07/03/2024
“La quarta parete”
Di Sorj Chalandon
Ed. Keller
La quarta parete come spiega lo stesso autore nel romanzo è “Una facciata immaginaria, che gli attori costruiscono a bordo scena per rafforzare l’illusione. Una muraglia che protegge i loro personaggi. Per alcuni un rimedio contro il panico. Per altri il confine del quarta reale. Un recinto invisibile, che a volte rompono con una battuta rivolgendosi alla sala”
Il messaggio di questa storia che non esito a definire straordinaria sta nella forza del teatro e nel ruolo della cultura nella vita quotidiana.
Nel romanzo si esalta, il miracolo del Teatro, che si perpetua nel tempo in modo sempre uguale e sempre diverso fin dalle origini della civiltà umana: il teatro, fattore indispensabile all’uomo, perché attraverso il teatro si può dire e vedere, perché nel teatro l’uomo afferma se stesso i suoi bisogni, il teatro è specchio, è veicolo, metafora, mediatore, costruttore della cultura e dello scambio necessario alla sua diffusione. Samuel il greco, regista teatrale, uno dei protagonisti principali della storia sa tutto questo, l’ha già vissuto durante la dittatura greca, sa che solo con un gesto di cultura si può dimostrare che gli uomini restano umani e in loro sopravvive la scintilla della pace qualunque situazione stiano vivendo. Senza tutto ciò, lo spazio è solo della barbarie, si torna alla dimensione animale, si apre a violenza, crudeltà e massacro.
L’altro tema portante del libro risiede nella fascinazione perversa esercitata dalla violenza sull’uomo. Georges, personaggio chiave della storia, sessantottino francese, dalla violenza urbana della sua giovinezza, può e vuole uscire, la rifiuta, preferisce la sua famiglia, da lui vissuta come la sua quarta parete parigina. Ma una nuova inaspettata prova lo attende deve recarsi in Libano, per onorare la promessa fatta a Samuel, suo grande amico ammalato gravemente, per allestire la recita di Antigone, nella riscrittura di Anouilh nel centro della Beirut in preda alla guerra. I dettagli erano già stati concordati e Georges deve solo confermarli: gli attori dovranno provenire dalle parti in guerra fra loro; il luogo scelto per la rappresentazione è uno spazio a cavallo fra i confini che delimitano le rispettive zone occupate; i comandanti delle fazioni devono accettare una tregua per la durata della recita; la colonna sonora deve essere il Requiem di Duruflè. Samuel aveva già predisposto tutto. Georges deve solo, riprendere i contatti con gli attori e con i capi militari, e con loro stabilire una data precisa. Poi potrà tornare a Parigi, e ripartire solo per il tempo necessario alla recita. Ma la violenza della guerra in Libano lo spiazza, lo stravolge, lo ossessiona, diventa il suo incubo.
Chalandon qui fa una denuncia del pericolo subdolo e devastante: il sangue, la morte, il massacro, possono produrre dipendenza, abbattono ogni tentativo di quarta parete e non consentono alternative. Per questo talora la narrazione si fa dura e spietata: ma bisogna descrivere, scendere nei dettagli del male, è obbligatorio vedere senza girarsi dall’altra parte. Bisogna avere il coraggio di affrontare la nostra natura fino in fondo, e ripartire per cambiarla. Ed io condivido il suo pensiero. Una lettura importante che induce sofferenza ma che aiuta a crescere a leggere la realtà con altri occhi.