Partito Comunista dei Lavoratori - Palermo

Partito Comunista dei Lavoratori - Palermo Sezione di Palermo del Partito Comunista dei Lavoratori.

🚩 𝗥𝗘𝗩𝗢𝗟𝗨𝗧𝗜𝗢𝗡𝗔𝗥𝗬 𝗖𝗔𝗠𝗣 𝟮𝟬𝟮𝟲 ✊🏼Dal 3 al 6 settembre, sugli Appennini marchigiani, un momento di formazione, dibattito e agg...
30/05/2026

🚩 𝗥𝗘𝗩𝗢𝗟𝗨𝗧𝗜𝗢𝗡𝗔𝗥𝗬 𝗖𝗔𝗠𝗣 𝟮𝟬𝟮𝟲 ✊🏼

Dal 3 al 6 settembre, sugli Appennini marchigiani, un momento di formazione, dibattito e aggregazione per tuttə le compagne e i compagni che guardano al marxismo rivoluzionario!

Ulteriori informazioni nei prossimi giorni ✊🏼

Ti aspettiamo!

Adesso a Palermo, corteo contro l'ennesimo atto di pirateria dei terroristi sionisti in acque internazionali verso la Gl...
18/05/2026

Adesso a Palermo, corteo contro l'ennesimo atto di pirateria dei terroristi sionisti in acque internazionali verso la Global Sumud Flottilla. Verso chi stava portando viveri e paramedici sulle coste di Gaza.
È necessario riprendere le lotte di Ottobre 2025 in solidarietà con la resistenza del popolo palestinese.
Il secondo appuntamento sarà quello dello sciopero generale indetto dai sindacati di base del 29 Maggio, dove bisogna portare la parola d'ordine di bloccare tutto, per la caduta del governo Meloni che fino ad oggi ha coperto le nefandezze dello stato sionista.
Bisogna tenere sempre alta l'attenzione sulla lotta di liberazione palestinese e sul genocidio che continua ad oggi.
Per uno sciopero generale e generalizzato!
Per una Palestina libera, laica e socialista!
Per una federazione socialista del Medio Oriente!
Per il governo dei lavoratori!

02/05/2026
02/05/2026

Israele ha intercettato la Flotilla in acque europee e ha sequestrato gli attivisti, che successivamente sono stati in gran parte liberati e maltrattati in Grecia, paese che stanno già lasciando. Nonostante tutto, non sono riusciti a piegarli e la lotta continua: immediatamente per la libertà dei ...

01/05/2026

| Nuestros compañeros Cele Fierro y Raúl Laguna están libres, al igual que la mayoría de los activistas que fueron secuestrados. Exijamos la liberación de Thiago Ávila y Saif Abukeshek!

Por una Palestina libre, del río al mar!

30/04/2026

⛵️GSF, GRAVISSIMA AGGRESSIONE ISRAELIANA NELLE COSTE EUROPEE.

IMMEDIATA LIBERTÀ PER GLI ATTIVISTI SEQUESTRATI! ✊🏼

Nella tarda serata del 29 aprile, la Global Sumud Flotilla ha subito una grave aggressione mentre navigava in acque internazionali, al largo della costa meridionale della Grecia. Le comunicazioni con diverse imbarcazioni sono state interrotte; motoscafi militari le hanno circondate, puntando contro di esse armi e laser, e sono state intercettate dalle forze israeliane. Tra queste imbarcazioni c’è anche quella su cui navigano i nostri compagni Cele Fierro e Raúl Lagunas, con i quali non abbiamo alcuna comunicazione.

Si tratta di un sequestro di civili senza precedenti, in pieno Mediterraneo, vicino a Creta, a più di 600 miglia da Gaza, ben lontano anche dai limiti arbitrari imposti da Israele sulle coste di Gaza. È un’azione di totale impunità in acque europee, di fronte alla quale l’UE dovrebbe reagire con fermezza e non rendersi complice.

I membri dell’equipaggio di diverse imbarcazioni sono stati illegalmente sequestrati. È necessario denunciare immediatamente questi fatti, esigendo dai governi che garantiscano la libertà e la sicurezza di questi compagni, di cui non si hanno notizie, nonché la protezione della Flotilla e dei suoi membri dell’equipaggio, oltre a fare chiarezza su quanto accaduto.

La mobilitazione e le azioni in difesa della Flotilla non possono essere rimandate nemmeno di un minuto, finché tutti gli attivisti membri dell’equipaggio non saranno restituiti sani e salvi.

27/04/2026

🔴 27 aprile 1937. Moriva Antonio Gramsci

Non possiamo che ricordarlo con le parole di Pietro Tresso “Blasco”, tra i primi dirigenti del Partito Comunista d’Italia ad opporsi alla stalinizzazione del partito imposta dalla nuova dirigenza togliattiana e tra i fondatori della Quarta Internazionale, che verrà giustiziato a sangue freddo, in Francia, da sicari di Stalin tra il 26 ed il 27 ottobre del 1943.

Buona lettura!

"Dopo undici anni di prigione, Antonio Gramsci è morto per un’apoplessia in una clinica di Roma dove, da due anni, la bestia le repressione fascista era costretta a trasferirlo per evitare che l’uomo più amato dal proletariato d’Italia morisse nel fondo della sua cella.

Antonio Gramsci era arrivato al socialismo negli anni immediatamente precedenti la guerra del 1914, quando, giovane studente figlio di poveri contadini, dalla nativa Sardegna era arrivato a Torino per continuare gli studi. E nella capitale del Piemonte, a contatto con il proletariato industriale più concentrato e più sperimentato d’Italia, fece i suoi primi passi sul cammino della rivoluzione.

Anche se d’aspetto molto trascurato e con un fisico sofferente, provocava subito un’enorme impressione in quanti lo incontravano. Mussolini che nel 1914, prima del suo rinnegamento, era stato chiamato a Torino dagli studenti socialisti si ricordava proprio di lui quando, otto anni dopo, scrisse che il Partito comunista era diretto da un piccolo gobbo, straordinariamente intelligente e scaltro...

La tormenta del 1914 e l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 trovarono Gramsci, ancora ignorato, ancora sconosciuto, al suo posto di combattimento. Non si piegò per nulla. Le dicerie secondo cui egli avrebbe avuto delle esitazioni, o addirittura delle simpatie per il movimento “interventista”, sono solo insinuazioni abilmente diffuse da certi “discepoli” del l’ultima ora che vogliono giustificare la loro diserzione e la loro viltà.

Nel 1917, nell’anno più duro della guerra, nel momento in cui la reazione si accaniva spietatamente contro i rivoluzionari, mentre Ercoli (attuale segretario dell’Internazionale comunista) rinnegava il partito in nome della “Magna Anglia”, Gramsci continua il suo modesto lavoro, assicura il servizio di corrispondenza per l’organo centrale del partito, l’“Avanti!”, e assicura i collegamenti con i compagni rimasti a Torino o che ritornano dalla zona di guerra. Gramsci stesso mi ha assicurato, nel 1922, che non era mai stato interventista.

Ma è solo nel 1919 che Gramsci rivela tutte le sue qualità di polemista, di mente e di cuore della classe operaia e più in particolare, del proletariato industriale del Piemonte. Nel 1919 il proletariato italiano è in piena effervescenza rivoluzionaria. Gli arretramenti successivi della borghesia avvicinano, agli occhi della classe operaia e delle masse lavoratrici, la possibilità della vittoria definitiva, del trionfo della rivoluzione. Le notizie che arrivano dalla Russia sulle vittorie e il consolidamento del potere sovietico, caricano d’entusiasmo le masse. L’emblema della falce e del martello copre i muri delle città e dei paesi da una parte all’altra d’Italia. I nomi di Lenin e Trotsky sono acclamati come incitamento alla lotta da milioni di operai, di soldati, di piccoli contadini. Il Partito socialista, che si rafforza di giorno in giorno, si rivela assolutamente impotente a coordinare il movimento delle masse, a organizzare la rivoluzione. Anche gli elementi più coscienti e decisi avanzano con passo incerto.

Emergono due nomi: Bordiga e Gramsci.

Bordiga, conosciuto dai giovani già prima della guerra, e che meglio di Gramsci conosceva gli uomini del Partito socialista e il partito stesso, fonda a Napoli il settimanale “Il soviet” e organizza in tutta Italia la sua frazione (che più tardi sarà chiamata “frazione degli astensionisti” perché sostenne l’astensione alle elezioni parlamentari). La lotta di Bordiga è la lotta per la scissione dai riformisti e dai centristi; la lotta per la costruzione di un partito rivoluzionario. Da più di un anno si batte da solo per questo scopo. Gramsci non vede ancora questa necessità. Dall’esperienza fresca della rivoluzione d’Ottobre e delle rivoluzioni in altri paesi ricava soprattutto il fenomeno della crescita e dello sviluppo dei “consigli di fabbrica”. Vede in questi consigli la forma, scaturita dalla storia, dell’autogoverno delle masse lavoratrici, le cellule viventi dell’“Ordine Nuovo”.

“L’Ordine Nuovo” sarà quindi il titolo del settimanale che fonda a Torino e di cui prende la direzione. Tutta l’autentica personalità di Gramsci, la sua originalità, la sua grandezza si trovano in questo giornale. Per due anni, in articoli dallo stile molto personale, ma che riflettono tutto il tormento e tutto lo sforzo creativo dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato torinese, Gramsci dà fondo ai tesori della sua intelligenza, della sua cultura e della sua passione rivoluzionaria, per dare impulso ai consigli di fabbrica, per dimostrarne il valore distruttivo dell’ordine capitalista e la loro necessità, in quanto cellule costitutive dell’“Ordine Nuovo”, per l’ordine socialista e comunista. Gli operai avanzati delle grandi fabbriche di Torino, i membri delle “commissioni interne” si stringono intorno a lui. I burocrati sindacali lo accusano di minare l’autorità e le funzioni dei sindacati, ma lui risponde guadagnando alla sua linea la maggioranza sindacale e trasformando così i sindacati in potenti sostegni dei consigli di fabbrica anziché essere loro avversari.

La disfatta subita nel settembre 1920 dal proletariato italiano, in seguito all’abbandono delle fabbriche occupate, segnerà anche la fine del movimento dei consigli di fabbrica, a cui Gramsci ha dedicato il meglio della sua vita. “L’Ordine Nuovo” si trasforma da settimanale a quotidiano, ma sarà ormai un’altra cosa rispetto a quello che aveva fondato Gramsci.

I filistei e i burocrati, quelli che oggi cercano di sfruttare Gramsci a vantaggio del tradimento e della truffa staliniana, già ci presentano un Gramsci truccato, irriconoscibile agli occhi di coloro che lo hanno conosciuto e a lui stesso, se fosse ancora vivo. Noi invece possiamo dire che anche Gramsci, malgrado le sue notevoli qualità, si è sbagliato, e su problemi importanti. E possiamo aggiungere che ne era pienamente cosciente e che non aveva timore a dirlo. La prova è che per tanti anni si è rifiutato a raccogliere in un volume i suoi scritti. Alla fine si è deciso a farlo, e aveva cominciato a scrivere una prefazione (aveva già riempito circa cento foglietti con la sua piccolissima ma chiara calligrafia) in cui criticava se stesso con quell’onestà intellettuale che lo caratterizzava. Questo progetto è stato spezzato dal suo arresto, avvenuto all’epoca delle leggi eccezionali, e ora dalla sua morte.

Non sappiamo quale sia stata l’evoluzione di Gramsci durante gli undici anni di prigione, ma possiamo affermare questo: tutta l’attività di Gramsci, tutta la sua concezione dello sviluppo del partito e del movimento operaio si oppongono in modo totale allo stalinismo, alle sue infamie politiche, alle sue spudorate falsificazioni. Una delle ultime azioni politiche di Gramsci, prima del suo arresto, nel 1926, è stata il fare approvare dall’Ufficio politico del partito italiano una lettera indirizzata all’Up del partito russo in cui gli si chiedeva di mantenersi, nei confronti del compagno Trotsky, nei limiti di una discussione fra compagni e di non adottare metodi che potessero falsare í problemi in discussione e impedire al partito e all’Internazionale di pronunciarsi con piena cognizione di causa. Questa lettera fu approvata anche da Grieco (Garlandi), Camilla Ravera e Mauro Scoccimarro. Ma la lettera fu inviata su un “binario morto” attraverso Ercoli [Togliatti] che, essendo a Mosca e avendo sondato i destinatari, credette bene tenersela in tasca.

Possiamo affermare anche che, almeno dal 1931 e fino al 1935, la rottura morale e politica di Gramsci con il partito stalinizzato era completa. Come prova sarebbe sufficiente il fatto che durante questi anni la stampa aveva messo in sordina la campagna per la liberazione di Gramsci, ma c’è anche il fatto che Gramsci era stato ufficialmente destituito come “capo” del partito e che al suo posto era stato collocato quel clown buono per tutti gli usi che risponde al nome di Ercoli!

I compagni usciti di prigione ci hanno comunicato anche che, due anni fa, Gramsci era stato espulso dal partito, espulsione che la direzione aveva deciso di tener nascosta almeno fino a quando Gramsci avesse potuto parlare liberamente. E ciò per poter sfruttare la personalità di Gramsci a proprio fine. In ogni caso i burocrati staliniani si sono dati da fare per seppellire Gramsci politicamente, prima che il regime mussoliniano non vi riuscisse fisicamente.

Gramsci è morto, ma per il proletariato, per le giovani generazioni che arrivano alla rivoluzione attraverso l’inferno fascista, resterà sempre colui che, durante gli ultimi vent’anni, meglio di ogni altro ha incarnato le sofferenze, le aspirazioni e la volontà degli operai e dei contadini poveri d’Italia. Resterà un esempio di dirittura morale e di onestà intellettuale assolutamente inconcepibile per la congrega dei leccapiatti staliniani la cui parola d’ordine è “arrangiarsi”.

Gramsci è morto, ma dopo aver assistito alla decomposizione e alla morte del partito che egli aveva potentemente aiutato a costruire, e dopo aver sentito nelle sue orecchie i colpi di pi***la caricati da Stalin che hanno abbattuto tutta una generazione di vecchi bolscevichi. Gramsci è morto, ma dopo aver saputo che altri vecchi bolscevichi, come Bucharin, Rikov e Rakovski erano già pronti per il macello. Gramsci è morto per un colpo al cuore, forse non sapremo mal che cosa ha contribuito di più ad ucciderlo: se gli undici anni di sofferenza nelle prigioni mussoliniane o i colpi di pi***la che Stalin ha fatto ti**re nella nuca di Zinoviev, di Kamenev, di Smirnov, di Piatakov e dei loro compagni nei sotterranei della Ghepeù.

Addio Gramsci."

(“La Lutte Ouvrière”, giornale dei trotskisti francesi, nel n. 44 del 14 maggio 1937)

25 aprile a Palermo, a seguire il testo del volantino che abbiamo distribuito:Per una rossa primavera che vada questa vo...
25/04/2026

25 aprile a Palermo, a seguire il testo del volantino che abbiamo distribuito:

Per una rossa primavera che vada questa volta sino in fondo 🚩

👉 https://pclavoratori.it/per-una-rossa-primavera-che-vada-questa-volta-sino-in-fondo/

🔴 Cacciare il governo Meloni per un’alternativa anticapitalista.
No al campo largo coi partiti borghesi, per un campo unito della classe operaia.
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

Il 25 aprile 1945 la Resistenza coronò la liberazione dell’Italia dalle truppe di occupazione naziste e dal fascismo. Ma le migliori aspirazioni partigiane furono tradite. Il grosso delle forze partigiane, la classe operaia che le sosteneva, si erano battute per “una rossa primavera”: per liquidare assieme al fascismo la classe capitalista che per vent’anni aveva foraggiato il regime. Ma la burocrazia staliniana dell’URSS aveva concordato con gli imperialismi “democratici” alleati una soluzione opposta: l’Italia liberata doveva restare sotto il controllo capitalista. Il gruppo dirigente del PCI subordinò pertanto la Resistenza all’unità coi partiti borghesi. I governi di unità nazionale tra De Gasperi e Togliatti si incaricarono di disarmare i partigiani, di amnistiare gli aguzzini fascisti, di riportare i capitalisti alla guida delle fabbriche, di ricostruire l’apparato repressivo dello Stato, di preservare il Concordato mussoliniano tra Chiesa e Stato. La Costituzione pattuita fra PCI e DC sigillò tale soluzione. Non fu figlia della Resistenza ma del suo tradimento. Fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, come confessò Piero Calamandrei.

🟥 OGNI VOLTA IL MENO PEGGIO HA PREPARATO IL PEGGIO

La stessa dinamica, in forme e contesti diversi, è stata riproposta ogni volta lungo l’intero dopoguerra dai gruppi dirigenti della sinistra. Ogni grande movimento di massa, ogni lotta contro la destra reazionaria, è stata subordinata al compromesso con la borghesia. Col risultato oltretutto di spianare ogni volta la via al ritorno delle destre peggiori. Il “meno peggio” ha sempre preparato il peggio. A danno dei lavoratori e delle giovani generazioni.

Oggi un esecutivo a guida postfascista governa l’Italia. Decenni di compromissioni delle sinistre politiche (dal compromesso storico ai governi Prodi) e di subordinazione sindacale agli interessi d’impresa hanno finito col liberare la via al governo più reazionario della storia repubblicana: un governo che persegue disegni bonapartisti, vara leggi liberticide, attacca diritti sindacali, esalta il militarismo patriottico della Nazione. Un governo che grazie alla legge elettorale varata dal PD (governo Gentiloni) consente oggi a una destra che ha avuto il 44% dei voti di disporre del 59% dei parlamentari. Altro che “governo del popolo”! Cacciare questo governo è un compito prioritario di tutte le sinistre politiche e sindacali. Ma per quale via, e nel nome di quale prospettiva?

🟥 CACCIARE MELONI CON UNA MOBILITAZIONE STRAORDINARIA

Dopo quattro anni il governo Meloni ha subito un colpo con la sconfitta referendaria. I suoi progetti istituzionali sono azzerati, la sua immagine pubblica è lesionata, il suo spazio di manovra è amputato dalla crisi energetica e dai costi della guerra in Medio Oriente, le sue relazioni con Trump e col genocida Netanyahu sono esposte alla crisi di rigetto della maggioranza dell’opinione pubblica. Bene. Significa che il governo è più debole.

Ma allora è tanto più necessaria e urgente una mobilitazione di massa, unitaria e radicale, che punti a cacciarlo. Una mobilitazione che recuperi le energie del grande movimento pro Palestina di settembre e ottobre, di quella giovane generazione che invase le piazze e le strade di tutta Italia, che paralizzò grazie ai rapporti di forza i decreti sicurezza del governo, che aprì la strada alla sua sconfitta referendaria. È l’ora di preparare uno sciopero generale vero, convocato unitariamente, senza settarismi, dalla CGIL e dai sindacati di base; uno sciopero sostenuto unitariamente, senza defezioni, da tutte le sinistre politiche, associative, di movimento. Uno sciopero convocato su una piattaforma unificante di vera svolta che rompa con le politiche di trent’anni. Che rivendichi ad esempio il ripristino della scala mobile, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Ma anche la soppressione delle leggi liberticide, l’abbattimento delle spese militari e la rottura di ogni relazione con lo Stato coloniale sionista. Uno sciopero, insomma, fatto non per partecipare ma per vincere. È l’unica via che possa unire. L’unica che possa disgregare il blocco sociale reazionario su cui il governo si appoggia.

🟥 NESSUNA SUBORDINAZIONE AL “CAMPO LARGO” COI PARTITI BORGHESI

Il “campo largo” del centrosinistra liberalborghese (esteso persino al confindustrial-sionista Matteo Renzi) va in direzione opposta. La stessa rivendicazione elementare delle dimissioni del governo dopo la sconfitta referendaria è stata rimossa, per non scontentare Confindustria che chiede governabilità e stabilità. Tutto si riduce all’attesa delle elezioni politiche del 2027, e alla guerra fra Schlein e Conte per la guida della coalizione. Quanto al famoso programma comune, si tratterà dell’ennesima retorica dei “valori democratici” per mascherare la conservazione dell’ordine borghese e delle sue invalicabili colonne d’Ercole: difesa della NATO e dell’unione degli imperialismi europei (UE), aumento delle spese militari nel nome della difesa europea, pagamento regolare del debito pubblico a banche e compagnie di assicurazione, riverniciatura della vecchia truffa “due popoli e due stati” sulla Palestina, e naturalmente collaborazione tra le classi sul piano sociale nell’”interesse nazionale”. È la vecchia logica dell’alternanza: un cambio di governo della borghesia italiana. L’ennesimo cambio di spalla del fucile.

Le direzioni del movimento operaio e della sinistra si subordinano ancora una volta all’alternanza. Come nel 1996. Come nel 2006. Alleanza Verdi Sinistra è da tempo componente organica e disciplinata del campo largo. Il Partito della Rifondazione Comunista si aggiunge al campo largo come ultima ruota del carro. La burocrazia CGIL copre tutti con la propria passività subalterna. Ai salariati e ai giovani si riserva come sempre il ruolo di sgabello di una soluzione estranea alle loro ragioni.

🟥 PER UNA SINISTRA CHE NON TRADISCE

C’è bisogno di costruire un’altra direzione del movimento operaio e sindacale. Un’altra sinistra. Una sinistra che in opposizione al campo largo coi partiti borghesi si batta per un campo unito della classe operaia. Una sinistra capace di portare in ogni lotta quella consapevolezza che oggi manca: la necessità di farla finita col capitalismo. La necessità di battersi per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa. La necessità di contrapporsi ad ogni imperialismo vecchio e nuovo al fianco di tutti i popoli oppressi e delle loro resistenze, nella prospettiva di una rivoluzione socialista internazionale.

È la sinistra che è impegnato a costruire il PCL, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. ⚒

Partito Comunista dei Lavoratori 🚩

25 APRILEOre 9.00Piazza CrociIl 25 aprile, in occasione dell’81esimo Anniversario della Liberazione Antifascista, scendi...
24/04/2026

25 APRILE
Ore 9.00
Piazza Croci

Il 25 aprile, in occasione dell’81esimo Anniversario della Liberazione Antifascista, scendiamo in piazza!

Oggi, più che mai, è necessario riaffermare che il 25 aprile NON e' una ricorrenza, non è solo memoria storica, ma ci richiama al dovere di contestualizzare le eroiche azioni delle partigiane e dei partigiani di allora, collegandoci ai gravissimi eventi globali in atto, per attualizzare il nostro Antifascismo.

In questa fase storica caratterizzata dal genocidio in Palestina trasmesso in diretta sui canali social, da un rinvigorirsi delle guerre imperialiste dal Libano al Venezuela, da Cuba all'Iran, l'impegno antifascista si traduce nelle manifestazioni di solidarietà alla resistenza dei popoli oppressi, contro il genocidio in corso del popolo palestinese e il sionismo, ma non solo!
La lotta antifascista è la lotta di chi sciopera per migliorare le proprie condizioni di lavoro, di chi si mobilita contro la violenza di genere e vuole cambiare questa società abilista, chi lotta per la chiusura dei CPR, contro le politiche razziste e xenofobe del governo.
In un momento in cui il dissenso diventa qualcosa da disciplinare e isolare, in cui i territori sono sempre più militarizzati e la spesa pubblica viene sempre più destinata al riarmo a discapito di scuola, sanità e servizi, costruire reti e momenti di partecipazione dal basso, portare in piazza le nostre rivendicazioni e riprenderci le strade è azione antifascista!

Ci vediamo il 25 Aprile per attraversare insieme questa giornata di lotta e riaffermare collettivamente che antifascismo non puo' che essere oggi sinonimo di antimperialismo, di anticolonialismo e quindi di anticapitalismo: di lotta contro la censura e la repressione, sostegno attivo alla resistenza di tutti i popoli oppressi! Di lotta costante e di rottura con il modello di società capitalista!

18/04/2026

🟥 Operazione Disastro Epico. Le conseguenze economiche della guerra all’Iran

➡️ https://pclavoratori.it/operazione-disastro-epico-le-conseguenze-economiche-della-guerra-alliran/

📢 L’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran, nome in codice «Epic Fury», minaccia, tra le altre cose, di avere gravi conseguenze su ampi settori dell’economia globale. A quanto pare, Trump e la leadership statunitense avevano ipotizzato che l’iniziale “attacco di decapitazione” (decapitation strike) avrebbe rapidamente rovesciato il regime in Iran. Invece la guerra si sta trascinando. L’Iran ha sferrato efficaci contrattacchi con missili e droni contro Israele e gli Stati del Golfo alleati degli Stati Uniti, oltre alla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, e sembra in grado di sostenere questa situazione ancora per altro tempo.

Il costo della guerra per gli Stati Uniti, i danni agli Stati del Golfo e le conseguenze previste per l’economia globale non sembrano essere stati adeguatamente considerati da Trump & Co., a meno che Trump non abbia un piano segreto. In caso contrario, gli Stati Uniti hanno solo la scelta tra un’ulteriore escalation della guerra (schieramento di truppe di terra) o la sua rapida conclusione, senza aver rimosso il regime sgradito di Teheran. Un protrarsi della situazione attuale sarebbe un disastro, soprattutto in termini economici.

🔴 IL COSTO DELLA GUERRA PER GLI USA

Tra queste conseguenze economiche figurano, innanzitutto, i costi immediati della guerra. Per gli Stati Uniti e Israele, questo tipo di conflitto è estremamente oneroso. Sebbene l’Iran sia nettamente inferiore dal punto di vista militare e disponga di scarsi mezzi per contrastare gli attacchi aerei e missilistici, esso risponde con “tattiche asimmetriche”. In questo modo l’Iran può infliggere danni considerevoli nella regione del Golfo e a Israele utilizzando droni economici (20.000 dollari l’uno), mentre i sofisticati sistemi degli Stati Uniti e di Israele sono immensamente costosi. Il dispiegamento di un singolo missile Patriot costa circa 5 milioni di dollari.

Non c’è quindi da stupirsi che il Congresso degli Stati Uniti venga attualmente informato che il costo della guerra è di circa 2 miliardi di dollari al giorno. Dopo che il suo capo aveva già proclamato la “vittoria finale”, il “ministro della guerra” Hegseth ha presentato una richiesta al Congresso il 19 marzo per spendere 200 miliardi di dollari per continuare lo sforzo bellico. Ciò significa che anche i costi ufficiali della missione statunitense ammontano a un quarto del bilancio militare del Paese. A ciò si aggiungono i costi di Israele, che è già profondamente indebitato (livello di indebitamento pari al 70% del PIL), al quale gli Stati Uniti hanno fornito, negli ultimi anni, pagamenti speciali di circa 16 miliardi di dollari per la sua guerra e il suo genocidio, oltre ai consueti 3,8 miliardi di dollari all’anno.

Eppure gli stessi Stati Uniti sono uno dei paesi più indebitati al mondo: già prima della guerra, il loro debito ammontava al 120% del PIL, il che significa che gli interessi su tale debito hanno già raggiunto la soglia del trilione di dollari e sono diventati la voce più consistente del bilancio. Una parte significativa di questo debito è detenuta da paesi ora fortemente colpiti dalle conseguenze economiche degli attacchi statunitensi: Giappone, Cina, Stati dell’UE, Gran Bretagna e monarchie del Golfo. Inoltre, sono principalmente gli investitori statunitensi e la Federal Reserve statunitense da cui ci si aspetta un orientamento verso un aumento dei tassi di interesse in risposta alla situazione economica globale.

Nel complesso, gli Stati Uniti e Israele potrebbero permettersi questa costosa guerra solo se l’economia globale fosse in ripresa, consentendo così di sostenere il crescente deficit statunitense. Qualsiasi rallentamento dell’economia globale, tuttavia, porrà il governo statunitense (e, per estensione, Israele) di fronte a un enorme problema di debito che costringerebbe a un cambiamento radicale della politica fiscale, con gravi conseguenze anche per le prossime elezioni congressuali.

🔴 Il COSTO DELLA GUERRA NELLA REGIONE

Sebbene l’Iran stia utilizzando equipaggiamenti militari di gran lunga meno costosi rispetto a quelli degli Stati Uniti e di Israele (e, con decine di migliaia di droni, possa certamente sostenere questa forma di guerra per i mesi a ve**re), i costi che ne derivano per lo Stato e la sua popolazione sono, ovviamente, i più elevati di tutta la guerra. Ciò riguarda non solo il numero di gran lunga superiore di morti e feriti, ma anche l’entità della distruzione di edifici, infrastrutture e impianti produttivi. In particolare, l’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars/North Dome, che rappresenta il 70% della produzione di gas dell’Iran, potrebbe far regredire di anni l’approvvigionamento energetico. Il danno ambientale a lungo termine è impossibile da quantificare, ad esempio a causa degli attacchi ai depositi di carburante, con le relative conseguenze per la già precaria situazione delle acque sotterranee del Paese. Dopo la guerra, l’Iran potrebbe quindi subire anche un’ondata significativa di emigrazione, in particolare tra i lavoratori altamente qualificati.

La situazione in Libano si sta evolvendo in modo altrettanto catastrofico, con l’esercito israeliano che, con il pretesto di combattere il terrorismo, intende creare una “seconda Gaza” nelle aree abitate dai musulmani sciiti. In un paese già alle prese con gravi problemi economici e un gran numero di rifugiati (interni), ciò porterà a una catastrofe che scatenerà a sua volta una nuova ondata di rifugiati.

Anche a Gaza è già emersa chiaramente l’incapacità o la non volontà degli Stati imperialisti occidentali dominanti a garantire alla popolazione la pace, la sicurezza o anche solo la prospettiva di una ricostruzione. I 70 miliardi di dollari – una stima prudente dell’ONU e della Banca Mondiale – necessari per la ricostruzione di Gaza ammontano a soli 5 miliardi di dollari nel «Consiglio di pace» di Trump. Considerando le somme che sarebbero necessarie per l’Iran e il Libano, è chiaro che non c’è assolutamente alcuna prospettiva che ciò avvenga. Se gli Stati Uniti non riusciranno a provocare un cambio di regime in Iran, è più probabile che la Cina, grazie ai suoi legami di approvvigionamento con l’industria petrolifera e del gas iraniana (il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane va in Cina), vi si coinvolga in modo ancora più profondo e diretto (i giacimenti di gas iraniani sono già praticamente sviluppati da aziende cinesi). Gli Stati Uniti potrebbero quindi, nell’interesse della stabilizzazione dei mercati del petrolio e del gas, dover concedere una maggiore influenza nella regione al loro principale rivale globale.

Anche se i danni causati dalla guerra negli Stati del Golfo non sono paragonabili a quelli subiti dall’Iran e dal Libano, questo conflitto sta infliggendo un duro colpo ai loro piani di ascesa regionale. Mentre in precedenza questi paesi consideravano la loro alleanza con gli Stati Uniti come una garanzia per un’attività economica pacifica al di fuori dei conflitti regionali, ora le loro principali fonti di reddito derivanti dal settore petrolifero e del gas, il loro ruolo di hub di trasporto “sicuri” e la nuova “Costa Azzurra” del capitalismo globale sono gravemente compromessi, nonostante tutta la loro sottomissione agli Stati Uniti. I giacimenti di gas del Qatar sono stati gravemente colpiti (in modo significativo dagli attacchi aerei israeliani), così come la sua capacità di carico di GNL: entrambi questi fattori comporteranno mesi di interruzioni per uno dei maggiori fornitori mondiali di GNL. Ma anche gli impianti dell’industria petrolifera di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman sono stati colpiti e messi fuori servizio per tutta la durata della guerra. Si prevede che tutti gli Stati del Golfo registreranno quest’anno un calo economico di circa il 10%. Il Bahrein è stato colpito in modo particolarmente duro, avendo già dovuto affrontare difficoltà economiche prima della guerra e con la sua popolazione a maggioranza sciita che cerca di regolare i conti con il regime al potere. In tutti gli Stati del Golfo si registrano critiche – espresse in misura diversa – nei confronti dell’azione avventata degli Stati Uniti (condotta nonostante i loro stessi avvertimenti), richieste di una rapida fine della guerra e sforzi per raggiungere una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti (ad esempio, nuove alleanze militari con il Pakistan e la Turchia, o il rafforzamento delle relazioni con la Cina). In ogni caso, la recessione economica negli Stati del Golfo sta avendo un impatto negativo sull’economia globale.

🔴 IMPATTO SULL’ECONOMIA GLOBALE

Dall’inizio della guerra in Iran, i prezzi del petrolio sul mercato mondiale sono aumentati di circa il 50%, mentre quelli del gas sono a tratti raddoppiati. A seconda della durata del conflitto, un prezzo del petrolio costantemente superiore ai 120 dollari al barile potrebbe diventare la norma (il livello prebellico era di 60 dollari). Si tratterebbe di un livello molte volte superiore a quello dello “shock petrolifero” che nel 1973-’74 aveva innescato la prima grave recessione globale dopo la Seconda guerra mondiale. Ancora una volta, gli economisti ritengono che un prezzo del petrolio a questo livello e una guerra che si protragga oltre marzo siano una strada sicura verso una recessione globale (ad esempio l’Economist, 14 marzo 2026, p. 61). Ciò è legato all’attuale aumento della domanda di energia nei settori dell’IT (Information Technology) e della difesa. In particolare, un aumento dei prezzi dell’energia di questa portata potrebbe causare gravi problemi a tutti i settori che già lottano per vedere garantita la loro redditività (industria automobilistica, industrie dei materiali di base, ecc.) e potrebbe azzerare completamente i magri rendimenti degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale realizzati finora (insieme a un possibile scoppio della bolla dell’IA nei mercati degli investimenti).

I problemi relativi alle forniture di petrolio e gas dalla regione del Golfo non sono solo il risultato dei danni di guerra agli impianti di produzione di petrolio e gas, ma una conseguenza diretta del “blocco” dello Stretto di Hormuz. Questo collo di bottiglia tra la regione del Golfo e l’Oceano Indiano è largo solo 38 chilometri nel punto più stretto e, su una lunghezza di non meno di 167 chilometri, non supera mai i 55 chilometri di larghezza. La navigazione con enormi superpetroliere è ulteriormente complicata dalla presenza di secche, il che significa che esistono solo due rotte marittime, ciascuna larga 3 chilometri, che richiedono una navigazione precisa. Pertanto, la semplice prospettiva di ostilità intorno a questa rotta marittima è una ragione sufficiente per gli armatori per non mettere a rischio le loro petroliere. Attualmente, i costi assicurativi per le petroliere bloccate nel solo Golfo sono saliti a oltre 300 miliardi di dollari: molte volte la somma che gli Stati Uniti avevano accantonato come riserva in caso di blocco (l’ennesimo esempio di scarsa pianificazione in questa guerra). Sembra che il bombardamento di poche petroliere sia stato sufficiente a bloccare centinaia di petroliere su entrambi i lati dello Stretto. Invece delle solite 138 al giorno, attualmente solo 5-6 petroliere attraversano lo Stretto. Queste ultime sono destinate principalmente alla Cina e all’India, che hanno ricevuto corrispondenti garanzie di protezione dall’Iran.

Di conseguenza, attualmente il mercato mondiale non può disporre di 15 milioni di barili di petrolio greggio (il 15% della produzione globale) e di 4 milioni di barili di prodotti raffinati al giorno. La perdita delle spedizioni di GNL rappresenta attualmente circa il 5% della produzione globale, ma potrebbe salire al 15% in caso di un’interruzione prolungata. La deviazione tramite oleodotti (principalmente attraverso l’Arabia Saudita) verso il Mar Rosso offre solo un sollievo limitato di 4 milioni di barili al giorno, e un ulteriore potenziale di escalation (parola chiave: Yemen). Lo stesso vale per gli oleodotti che attraversano l’Iraq, che finora è stato in gran parte tenuto fuori dalla guerra. Anche le riserve di petrolio e gas detenute in particolare dai paesi imperialisti (compresa la Cina) possono fornire solo un sollievo limitato al prezzo del mercato mondiale: le riserve dell’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) possono, per motivi di fattibilità tecnica, aggiungere circa 3 milioni di barili al giorno al mercato mondiale. Anche una soluzione con convogli di petroliere nello Stretto di Hormuz consentirebbe di far passare attraverso il collo di bottiglia solo una frazione delle 138 petroliere al giorno.

Le conseguenze di una carenza di queste materie prime che si protragga per mesi sull’economia globale non riguardano solo il settore energetico ma tutto ciò che in ultima analisi ha a che fare con i prodotti petroliferi e del gas, dai fertilizzanti artificiali alla produzione alimentare alla lavorazione dei metalli, fino alla produzione di semiconduttori e all’industria dei trasporti.

🔴 DIFFERENZE REGIONALI

È inoltre evidente che l’impatto di queste perturbazioni varia notevolmente da una regione all’altra. Gli Stati Uniti, grazie alla propria industria petrolifera e del gas, non ne risentono direttamente ma solo indirettamente attraverso i prezzi del mercato globale. Le compagnie petrolifere e del gas statunitensi sono senza dubbio tra i principali beneficiari della guerra. Anche la Russia, ovviamente, ne sta traendo vantaggio dal punto di vista economico, poiché ora può vendere ai propri clienti a prezzi più elevati ed è, almeno temporaneamente, esente dalle sanzioni. Ciò è probabilmente legato anche al fatto che la Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence satellitare su obiettivi nella regione del Golfo, oltre alla più recente tecnologia dei droni (che a quanto pare viene utilizzata anche come carta da giocare nei negoziati con i negoziatori statunitensi riguardo all’Ucraina). Neanche i paesi dell’UE e il Regno Unito sono direttamente colpiti dalla carenza di petrolio e gas, poiché si riforniscono principalmente dagli Stati Uniti, dalla Norvegia e dagli Stati successori dell’Unione Sovietica (e quindi, di fatto, continuano a fare affidamento sull’industria petrolifera e del gas russa). Ma anche loro, ovviamente, devono tenere conto dell’aumento dei prezzi sul mercato mondiale nei loro costi energetici e in quelli legati al petrolio e al gas. I consumatori lo stanno attualmente sperimentando in modo molto diretto alle stazioni di servizio. Se la guerra dovesse continuare, tuttavia, ciò si tradurrà in un aumento generale dei prezzi.

L’impatto è tuttavia più grave in Asia, dove la dipendenza dalle forniture provenienti dalla regione del Golfo è maggiore. Paesi come il Giappone e la Corea del Sud si riforniscono per circa il 90% da quella regione, ma almeno dispongono di riserve. Altri paesi, come la Cina e l’India, hanno anche l’opzione russa. La maggior parte degli altri paesi (anche quelli con una propria produzione petrolifera, come l’Indonesia) sono importatori netti di petrolio e gas dalla regione del Golfo e, a causa delle scarse riserve, attualmente possono soddisfare il proprio fabbisogno solo attraverso costose importazioni dagli Stati Uniti. In paesi come il Pakistan, il Bangladesh, l’Indonesia, la Thailandia, il Vietnam, ecc., la carenza di energia sta colpendo più duramente le fasce più povere della popolazione e sta portando a un razionamento più o meno drastico, o addirittura a una riduzione della produzione e del settore dei trasporti. In molti paesi, i lavoratori sono costretti a tornare nei loro villaggi d’origine poiché riescono a malapena a sopravvivere nelle grandi città (ad esempio, quando il gas per cucinare è semplicemente introvabile). Più a lungo persistono questi problemi di approvvigionamento, più è certo che ne risentiranno anche le catene di approvvigionamento globali. Come durante la pandemia di Covid-19, questo shock da carenza di approvvigionamenti alimenterà a sua volta l’aumento dei prezzi dell’energia e l’inflazione già crescente. L’economia globale si muoverebbe così inevitabilmente verso la stagflazione.

La follia di questa guerra, che minaccia di far precipitare nella miseria milioni di persone in tutto il mondo, mette ancora una volta in evidenza l’alternativa: socialismo o barbarie. Da un lato, i folli apparati militari-imperialisti devono essere smantellati e i grandi capitali monopolistici espropriati, perché tentano ripetutamente di imporre i propri interessi con tale forza distruttiva. Dall’altro lato, occorre porre fine alla dipendenza sempre crescente dai combustibili fossili e al loro uso ecologicamente distruttivo. Infine, la miseria e la distruzione in gran parte del mondo – con Gaza che ne è un duro promemoria – rendono chiaro che l’eliminazione delle conseguenze di questo sistema imperialista richiede un piano di emergenza globale, un piano che garantisca il risarcimento, la ricostruzione e la sicurezza dell’approvvigionamento sotto il controllo di coloro che sono colpiti dallo sfruttamento e dalle politiche neocoloniali. La guerra condotta dagli Stati Uniti, da Israele e dai loro alleati, e la sua imminente escalation, possono essere fermate solo se noi stessi dichiariamo guerra al sistema capitalista e imperialista che la genera.

📰 Markus Lehner

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