Comitato Chiamata contro la guerra

Comitato Chiamata contro la guerra Si è formato a Parma il Comitato Permanente Chiamata contro la guerra. Fermiamo le armi e le guerre, non chi fugge dalla distruzione e dalla morte!

COMITATO CHIAMATA CONTRO LA GUERRA

CHI SIAMO

Il nostro Comitato Chiamata Contro la Guerra si è costituito a Parma nell’ottobre 2015, a seguito del presidio in P.zza Garibaldi contro l’esercitazione NATO denominata “Trident Juncture 2015”, la più grande esercitazione della storia moderna della Nato, finalizzata a testare la forza di un eventuale rapido intervento per una ennesima guerra”preventiv

a”, da portare in Libia e ovunque siano minacciati gli interessi dell’imperialismo e del capitalismo occidentale. E’ a partire da questa occasione di lotta e di incontro che si è deciso di dare continuità al presidio e di costituire in forma stabile nella nostra città, Parma, il Comitato permanente “Chiamata Contro la Guerra”. COSA ABBIAMO FATTO FINO AD OGGI

Nei mesi successivi abbiamo continuato a mettere in campo iniziative in città cercando di fare rete tra le varie realtà impegnate e interessate a costruire consapevolezza e mobilitazione contro la guerra e a favore dei profughi che fuggono da guerre, volute e finanziate anche dall’Occidente , e anche dall’Italia. In particolare siamo intervenuti nelle scuole ed alle iniziative che la Rete delle scuole per la pace ha indetto, ci siamo collegati alle reti nazionali e abbiamo cercato di dialogare a livello delle istituzioni locali: abbiamo presentato un ordine del giorno, che attende di essere discusso in Consiglio Comunale, che impegna l’amministrazione a pronunciarsi e assumere iniziative per la pace e contro la guerra; abbiamo sollecitato un chiaro impegno a favore dei migranti, con la richiesta, disattesa, di dar loro la parola in occasione della manifestazione del 25 Aprile, e intervenendo con specifiche richieste presso la Prefettura. I NOSTRI OBIETTIVI

Siamo in guerra, dobbiamo solo riconoscerlo. Dal 2001 è stata dichiarata e colpisce a sprazzi le nostre vite di gente “che vuole restare tranquilla” mentre ammazziamo e distruggiamo e saccheggiamo ovunque. Dobbiamo dire con forza ciò che non vogliamo. Non vogliamo essere colonialisti. Non vogliamo continuare a produrre e vendere armi. Non vogliamo mandare i nostri militari ad ammazzare gente in giro per il mondo (l’Italia è impegnata in 24 “missioni di pace”, cioè di guerra). Non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati. Non vogliamo che l’Italia sia campo di prova e base per azioni di guerra. Non vogliamo avere rapporti commerciali con paesi schiavisti e guerrafondai. Dobbiamo dire con forza ciò che vogliamo. Vogliamo costruire l’Europa dei popoli, non delle armi. Vogliamo scelte conseguenti e fedeli all’Art.11 della Costituzione Italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. Vogliamo ricostruire la democrazia, perché chi comanda oggi sono i potentati finanziari. Vogliamo promuovere un dialogo tra fedi e credenze per liberarci dal terrorismo. A questi fini stiamo tentando di sperimentare che una reale convergenza di matrici culturali e spirituali non perfettamente coincidenti, ed esperienze e storie diverse, è possibile. Abbiamo intenzione anche per questo di costituire “gruppi di studio” finalizzati a far crescere conoscenza e consapevolezza, sia al nostro interno che per un pubblico confronto. Il tema dell’unità del genere umano si impone, insieme all’idea che l’esclusione non ferisce solo l’oppresso, ma aliena la possibilità, per le stesse comunità umane, di umanizzarsi e crescere nella libertà e nella giustizia sociale. Il “diverso” così non è il nemico, ma una preziosa alterità con cui entrare in una relazione di arricchimento reciproco. A questi fini lavoriamo, sperando che infine
• l’Italia decida di lottare davvero contro il razzismo, accogliendo tutti i profughi e garantendo loro corridoi umanitari che consentano a tutte le persone l’ingresso in Italia in modo legale e sicuro – e convochi l’Unione Europea a fare altrettanto.
• L’Italia decida di contrastare le guerre e le stragi, con una politica di disarmo e di proibizione assoluta di produrre, commerciare e detenere armi, con la drastica riduzione delle spese militari e l’avvio della Difesa popolare non violenta e dei Corpi civili di pace, con la denuncia e l’impegno per lo scioglimento delle alleanze militari terroriste e stragiste (come la Nato) – e convochi l’Unione Europea a fare altrettanto. Perché
“Finchè quella donna di Vermeer
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.”
(Vermeer, di Wislawa Szimborska)

30/04/2026

l’equipaggio di terra è compatto!
ci vediamo questa sera in piazza con la Palestina nel cuore!

30/04/2026

LA FLOTILLA È STATA ABBORDATA ILLEGALMENTE DA ISRAELE IN ACQUE INTERNAZIONALI

Ci arrivano messaggi dalla Flottila diretta a Gaza. Le imbarcazioni, sorvolate da droni, sono state avvicinate da motoscafi militari, autodefinitisi "israeliani", che hanno puntato laser e armi d'assalto semiautomatiche, ordinando ai partecipanti di spostarsi a prua e di mettersi a quattro zampe.
Le comunicazioni delle imbarcazioni sono bloccate.

Come intende il Governo italiano proteggere la libertà di navigazione e i partecipanti italiani alla missione? Come intende impedire il blocco e l'occupazione illegale di Gaza, che prosegue nonostante il "cessate il fuoco"?

ISRAELE STATO TERRORISTA

https://ilmanifesto.it/coloni-senza-freni-uccisi-due-palestinesi-ad-al-mughayyirAws Al Naasan aveva sette anni quando ri...
22/04/2026

https://ilmanifesto.it/coloni-senza-freni-uccisi-due-palestinesi-ad-al-mughayyir
Aws Al Naasan aveva sette anni quando rimase orfano. Il padre Hamdi, nel 2019, venne ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da soldati. «Come Hamdi, anche Aws ora è un martire nella gloria di Dio», dicevano ieri ai giornalisti alcuni dei partecipanti ai funerali del ragazzo quattordicenne e di un giovane, Jihad Abu Naim, 32 anni. Entrambi sono stati colpiti alla testa da proiettili di armi automatiche. Testimoni puntano il dito contro gruppi di mitnachalim, gli «eredi della terra», come in Israele vengono chiamati i coloni israeliani. Dopo aver tentato l’ennesima irruzione ad Al Mughayyir (Ramallah), di fronte alla reazione del villaggio, i coloni hanno fatto fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola, uccidendo Aws e Jihad. Qualche ora prima, Muhammad al Jaabari, 16 anni, era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Un incidente, ha detto qualcuno, ma dall’auto nessuno è sceso a prestare soccorso al ragazzo. Il bilancio delle ultime ore è stato aggravato dalla morte, dopo due anni trascorsi in un letto d’ospedale, di Rajaa Bitawi, 49 anni, ferita gravemente nel 2024 a Jenin da colpi esplosi da militari israeliani.

Aboud, un testimone dell’accaduto, ha riferito a un giornale locale che i coloni sono arrivati ad Al Mughayyir dall’avamposto coloniale di Or Nachman. «Alcune persone hanno dato l’allarme e urlato agli israeliani di allontanarsi, di lasciare il villaggio, ma i coloni hanno puntato le armi contro di loro e fatto fuoco», ha detto, aggiungendo che erano presenti anche soldati. Secondo l’associazione per i diritti umani Al-Baydar, alcuni coloni indossavano uniformi dell’esercito e il raid ad Al Mughayyir era finalizzato a impedire ai contadini palestinesi di raggiungere i campi coltivati di Wadi Ammar, un’area di cui i mitnachalim intenderebbero prendere il controllo. Con la morte di Aws Al Naasan e Jihad Abu Naim, è salito ad almeno 10 il numero dei palestinesi uccisi da coloni israeliani da quando, il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. All’ombra della guerra nella regione, i cosiddetti «giovani delle colline» hanno intensificato le incursioni in villaggi e piccole comunità isolate di beduini nella fascia orientale della Cisgiordania, tra Nablus, Ramallah, le alture a sud di Hebron e nella Valle del Giordano. L’intento è cacciare via i palestinesi per favorire la costruzione di altre colonie. Danno fuoco alle auto, alle stalle e, sempre più spesso, anche alle case. E tengono sempre il dito sul gr*****to, pronti a sparare.

Al Mughayyir è tra i villaggi più presi di mira. La resilienza della sua popolazione non poche volte è stata punita con giorni di coprifuoco. Tre giorni fa i coloni avevano fatto irruzione in un ovile ai margini del villaggio e rubato 70 pecore. Gli abitanti, accortisi del furto, hanno cercato di inseguirli, ma sono stati fermati da spari partiti da Or Nachman. Testimoni raccontano che, poche ore dopo, forze militari e di polizia hanno fatto irruzione ad Al Mughayyir per scortare Amishav Malt, fondatore e capo di Or Nachman. Malt è entrato in un ovile per prendere altre pecore, sostenendo che erano le sue. Accusare i palestinesi di furto di pecore è la tattica utilizzata dai coloni per giustificare le loro azioni, e soldati e polizia li aiutano a «recuperarle». In serata ha provato a entrare nel villaggio con le stesse intenzioni anche Neria Ben Pazi, fondatore dell’avamposto di Wadi al-Siq e noto per le sue violenze. Ben Pazi è stato soggetto, durante l’Amministrazione Biden, a sanzioni statunitensi poi revocate da Trump. Nel suo ultimo rapporto, la Commissione per la resistenza al Muro e agli Insediamenti ha scritto che i coloni hanno compiuto, a marzo, 497 raid contro palestinesi e le loro proprietà. Dall’ottobre 2023, gli attacchi dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania hanno ucciso almeno 1.149 palestinesi e ferito 11.750 persone. Altri 22.000 sono stati arrestati.

Un altro rapporto, del West Bank Protection Consortium (Wbpc), guidato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati, rivela che i coloni israeliani sono sempre più spesso responsabili di molestie e abusi sessuali contro i palestinesi nell’Area C della Cisgiordania, per spingerli ad abbandonare terre e case. L’inchiesta, condotta lo scorso anno e realizzata grazie a decine di interviste, documenta almeno 16 casi di violenza sessuale attribuiti a coloni e anche a soldati israeliani. Oltre il 70% delle famiglie sfollate intervistate ha indicato nelle minacce di abusi sessuali il fattore determinante nella decisione di fuggire. Adulti e ragazzi hanno denunciato di essere stati spogliati con la forza, umiliati sessualmente e sottoposti a trattamenti degradanti. «Il nostro rapporto documenta come gli autori di questi crimini prendano di mira donne, uomini e bambini in modi che danneggiano le famiglie e privano le comunità della capacità di sopravvivere. L’abuso sessuale non è un episodio isolato: è un fattore chiave che spinge le persone a fuggire dalle proprie case. Le donne riportano tassi elevati di grave disagio psicologico, insieme a paura persistente e instabilità dopo il reinsediamento», denuncia Allegra Pacheco, responsabile del Wbpc.

A Gaza, intanto, aumentano i raid compiuti nelle aree vicine alla linea gialla di demarcazione da milizie collaborazioniste palestinesi, armate e sostenute dall’esercito israeliano che occupa il 53% della Striscia. Testimoni hanno riferito di jeep con a bordo uomini di Husam al Astal (altri parlano di Ghassan al Dahini, il successore di Yasser Abu Shabab ucciso nei mesi scorsi) che lunedì, dopo aver compiuto scorribande tra Khan Yunis, Bani Suheila e Mawasi, si sono scontrati con le forze di Hamas. Nelle sparatorie è stata uccisa Rasha Abu Jazar, 36 anni, incinta, che preparando da mangiare in una tenda. Secondo un’altra versione è stata colpita da un drone intervenuto per coprire la ritirata ai miliziani. Altri due palestinesi sono stati uccisi da spari israeliani in altre località di Gaza.

Israele (Internazionale) Aws Al Naasan aveva sette anni quando rimase orfano. Il padre Hamdi, nel 2019, venne ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da soldati. «Come Hamdi, anche Aws ora è un martire nella gloria di Dio», dicevano ieri ai giornalisti alcuni dei partecipanti ai funerali del ra...

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Sabato le donne perla Pace hanno cucito i loro corpi e i loro sogni. Anche noi a Parma abbiamo aderito con la nostra fiera disarmata e disarmante

30/03/2026
30/03/2026
30/03/2026

In un momento in cui in molte città d’Italia il movimento di solidarietà con il popolo palestinese è sotto attacco, chiamiamo alla coesione e alla resistenza contro la repressione di stato e il tentativo di criminalizzazione delle pratiche che uniscono i popoli contro i dettami imperialisti e coloniali. Le mobilitazioni a terra dello scorso autunno hanno trasformato un'azione civile in un mandato popolare. Le piazze hanno dato legittimità a una missione che agisce al di fuori delle istituzioni – proprio perché queste non agiscono, rendendoci complici del genocidio del popolo palestinese.

Ma la Palestina non è libera. La nostra missione è tutt'altro che conclusa.
Il cosiddetto “cessate il fuoco” non ha posto fine alle sofferenze a Gaza. I bombardamenti continuano, la popolazione civile resta sotto assedio, la maggior parte degli aiuti rimane bloccata. I nostri governi sono complici di tutto questo e noi non possiamo fare un passo indietro solo perché la violenza diventa meno visibile. Mercoledì primo aprile in p.le G. Inzani siete tutt* invitati alla presentazione della nuova missione della Global Sumud Flotilla.
Quando i governi falliscono, noi salpiamo.

Ne parliamo con Patrizia Dall'Argine autrice del podcast "Finché arriveremo a Gaza" e rappresentante di Global muvement ti Gaza, Ciac Casa delle donne Parma Potere al Popolo Parma e provincia Usb Confederazione di Parma
https://www.instagram.com/p/DWgFwbhDI6p/?igsh=MWlseWJmczF1NWo3aw==

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