08/08/2026
🇮🇹🐎 ALBINO, IL CAVALLO CHE TORNÒ DALLA GUERRA
Ci sono storie che appartengono alla Storia.
E ce ne sono altre che, pur non comparendo nei libri, meritano di essere ricordate perché raccontano il coraggio, la fedeltà e il sacrificio di chi, in guerra, non ebbe nemmeno la possibilità di scegliere.
Durante la Battaglia di Pozzuolo del Friuli, così come nelle numerose battaglie combattute dai reparti di Cavalleria nella Grande Guerra, morirono o furono abbattuti a causa delle ferite riportate migliaia di cavalli.
Oggi, come AssoFante, vogliamo rendere onore anche a loro.
Ai nostri compagni di battaglia a quattro zampe.
E lo facciamo attraverso la storia straordinaria di Albino. 🐎
Albino nacque nel 1932, nella Maremma grossetana. Era un bellissimo cavallo baio, dal carattere mansueto ma fiero, resistente e generoso. Da puledro venne acquistato e assegnato al glorioso Reggimento “Savoia Cavalleria”, allora di stanza a Milano.
Era un ottimo saltatore e nelle gare di completo reggimentali si distingueva sempre, facendo fare bella figura al suo cavaliere.
Poi arrivò la guerra.
Con l’ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, il “Savoia Cavalleria” venne inviato sul fronte russo.
Albino seguì il suo Reggimento.
E seguì il suo cavaliere, il Sergente Maggiore Giuseppe Fantini.
🇷🇺 24 agosto 1942 – Isbuscenskij, steppa del Don.
All’alba, il Comandante del “Savoia Cavalleria”, Colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, ordina l’attacco.
Squillano le trombe.
I cavalieri si preparano.
Gli zoccoli battono la terra.
E Albino parte al galoppo insieme a Fantini.
È la celebre carica di Isbuscenskij, passata alla storia come l’ultima grande carica vittoriosa della Cavalleria italiana contro formazioni regolari nemiche.
Uomini e cavalli affrontano il fuoco nemico.
Gli scontri si susseguono per ore.
Poi accade l’irreparabile.
Una raffica di mitragliatrice colpisce mortalmente il Sergente Maggiore Giuseppe Fantini, al quale sarà successivamente concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Albino, però, continua a correre.
Corre senza il suo cavaliere.
A fine giornata, quando vengono recuperati i cavalli rimasti senza cavaliere e si procede alla conta dei morti e dei feriti, di lui non c’è traccia.
È scomparso nella steppa.
Passano due giorni.
Poi, finalmente, qualcuno lo vede.
Albino sta tornando al Reggimento.
Ma è irriconoscibile.
Barcolla.
È gravemente ferito a una zampa.
Ha perso completamente l’occhio sinistro.
Eppure è tornato.
È tornato dai suoi.
Nonostante tutto, parteciperà alla drammatica ritirata dalla Russia e riuscirà a rientrare in Italia con i superstiti del Reggimento.
Dopo l’8 settembre 1943, però, se ne perdono le tracce.
La guerra finisce.
Il “Savoia Cavalleria” si ricostituisce a Milano.
Albino, nel frattempo, è stato venduto a un contadino e trascina un carretto.
Sembra che la sua storia sia finita.
Ma il destino ha ancora qualcosa in serbo per lui.
A Somma Lombarda, viene riconosciuto proprio da due uomini che lo avevano visto combattere:
il suo vecchio Comandante, Colonnello Bettoni Cazzago, e il suo Comandante di Squadrone, Capitano Francesco De Leone.
Albino viene acquistato per la seconda volta.
E questa volta viene restituito al suo Reggimento.
Accade qualcosa di unico nella nostra storia militare: ad Albino viene concessa una vera e propria pensione di guerra, con il diritto di essere ospitato per tutta la vita nel Reggimento al quale aveva prestato servizio.
Finalmente può vivere in pace.
Viene accolto in un box tutto suo, circondato dalle attenzioni dei suoi vecchi compagni.
Il box viene tappezzato di fotografie e di letterine che bambini da tutta Italia gli inviano.
Albino diventa una leggenda.
E il 24 agosto 1960, nel giorno dell’anniversario della carica di Isbuscenskij, accade qualcosa di incredibile.
Al suono della tromba della carica, il vecchio Albino, ormai ventottenne, parte improvvisamente al galoppo, lasciando di stucco il palafreniere.
Come se quel suono gli avesse restituito per un attimo la sua giovinezza.
Come se nella sua memoria fosse ancora viva quella steppa lontana.
Come se accanto a lui ci fosse ancora il suo cavaliere.
Giuseppe Fantini.
Albino morirà il 21 ottobre 1960, semplicemente di vecchiaia.
Il suo Comandante farà stampare una partecipazione a lutto.
E la stampa racconterà la sua incredibile storia.
Ma Albino non è mai veramente scomparso.
Oggi è custodito nel Museo del Reggimento “Savoia Cavalleria” a Grosseto.
È ancora completamente bardato, con la sella, le staffe, le redini, la martingala, i pettorali, la testiera, l’imboccatura e il moschetto Modello ’91 nella bisaccia.
Il suo occhio cieco è sostituito da un bottone di vetro.
La sua gamba porta ancora il segno della ferita.
E il suo corpo racconta una guerra combattuta tanti anni fa.
Ma soprattutto racconta una fedeltà che il tempo non ha cancellato.
Davanti ai visitatori, Albino sembra parlare attraverso queste parole:
«La mia groppa porta ancora la sella affardellata ed in arcione è sempre Fantini…»
Una frase che racchiude tutta la storia di un cavallo e del suo cavaliere.
Perché la guerra non fu combattuta soltanto dagli uomini.
Fu combattuta anche da migliaia di animali, che non avevano scelto di essere lì, ma che affrontarono il pericolo insieme ai loro cavalieri.
Non ricevettero medaglie.
Non conobbero la gloria.
Non poterono raccontare ciò che avevano visto.
Conoscevano soltanto la voce, l’odore e il peso del loro cavaliere.
E gli rimasero fedeli.
🐎 Oggi AssoFante ricorda Albino.
E attraverso la sua storia rende omaggio a tutti i cavalli della Cavalleria, caduti, feriti, mutilati o tornati a casa.
A quegli straordinari compagni silenziosi che condivisero con i nostri soldati la fatica, la paura, il dolore e il destino.
A loro va il nostro rispetto.
A loro va la nostra gratitudine.
A loro va il nostro ricordo.
🇮🇹 Perché anche loro, a modo loro, furono soldati.
ALBINO
Mutilato, ferito e reduce dalla Russia.