento automatico crolla. In attesa dei dati definitivi, l'Islanda ha dimostrato al mondo intero, e in particolare a popoli come quello siciliano, che il peso politico non si misura soltanto nei numeri, ma nella consapevolezza della propria identità e nella volontà indomita di non farsi commissariare da nessuno.

SAC, PRIVATIZZAZIONE E TRASPARENZA: GLI AEROPORTI SICILIANI NON SONO MERCE DA SVENDEREIl Movimento Siciliano d’Azione ch...
01/09/2026

SAC, PRIVATIZZAZIONE E TRASPARENZA: GLI AEROPORTI SICILIANI NON SONO MERCE DA SVENDERE

Il Movimento Siciliano d’Azione chiede chiarezza sulla privatizzazione della SAC e sulle contraddizioni emerse nelle audizioni parlamentari

La vicenda della privatizzazione della SAC, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, non può essere considerata una semplice operazione finanziaria.

Qui è in gioco un’infrastruttura strategica per la Sicilia, fondamentale per la mobilità dei cittadini, per il turismo, per l’economia e per lo sviluppo del nostro territorio.

Per questo riteniamo indispensabile che ogni passaggio della procedura sia accompagnato dalla massima trasparenza istituzionale.

Le recenti audizioni parlamentari hanno fatto emergere una questione che non può essere ignorata.

Da una parte, la presidente della SAC Anna Maria Rita Quattrone avrebbe dichiarato davanti a una Commissione parlamentare che i componenti del Consiglio di amministrazione erano stati adeguatamente informati e che la documentazione richiesta era stata messa a disposizione.

Dall’altra, la consigliera Francesca Garigliano avrebbe riferito, davanti alla Commissione dell’Assemblea Regionale Siciliana, di avere richiesto tramite PEC documentazione relativa agli advisor e agli studi sulla privatizzazione, ricevendo una risposta negativa.

Non spetta certamente al Movimento Siciliano d’Azione stabilire chi abbia ragione.

Spetta però alle istituzioni accertare i fatti.

E per farlo non servono comunicati stampa, dichiarazioni politiche o rassicurazioni generiche. Servono PEC, protocolli, date, documenti e riscontri ufficiali.

UNA DOMANDA POLITICA: PERCHÉ VENDERE IL CONTROLLO?

C’è poi una questione ancora più importante.

La SAC viene descritta dai suoi stessi vertici come una società sana, redditizia e strategica, con milioni di passeggeri e risultati economici significativi.

Se questa rappresentazione corrisponde alla realtà, la domanda è inevitabile:

perché una società pubblica strategica dovrebbe cedere la maggioranza del proprio capitale a soggetti privati?

Se la risposta è la necessità di finanziare nuovi investimenti, allora bisogna spiegare ai siciliani perché la cessione del controllo sia l’unica soluzione possibile.

Prima di vendere la maggioranza di una società strategica occorre verificare tutte le alternative: aumenti di capitale pubblico, finanziamenti, strumenti finanziari, fondi europei, partenariati e, eventualmente, ingresso di capitali privati senza perdere il controllo pubblico.

Non si può chiedere alla Sicilia di accettare una privatizzazione sulla base del semplice principio secondo cui “servono soldi”.

Bisogna dimostrare perché non esistano altre strade.

GLI AEROPORTI SONO UN BENE STRATEGICO DELLA SICILIA

La questione è molto più semplice: chi deve avere il controllo delle infrastrutture strategiche siciliane?

Un aeroporto non è una normale azienda.

Da esso dipendono collegamenti, turismo, commercio, investimenti, occupazione e capacità della Sicilia di essere realmente connessa con il resto del Mediterraneo e dell’Europa.

Cedere il controllo significa quindi compiere una scelta che produrrà conseguenze per decenni.

E proprio per questo quella scelta deve essere assunta nell’interesse pubblico, non semplicemente nell’interesse dell’operazione finanziaria del momento.

LA SICILIA NON PUÒ ESSERE SOLTANTO IL MERCATO DI QUALCUN ALTRO

Per decenni la Sicilia ha assistito alla gestione delle proprie infrastrutture attraverso decisioni spesso prese lontano dagli interessi reali delle comunità siciliane.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: trasporti insufficienti, collegamenti costosi, infrastrutture incomplete e una condizione di insularità che continua a rappresentare un enorme svantaggio economico e sociale.

Gli aeroporti rappresentano uno dei pochi strumenti attraverso i quali la Sicilia può costruire una propria centralità nel Mediterraneo.

Per questo l’MSA ritiene che il controllo pubblico degli aeroporti debba essere difeso e rafforzato, garantendo allo stesso tempo efficienza, investimenti e gestione manageriale.

Non siamo contrari agli investimenti privati.

Siamo contrari alla possibilità che l’interesse privato diventi proprietario del controllo di infrastrutture che appartengono strategicamente alla collettività siciliana.

L’MSA CHIEDE TRASPARENZA

Il Movimento Siciliano d’Azione chiede pertanto:

* la pubblicazione integrale degli studi e delle valutazioni degli advisor sulla privatizzazione;
* la piena ricostruzione della documentazione richiesta dai componenti del CdA;
* la verifica delle PEC, delle risposte e dei protocolli relativi alle richieste di accesso agli atti;
* la valutazione pubblica di tutte le alternative alla cessione della maggioranza;
* un confronto trasparente con l’Assemblea Regionale Siciliana e con i cittadini siciliani;
* la garanzia che qualsiasi decisione futura sia assunta salvaguardando l’interesse pubblico e strategico della Sicilia.

Perché una cosa deve essere chiara.

Gli aeroporti di Catania e Comiso non sono semplicemente due società da mettere sul mercato.

Sono porte della Sicilia verso il mondo.

E le porte di una terra possono essere aperte agli investimenti, alla crescita e alla modernizzazione.

Ma il diritto di decidere chi possiede le chiavi non può essere considerato un dettaglio.

MOVIMENTO SICILIANO D’AZIONE

La Sicilia non è un bancomat.
La Sicilia non è una merce.
Le sue infrastrutture strategiche devono rimanere al servizio dei siciliani.

Prima di vendere, si spieghi.
Prima di decidere, si informi.
Prima di cedere il controllo, si dimostri che non esiste un’alternativa.

La trasparenza non è un favore concesso ai cittadini.

È un dovere verso la Sicilia.
Un dovere verso i Siciliani.

MONDELLO AVVELENATA, PALAZZO DELLE AQUILE TACE E POI CHIUDE: ORA BASTA PRENDERE IN GIRO I SICILIANI!La farsa è finita. A...
01/09/2026

MONDELLO AVVELENATA, PALAZZO DELLE AQUILE TACE E POI CHIUDE: ORA BASTA PRENDERE IN GIRO I SICILIANI!

La farsa è finita. Alla fine, l’amara realtà ha travolto le chiacchiere da salotto e i comunicati rassicuranti: il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, ha dovuto firmare l’ordinanza di divieto temporaneo di balneazione per due tratti di mare a Mondello, proprio a ridosso dell’ex stabilimento Charleston (50 metri a est e 50 metri a ovest della struttura). L’ASP 6 ha parlato chiaro con i prelievi del 26 agosto: enterococchi intestinali oltre i limiti di legge.

Come Movimento Siciliano d’Azione, diciamo le cose senza peli sulla lingua: non è una questione di cento metri di litorale transennati, è la fotografia impietosa del fallimento di un intero sistema di gestione del nostro territorio. Per settimane abbiamo assistito al solito teatrino della politica politicante: segnalazioni ignorate, denunce archiviate con sufficienza, guerre di carte bollate e rassicurazioni di facciata per non disturbare la stagione balneare e i soliti potentati. La salute dei palermitani e dei siciliani, invece, è stata trattata come l’ultimo dei problemi.

LA CRONOLOGIA DELLA VERGOGNA: DAL "TUTTO A POSTO" AL DIVIETO

I fatti parlano e inchiodano i responsabili alle loro contraddizioni:

Il 14 agosto, l’assessore Fabrizio Ferrandelli rassicurava la cittadinanza sbandierando i dati del 12 agosto: "Valori nella norma, nessun pericolo, controlli regolari". Una narrazione idilliaca per blindare Ferragosto.

Il 27 agosto, appena tredici giorni dopo, arriva l'ordinanza numero 149 che sbarra l’accesso al mare per inquinamento batterico.

Nel medesimo rapporto dell'ASP emergono sforamenti pesanti anche di Escherichia coli allo sbocco "Ferro di Cavallo-Locamare" (area già storicamente interdetta). È evidente che il problema degli scarichi non è un'invenzione mediatica, ma una piaga strutturale mai risolta da decenni di amministrazioni passive.

BASTA GUERRA TRA FAZIONI: VOGLIAMO I FATTI

La vicenda era esplosa a seguito degli esposti del deputato Ismaele La Vardera e dei consiglieri comunali di opposizione su un presunto scarico sotto la struttura balneare, cui la società di gestione Italo Belga aveva risposto parlando di allarmismo e danni all'impresa.

Il Movimento Siciliano d’Azione non fa il tifo per nessuno:

Non ci interessano le medaglie elettorali di chi usa l'ambiente per fare passerella;
Non accettiamo la difesa d'ufficio di chi gestisce concessioni pubbliche e minimizza le criticità;

Non tolleriamo le giustificazioni del Comune, che ora manda AMAP e Vigili Urbani a fare controlli che andavano eseguiti mesi fa, spacciando il dovere minimo per "tempestività".

I dati scientifici e le analisi di laboratorio non sono opinioni politiche: i batteri fecali nelle nostre acque denunciano una rete fognaria colabrodo, scarichi anomali non tracciati e una totale assenza di prevenzione.

LE PRETESE DEL MOVIMENTO SICILIANO D'AZIONE: CHIAREZZA SUBITO!

I siciliani non si accontentano di due cartelli dell'AMAT piantati sulla sabbia. Pretendiamo risposte immediate, nero su bianco:
Pubblicazione integrale dei valori numerici rilevati dall'ASP nei campioni del 26 agosto;
Mappatura completa e ispezione pubblica di tutte le condotte sotto e attorno all'ex Charleston;

Calendario immediato dei nuovi prelievi per verificare lo stato dell'acqua;

Identificazione certa e sanzione immediata per qualsiasi scarico abusivo o malfunzionamento della rete fognaria.
Mondello è un patrimonio naturale che appartiene ai palermitani e a tutto il popolo siciliano, non un palcoscenico per giochi di potere o una rendita privata. Esigiamo trasparenza totale: finché non ci sarà la bonifica e la verità definitiva, continueremo a vigilare senza fare sconti a nessuno.

L’ISOLA DEL BINARIO MORTO: PERCHÉ IL COLLEGAMENTO CATANIA-COMISO È UNA QUESTIONE DI DIGNITÀ NAZIONALE SICILIANAVedere lo...
01/09/2026

L’ISOLA DEL BINARIO MORTO: PERCHÉ IL COLLEGAMENTO CATANIA-COMISO È UNA QUESTIONE DI DIGNITÀ NAZIONALE SICILIANA

Vedere lo svolgimento all’Etna Forum di Ragalna significa trovarsi al cospetto di una contraddizione che toglie il fiato: da una parte l’eccellenza delle menti, delle imprese e del tessuto produttivo della Sicilia orientale; dall’altra il vuoto pneumatico delle infrastrutture che lo Stato italiano continua a negare a questa terra.
Non si tratta di avanzare l'ennesima rivendicazione di campanile, ma di denunciare una realtà inaccettabile: il raddoppio e l'ammodernamento ferroviario tra l’aeroporto di Catania Fontanarossa e l’aeroporto di Comiso non è un’opera accessoria, è la linea di demarcazione tra una terra viva e una colonia condannata all'isolamento.

LA FARSA DEI 70 CHILOMETRI: CRONACA DI UN DIVARIO PIANIFICATO

Poco più di settanta chilometri separano i due scali del polo aeroportuale orientale. In qualsiasi regione dell’Europa continentale — o in quella pianura padana dove le linee ad alta capacità drenano miliardi con cadenza automatica, questa distanza si coprirebbe in trenta minuti di ferrovia.

In Sicilia no. In Sicilia il tragitto si traduce in un calvario: un tracciato a binario unico, fermo concettualmente all'Ottocento, mozzato all'altezza di Caltagirone e abbandonato all'incuria. Due aeroporti strategici, distanti pochi chilometri in linea d'aria, non comunicano.

Quando lo scalo di Fontanarossa va in tilt per un'emergenza, il sistema crolla per l'incapacità strutturale di dirottare passeggeri, merci e turisti verso Comiso in tempi civili.

Le figuracce internazionali di questi anni, con migliaia di viaggiatori abbandonati nei terminal o costretti a traversate estenuanti sotto il sole d'agosto, non sono frutto del caso. Sono la conseguenza diretta di una scelta politica ben precisa: considerare la Sicilia un mero mercato di consumo e una riserva turistica usa-e-getta, mai un sistema logistico integrato.

LO STRAZIO DI UN’ECONOMIA AL GUINZAGLIO

Siamo stanchi di ascoltare la retorica del "grande turismo siciliano" pronunciata da chi non garantisce nemmeno la mobilità basilare.
Mentre il Nord Italia viene cucito da reti ad alta velocità, snodi intermodali e corridoi merci all'avanguardia finanziati dalle tasse di tutti i cittadini, il Sud viene condannato a vivere in un museo a cielo aperto del sottosviluppo. Questa disparità non è una fatalità geografica: è il frutto di decenni di spesa pubblica asimmetrica, di classi dirigenti locali prone agli ordini di Roma e di una subalternità che viene spacciata per normalità.

Non è tollerabile che una delle aree a più alta vocazione produttiva e turistica del Mediterraneo debba elemosinare binari, mentre altrove si progettano quadruplicamenti di linea per limare cinque minuti di percorrenza.

LA PROPOSTA: RADDOPPIO E INTERCONNESSIONE RAPIDA

L’integrazione reale tra Catania e Comiso non si ottiene con le navette su gomma o con toppe d’emergenza. Serve una scelta di rottura:

Il finanziamento immediato e vincolato del raddoppio della tratta ferroviaria Catania–Comiso.

Tempi di percorrenza non superiori ai 30-35 minuti, rendendo Comiso a tutti gli effetti la seconda pista operativa e integrata dell'hub etneo.

L’interconnessione diretta dei due scali alla rete regionale, sottraendo il sud-est dell'Isola all'isolamento cronico.

OLTRE LA RASSEGNAZIONE

La pazienza del popolo siciliano è esaurita. Accettare che i nostri collegamenti restino fermi all'epoca borbonica significa accettare l'idea che un cittadino o un imprenditore siciliano valga strutturalmente meno di uno lombardo o veneto.

Il collegamento rapido Catania-Comiso è una battaglia di riscatto economico e di dignità politica. La Sicilia non può più farsi umiliare dall'incuria dello Stato centrale e dall'inerzia dei suoi esecutori locali. O si pretendono le risorse per competere ad armi pari, o si dichiara apertamente che questo territorio è stato abbandonato al suo destino. Noi non intendiamo fare un solo passo indietro.

LA RIVOLTA DEI PICCONI: QUANDO LA SICILIA DISSE «NO» AL CENTRALISMO TOTALITARIO𝘐𝘭 28 𝘢𝘨𝘰𝘴𝘵𝘰 1926 𝘢 𝘓𝘪𝘱𝘢𝘳𝘪: 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢...
31/08/2026

LA RIVOLTA DEI PICCONI: QUANDO LA SICILIA DISSE «NO» AL CENTRALISMO TOTALITARIO

𝘐𝘭 28 𝘢𝘨𝘰𝘴𝘵𝘰 1926 𝘢 𝘓𝘪𝘱𝘢𝘳𝘪: 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘭𝘰𝘯𝘪𝘢 𝘱𝘦𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘭’𝘢𝘳𝘣𝘪𝘵𝘳𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘢.

Per secoli, lo sguardo del potere centralista sulle isole siciliane è stato improntato a un cinico paradigma geografico: l'insularità come barriera naturale, il mare come muraglia gratuita a costo zero, la terra di Sicilia come comoda discarica umana e penale per conto delle cancellerie continentali. Dalla dominazione borbonica alla stagione
post-unitaria del 1863 — quando lo Stato sabaudo trasformò la Sicilia in terra di relegazione per coatti e dissidenti — le comunità insulari sono state condannate a subire decreti calati dall'alto, del tutto estranei alle proprie vocazioni economiche, civili e spirituali.

L’IMPOSIZIONE DI ROMA E L’ORGOGLIO INSULARE

Nell'agosto del 1926, mentre il regime fascista consolidava l'architettura dello Stato totalitario e azzerava ogni margine di autonomia locale, giunse dal centro ministeriale romano l'ordine perentorio di restaurare e ampliare a dismisura la colonia di relegazione comune a Lipari. Il disegno governativo prevedeva lo sventramento e la requisizione del tessuto urbano storico dell'isola: camerate nel Castello, padiglioni prospicienti la Cattedrale, presidi presso la chiesa delle Grazie e la sottrazione persino dei locali destinati all'ospedale civico.

Era il trionfo della violenza centralista: Roma decideva e la Sicilia doveva ubbidire. Senza alcuna consultazione del popolo liparese, senza alcun riguardo per la dignità del borgo, l'isola veniva condannata per editto governativo al marchio indelebile di "terra di galera", con la conseguente devastazione del commercio marittimo, della sicurezza cittadina e di ogni prospettiva di riscatto economico autonomo.

IL POPOLO IN ARMI: LE DONNE IN PRIMA LINEA E I RINTOCCHI A MARTELLO

La risposta della comunità eoliana rappresentò uno dei momenti più alti e puri di autodifesa territoriale della storia contemporanea siciliana. Di fronte all'arrivo del funzionario di Pubblica Sicurezza inviato dalla capitale per sovrintendere ai cantieri coatti, si saldò un fronte interclassista e identitario indistruttibile: contadini, pescatori, artigiani, professionisti, ex amministratori e clero locale si unirono sotto un'unica bandiera di dignità.

«𝘕𝘰𝘯 𝘧𝘶 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘶𝘱𝘱𝘭𝘪𝘤𝘢, 𝘯é 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘵𝘦𝘳𝘪𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘳𝘦𝘭𝘢 𝘣𝘶𝘳𝘰𝘤𝘳𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢: 𝘧𝘶 𝘭’𝘢𝘧𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘦𝘥𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘢𝘭𝘪𝘦𝘯𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵à 𝘴𝘰𝘷𝘳𝘢𝘯𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘯𝘢𝘵𝘪𝘢.»

Furono le donne liparesi a porsi con coraggio all'avanguardia del corteo, sfidando frontalmente il dispositivo di polizia. Quando i rintocchi delle campane suonarono a stormo richiamando le braccia dalle campagne e dai porti, il cordone repressivo dello Stato si sgretolò. Dalle suppliche si passò all'azione diretta: armati di picconi, zappe, vanghe e badili, gli isolani fecero irruzione nel Castello e per sette ore ininterrotte rasero al suolo le strutture destinate alla reclusione, demolendo fisicamente il cantiere della sottomissione.

«𝘙𝘰𝘮𝘢 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘦: 𝘚𝘪 𝘧𝘢. 𝘓𝘢 𝘚𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘦: 𝘊𝘤à 𝘯𝘰.»

DALL’ARBITRIO COATTO ALLA SOLIDARIETÀ UMANA

La reazione sanzionatoria del regime non si fece attendere: navi da guerra, sbarchi militari, occupazione del paese e deportazioni notturne di diciotto patrioti locali verso il carcere di Milazzo. Eppure, la fermezza della popolazione costrinse il Ministero ad abbandonare definitivamente il piano originario di concentramento della criminalità comune.
La successiva destinazione di Lipari a colonia di confino politico per figure del calibro di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti svelò la reale nobiltà d'animo del popolo siciliano. I liparesi non rigettavano l'essere umano né la sofferenza degli esuli, ma rifiutavano categoricamente l'imposizione coloniale di chi pretendeva di disporre del loro suolo senza rispetto né consenso. Con i confinati politici nacque una rete organica di solidarietà, cultura condivisa e mutuo soccorso civile, mentre la brutalità restava circoscritta all'apparato repressivo d'occupazione.

L’INSEGNAMENTO POLITICO PER LA SICILIA DI OGGI

A distanza di un secolo da quella giornata campale, la "Rivolta dei Picconi" del 28 agosto 1926 non è mera memoria d'archivio: è una lezione dottrinaria e politica viva per l'intero popolo siciliano. Essa testimonia che quando la coscienza civica e l'identità comunitaria superano le divisioni faziose, nessun potere centralista, per quanto autoritario e pervasivo, può calpestare la sacralità della terra siciliana.

Riaffermare la memoria di Lipari significa ricordare che la Sicilia non è periferia d'oltremare per le decisioni altrui, ma terra fiera custode del proprio destino.

BENZINA SOCIALE: LA PROPOSTA DEL MOVIMENTO SICILIANO D'AZIONE CONTRO IL CARO-CARBURANTI.Mentre sulle autostrade italiane...
31/08/2026

BENZINA SOCIALE: LA PROPOSTA DEL MOVIMENTO SICILIANO D'AZIONE CONTRO IL CARO-CARBURANTI.

Mentre sulle autostrade italiane il diesel tocca cifre da rapina a mano armata sfiorando i tre euro al litro, c'è chi dimostra con i fatti che subire passivamente il cartello dei prezzi e l’avidità fiscale non è una condanna inevitabile.
In Abruzzo, a Valle Castellana, il sindaco Camillo D’Angelo e la sua giunta hanno approvato un piano economico-finanziario per la gestione pubblica e comunale di un impianto di distribuzione di carburanti. Il risultato? Prezzi alla p***a stracciati: circa 1,43 euro più IVA per la benzina e 1,53 euro più IVA per il gasolio. Una scelta concreta di autodifesa popolare contro l'usura legalizzata.

Da questa segnalazione, lanciamo una provocazione chiara che per il Movimento Siciliano d’Azione diventa una proposta politica e una priorità di battaglia: la creazione della "P***a di Benzina Sociale" nei Comuni siciliani.

La Sicilia è il paradosso perfetto del colonialismo economico:

raffiniamo sul nostro territorio gran parte del fabbisogno nazionale di carburanti, pagando il prezzo devastante dell'inquinamento industriale e delle mancate bonifiche, per poi trovarci alla p***a con i prezzi più alti d'Italia, mentre le accise e il gettito fiscale prendono il volo verso i ministeri romani.

I sindaci siciliani smettano di fare i passacarte delle segreterie di partito e prendano esempio da questa iniziativa.

Pompe di distribuzione comunali:

I sindaci lungimiranti rompano il monopolio delle multinazionali aprendo impianti a gestione pubblica, azzerando i margini di profitto speculativo per calmierare il mercato locale.

Tutela delle famiglie e delle imprese:

Offrire carburante a prezzo di costo significa difendere il potere d'acquisto dei lavoratori, calmierare i costi di trasporto delle merci e consentire a chi vive nei paesi interni di spostarsi senza spendere metà dello stipendio in rifornimento.

Rivendicazione dello Statuto Speciale:

La battaglia sui prezzi alla p***a è la leva per pretendere l'applicazione immediata degli articoli 36 e 37 dello Statuto, trattenendo in Sicilia le imposte di fabbricazione e le accise sui prodotti petroliferi lavorati nelle nostre raffinerie.

Se un piccolo comune abruzzese ha trovato gli strumenti amministrativi per spezzare il ricatto sui prezzi, la Sicilia, terra di raffinerie e di risorse calpestate, non ha più scuse.

Il Movimento Siciliano d'Azione chiama a raccolta cittadini, artigiani e amministratori: trasformiamo la benzina sociale in un banco di prova per misurare chi ha il coraggio di difendere la propria gente e chi preferisce continuare a fare il servo muto del sistema.

EDITORIALELA SICILIA PUÒ REGGERSI DA SOLA? I NUMERI, LE RISORSE E IL CONTO CHE LO STATO DEVE ALL’ISOLAUna delle domande ...
31/08/2026

EDITORIALE

LA SICILIA PUÒ REGGERSI DA SOLA? I NUMERI, LE RISORSE E IL CONTO CHE LO STATO DEVE ALL’ISOLA

Una delle domande più frequenti, spesso alimentata da decenni di retorica centralista, è se la Sicilia abbia le risorse, le capacità produttive e la solidità economica per sostenersi autonomamente senza i presunti “aiuti” dello Stato italiano.

La risposta non risiede in tesi ideologiche, ma nei dati di bilancio, nelle leggi vigenti mai applicate e nel peso specifico che l’Isola esercita nei settori chiave dell’economia reale.

1. ENERGIA, RAFFINAZIONE E GAS: LA SICILIA È UN ESPORTATORE NETTO DI RICCHEZZA

Il settore energetico è la prova più evidente della sovranità economica potenziale dell’Isola:
Raffinazione e idrocarburi: La Sicilia ospita il polo petrolchimico e di raffinazione tra i più rilevanti d’Europa (Augusta-Priolo, Milazzo, Gela). Raffina oltre un terzo del fabbisogno nazionale di carburanti.

Gas ed estrazione: Dai giacimenti offshore e onshore (come quelli iblei e del Canale di Sicilia) fino ai punti di approdo dei grandi gasdotti internazionali (Transmed da Mazara del Vallo), l’Isola è il principale snodo strategico di approvvigionamento per l’intera pen*sola.

Elettricità ed energie rinnovabili: Con la produzione termoelettrica tradizionale unita al massiccio apporto di fotovoltaico ed eolico, la Sicilia produce un surplus strutturale di energia elettrica che viene immesso nella rete nazionale ed esportato verso il continente.

IL PARADOSSO ECONOMICO:

I costi ambientali, sanitari e territoriali rimangono in Sicilia, mentre la quasi totalità dell’imposta sui redditi delle società (IRES) e dell’IVA derivante dalla vendita finale dei prodotti raffinati viene versata altrove, poiché i grandi colossi multinazionali e parastatali mantengono la sede legale fuori dall’Isola.

2. LO STATUTO SPECIALE E GLI ATTI NON APPLICATI: ARTT. 36 E 37

La questione delle “risorse” non è legata a una mancanza di gettito, ma a una sistematica violazione costituzionale:

Articolo 36 (Finanze proprie): Lo Statuto di Autonomia (R.D.Lgs. 455/1946, recepito nella Legge Costituzionale n. 2/1948) stabilisce che tutte le entrate tributarie riscosse nell'Isola spettano alla Regione, eccetto le imposte di produzione e i monopoli.

Articolo 37 (Tributi delle imprese con stabilimenti in Sicilia): Prevede che le società con sede legale fuori dalla Sicilia, ma con stabilimenti e impianti produttivi sull’Isola, versino le imposte maturate in loco direttamente alla Regione Siciliana.
L’inapplicazione cronica o la parziale sterilizzazione dell’Art. 37 sottrae annualmente al bilancio siciliano miliardi di euro generati da raffinerie, banche, catene della grande distribuzione e telecomunicazioni. Se la Sicilia incassasse integralmente quanto prodotto sul proprio territorio, il saldo di bilancio sarebbe ampiamente attivo.

3. ECONOMIA REALE: AGRICOLTURA, PMI E LAVORATORI AUTONOMI

L'economia siciliana non è fatta di soli stipendi pubblici, ma poggia su un tessuto diffuso di micro, piccole e medie imprese, professionisti e coltivatori:

Agroalimentare d'eccellenza: La Sicilia è ai vertici europei per superficie coltivata a biologico, produzione agrumicola, vitivinicola, orticola e cerealicola. Un settore primario che genera valore aggiunto nonostante l'assenza di infrastrutture logistiche adeguate e la concorrenza sleale consentita dai mercati esteri.

Tessuto autonomo e terziario: Il numero di partite IVA, commercianti, artigiani e operatori turistici costituisce l’ossatura economica reale dell’Isola, spesso gravata da una tassazione nazionale standardizzata che non tiene conto dei costi insulari di trasporto e di produzione.

4. IL MITO DELLA "SICILIA ASSISTITA" VS IL "DRENAGGIO FISCALE E UMANO"

L’idea che l’Isola viva di sussidi statali crolla di fronte a tre fattori macroeconomici:

1. Drenaggio di capitali bancari: I depositi e i risparmi dei cittadini siciliani raccolti dagli istituti di credito vengono in gran parte impiegati per finanziare imprese e progetti nel Centro-Nord, impoverendo il circuito del credito locale.

2. Costi dell’insularità e deficit infrastrutturale: La mancata continuità territoriale, il gap ferroviario e l'assenza di reti logistiche moderne sottraggono al PIL siciliano diversi punti percentuali ogni anno.

3. Esportazione di capitale umano: La formazione universitaria e scolastica di decine di migliaia di giovani qualificati costa alla Sicilia miliardi di euro all’anno; un capitale umano che poi genera PIL, tasse e previdenza nelle regioni del Nord o all’estero, senza alcun ristoro economico per la terra d’origine.

CONCLUSIONE: L’AUTONOMIA ECONOMICA NON È UN’UTOPIA, È UNA QUESTIONE DI CONTI

La Sicilia possiede autosufficienza energetica, una posizione geografica baricentrica per il commercio euromediterraneo, materie prime, comparto agroalimentare di primo livello e una forza lavoro che già oggi genera ricchezza.
La condizione per reggersi autonomamente e prosperare non è l'attesa di trasferimenti da Roma, ma l'esatto contrario: trattenere il 100% delle imposte prodotte sul suolo siciliano, riscuotere quanto stabilito dallo Statuto e convertire il valore delle proprie risorse energetiche e strategiche in abbattimento dei costi per imprese e famiglie siciliane.

Indirizzo

Piazza Del Parlamento, 1
Palermo
90134

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