30/03/2026
UNA RIFLESSIONE POST REFERENDUM
Una conseguenza, più politica che pratica, perché la vittoria del No ha sancito lo status quo, nel rapporto tra i poteri, legislativo ed esecutivo, e l’organo burocratico, non il potere, della magistratura, sta nell’aver confermato, con una base popolare anche se minoritaria del paese, il cd “potere” o meglio il contropotere della magistratura. Il voto popolare rappresentato da quel 53,75% di elettori per il sì ha decretato un consenso popolare verso, lo ripeto, un “ordine”, non eletto da nessuno a discapito dei due poteri eletti uno diretto, il Parlamento, e uno su delega dei cittadini , l’esecutivo.
Sta qui secondo me la vera “torsione autoritaria”, che discende dalla vittoria del Si, da parte di quel 53,75% di elettori (pari al 31,47% del paese reale).
Il comunicato dell’ANM e alcune conseguenze interne all’organizzazione ci dicono di un paese che ancora una volta, la prima lo fece nel 1992, si è affidato all’ordine giudiziario, diffidando della sua classe politica, che pure concorre ad eleggere e a farne rappresentanza della sovranità popolare. Un consenso popolare che ha rivolto la scelta verso un “ordine burocratico” la magistratura…certo sempre meglio del passato quando quell’ordine burocratico erano le forze armate, quando non l’arma dei carabinieri.
Il paese ha già subito un regime change oltre trent’anni fa e le cui conseguenze (populismo, verticalizzazione del potere, demagogia) stiamo ancora scontando. La mancanza di un riformismo liberale che faccia da argine ad un montante massimalismo fa sentire oggi tutta la sua mancanza.
Il risultato del referendum potrebbe aprire ad una ulteriore fase politica per fare finalmente dell’Italia un paese normale dove tutte le forze politiche dalla destra alla sinistra parlamentare, che si riconoscono nella Costituzione, hanno la stessa legittimità a governare la Nazione.
E’ stata l’alleanza per il Sì tra le forze del centro destra e una parte delle forze di sinistra ad aprire ad una nuova prospettiva.
Dopo la Repubblica dei Partiti, dopo la Repubblica “populista” dove forze come la Lega prima e i cinquestelle poi si sono proposti come forze di governo, siamo entrati in una nuova fase della vita politica della Nazione dove tutte le forze che rappresentano in parlamento parti di popolo, legittimate proprio dal consenso popolare a governare, possono ambire alla gestione del potere da sole o con alleanze a geometria variabile, senza più preclusioni, cercando di dare finalmente a questo paese un’area di riformismo liberale e socialista che non sia un’appendice del PD, ricordiamo tutti la storia del socialismo italiano fino all’avvento dell’autonomismo craxiano.
Nessun dramma se sinistra e destra si ritrovano a dialogare, così come hanno fatto in occasione del referendum, dove il pericolo per la nostra democrazia, nonostante le tante grida manzoniane “al fascismo”, non viene più, o soltanto, dall’est comunista ma dalle aree orientali dove un islamismo radicale sempre più aggressivo minaccia valori, tradizioni e religioni costitutive della cultura e storia occidentale.
Oggi parole come nuovo potere imperiale, guerra come affermazione della potenza territoriale, sono state sdoganate, non per volontà occidentale, ma per necessità di sicurezza interna e internazionale a partire da quell’11 settembre del 2001 con un’azione di terrorismo internazionale che ha aperto una nuova fase nei rapporti fra le Nazioni mondiali e all’interno stesso, con l’affermazione di forze politiche che hanno superato il vecchio schema della guerra fredda e della pace come assenza di guerra, dove invece la pace ha assunto la nuova forma di sicurezza che passa anche attraverso politiche militari e di difesa armata.
La guerra certo fa paura ma oggi non la possiamo esorcizzare con qualche bandiera arcobaleno e slogan pacifisti, nel ricordo di un’epoca passata, in cui le posizioni erano ben definite di qua il “bene” di là il “male”, ovvero la democrazia e il comunismo, come quelle che in questi ultimi tempi hanno attraversato le nostre strade ma che in realtà dietro la parola “pace” mascheravano un sostegno, non si sa quanto disinteressato al popolo palestinese, meno, quando nullo, verso il popolo ucraino o iraniano. E dove il “male assoluto” veniva individuato nella politica “genocidaria” del governo israeliano.
La storia, si dice, la scrivono i vincitori. E questi ultimi trent’anni hanno visto imporsi una narrazione, non la “storia” che finalmente comincia a farsi strada attraverso il faticoso lavoro di indagine storica da parte di storici come Martini, Romano e altri, scritta dai vincitori di allora i magistrati del pool di Milano coadiuvati da un potente sistema mediatico e da quelle forze politiche che ne uscirono indenni, certo non per loro merito.
La distruzione di quel sistema, che oggi chiamiamo prima repubblica o anche repubblica dei partiti ha avuto come conseguenza la permanente crisi politica, culturale, etica ed elettorale della sinistra italiana e per contrappasso il rafforzamento del centrodestra nelle sue molteplici versioni, da quello guidato da Berlusconi all’attuale che ha per premier Giorgia Meloni. Per converso la sinistra ha finito per consegnarsi alla “repubblica delle Procure”.
Ancora una volta la sinistra, dividendosi, ha perso il treno della storia che si chiama “unità della sinistra” e sarà ancora così fino a quando la sinistra ex comunista ed ex democristiana non si emenderà dal peso che una parte della magistratura, quella più politicizzata, ha nello “statuto reale” del PD, come fu all’epoca di “mani pulite”.
Roberto Papa