28/08/2026
Ma chi me lo fa fare?
Questa domanda passa nella testa di ognuno di noi soccorritori almeno una volta al giorno.
Almeno una, perché a volte ce la ripetiamo come un mantra tra le difficoltà di un intervento e l’altro, quando alla stanchezza si aggiungono le discussioni e le critiche di chi spesso è ignaro delle responsabilità che ci assumiamo ogni volta.
E non soltanto quelle giuridiche, che incombono sulle nostre teste come una spada di Damocle, ma anche quelle etiche nei confronti di noi stessi, dei nostri colleghi, delle persone che soccorriamo e dei loro familiari, come la responsabilità di fare la cosa giusta, di prendere una decisione e sostenerla fino in fondo, di sapere che ogni nostra scelta può avere conseguenze su qualcun altro.
È una responsabilità che non finisce quando l’intervento termina, ma spesso ci accompagna anche dopo.
Anche tutta la vita.
Siamo volontari, in fondo.
Abbiamo scelto noi di fare parte del Soccorso Alpino e di prenderci carico di tutto questo.
Ed è questo il punto.
Scegliamo consapevolmente di entrare a far parte del Soccorso Alpino e di accettare tutto ciò che questo significa.
Scegliamo di essere reperibili anche 24h, di lasciare tutto, amici, parenti, amori, lavoro, feste, e partire. Scegliamo di esporci al rischio, perché gli ambienti impervi possono trasformarsi in trappole e nemmeno noi siamo immuni dagli incidenti.
Scegliamo di sacrificare ore e ore in esercitazioni, formazione, ripassi, aggiornamenti e mantenimenti che sembrano non finire mai.
Scegliamo volontariamente di fare tutto questo e tanto altro, perché amiamo visceralmente la montagna e quel senso di libertà che ci trasmette, ma anche tutto ciò che quella libertà porta con sé e che ci chiede in cambio: lealtà, fiducia e dovere.
Lealtà verso chi cammina con noi, fiducia in chi ci affianca, responsabilità nelle nostre azioni e dovere verso chi, nel momento del bisogno, sà che noi ci saremo.
È su questi principi che si costruisce il nostro modo di essere e di esserci.