22/10/2025
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LUIGI CENA, IL GIOSTRAIO UCCISO PER UN GETTONE: “MI HANNO PRESO ALLE SPALLE, IO CHIEDEVO SOLO RISPETTO”.
“Mi chiamavano tutti Luigi il giostraio.
Da anni, nelle piazze dei paesi intorno a Roma, montavo le giostre, portavo sorrisi, luci e musica.
Il mio lavoro era la mia vita.
E quando iniziava la Festa dell’Uva di Capena, sapevo che sarebbe stata come ogni anno: bambini che ridono, genitori che scattano foto, giovani che si sfidano sui calci in volo.
Ma quest’anno, quella festa che doveva essere allegria, è diventata una tragedia senza senso.
Era la notte tra il 5 e il 6 ottobre.
Un gruppo di ragazzi — giovani, troppo giovani — si è avvicinato alla giostra.
Volevano salire senza pagare.
Ho detto solo: “Ragazzi, servono i gettoni. È il mio lavoro”.
Una frase semplice, di rispetto.
E invece, è bastata quella.
Non c’è stato tempo di reagire.
Mi hanno colpito alle spalle.
Uno ha preso la rincorsa, un pugno dritto alla testa, poi un altro, e un altro ancora.
Sono caduto sull’asfalto, ho sentito il rumore sordo del cranio che batte, il mondo che si spegne.
Mia moglie ha urlato, mio figlio ha cercato di fermarli, ma erano troppi.
Un branco.
Non una rissa, no. Un’aggressione. Vigliacca, feroce, incomprensibile.
Dicono che sono rimasto nove giorni in ospedale, in coma, prima di andarmene.
Io non li ho più visti, né i miei cari, né le luci della mia giostra.
Solo buio.
Perché per un gettone, per un gesto di rispetto, mi hanno tolto la vita.
Avevo 63 anni, una moglie, un figlio, un futuro semplice ma pieno.
Mi piaceva vedere la gente felice.
Ora Capena piange.
Ma io voglio solo che si capisca una cosa: non si muore per un gettone. Si muore per l’assenza di rispetto, di educazione, di umanità”.
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La storia di Luigi Cena, giostraio di 63 anni ucciso a Capena, non è solo un fatto di cronaca nera.
È il racconto amaro di un’Italia che ha perso il senso della misura, dove la rabbia cieca e la violenza gratuita si sostituiscono al dialogo, dove anche la parola “rispetto” può diventare una condanna a morte.
Luigi, uomo semplice e conosciuto da tutti, lavorava da anni alle fiere e alle sagre del Lazio.
Era parte di quel tessuto umano fatto di piccoli mestieri, di tradizioni popolari, di comunità che si ritrovano attorno alla luce colorata di una giostra.
Eppure, quella notte, la sua gentilezza si è scontrata con la brutalità di un gruppo di ragazzi che ha confuso la forza con l’arroganza, la spavalderia con il potere.
“Lo hanno colpito alle spalle, prendendo la rincorsa”, raccontano i testimoni.
Una scena che lascia attoniti: un uomo che lavora, una regola semplice — “servono i gettoni” — e un branco che decide che quella richiesta è una sfida da punire.
È bastato questo per scatenare la furia, per trasformare una festa di paese in un campo di morte.
Luigi è rimasto nove giorni in ospedale, sospeso tra la vita e la morte, mentre sua moglie e suo figlio vegliavano con speranza.
Poi, martedì 14 ottobre, il suo cuore si è fermato.
A Capena, dove tutti lo conoscevano, è stato proclamato il lutto cittadino.
Le luci delle giostre si sono spente.
Il rumore allegro dei motori si è trasformato in silenzio.
Ma il silenzio, oggi, non basta.
Perché questa non è solo una storia di violenza, è una sconfitta collettiva.
Una società in cui un gruppo di adolescenti pensa di poter picchiare un uomo per divertimento, senza consapevolezza del limite, del dolore, della conseguenza, è una società che ha perso il senso del vivere civile.
Luigi Cena è morto per educarci tutti, ancora una volta, al valore del rispetto.
Rispetto per chi lavora.
Rispetto per chi invecchia.
Rispetto per la vita.
Non era un eroe, ma un uomo qualunque che faceva bene il proprio mestiere.
Ed è proprio per questo che la sua morte fa male: perché ci riguarda tutti.
Perché ci dice, con la forza muta di una tragedia, che la violenza non è mai una reazione: è solo vigliaccheria.
Capena lo ricorderà con una fiaccolata, le luci accese come quelle della sua giostra.
Perché finché la memoria di Luigi continuerà a brillare, non sarà mai davvero spento quel sorriso che faceva girare il mondo dei bambini.