Pervigilium Veneris

Pervigilium Veneris Per tutti coloro che amerebbero passare la loro primavera nei luoghi di questo stupendo poemetto...

Selezione dal web di risorse e approfondimenti di storia antica, letterature classiche e archeologia per umanisti e insegnanti.

La taverniera così parlò a lui, a Gilgamesh:«Gilgamesh, dove stai andando?La vita che tu cerchi, tu non la troverai.Quan...
26/06/2024

La taverniera così parlò a lui, a Gilgamesh:
«Gilgamesh, dove stai andando?
La vita che tu cerchi, tu non la troverai.
Quando gli dèi crearono l’umanità,
essi assegnarono la morte per l’umanità,
tennero la vita nelle loro mani.
Così, Gilgamesh, riempi il tuo stomaco,
giorno e notte datti gioia,
fai festa ogni giorno.
Giorno e notte canta e danza,
che i tuoi vestiti siano puliti,
che la tua testa sia lavata, lavati con acqua,
gioisci del bambino che tiene (stretta) la tua mano,
possa tua moglie godere al tuo petto:
questo è retaggio […]
[…]
che ogni essere vivente […]»

La saga di Gilgamesh
versione paleobabilonese, ca 1700 a.C
(a cura di Giovanni Pettinato)

ESCHILO NEL SUO TEMPO “Questo sepolcro racchiude ESCHILO, figlio di Euforione, Ateniese, morto a Gela ricca di messi; il...
19/06/2024

ESCHILO NEL SUO TEMPO

“Questo sepolcro racchiude ESCHILO, figlio di Euforione, Ateniese, morto a Gela ricca di messi; il bosco di Maratona potrebbe parlare del suo valore illustre e il Medo dalla lunga chioma, che lo conosce.”

Questo l’epitaffio inciso sulla tomba di Eschilo a Gela, probabilmente da lui stesso ispirato. Nessun cenno alla gloria poetica, ma l’orgogliosa rivendicazione di avere servito con valore la patria, combattendo vittoriosamente a Maratona, nel momento drammatico dell’invasione persiana del 490 a. C.

Sono i decenni della costruzione nella città di Atene di un inedito regime politico, l’isonomia, ‘ordinamento paritario’, che ne rinnova profondamente l’assetto istituzionale. L’isonomia prevede che il governo della comunità non debba più essere un monopolio, ormai socialmente anacronistico, delle antiche famiglie aristocratiche, i ghenē, esercitato mediante le loro associazioni, ma sia aperto, di diritto e di fatto, alla partecipazione di tutti i cittadini tramite l’assemblea, il consiglio, i tribunali popolari.

Si verifica dunque sia un progressivo trasferimento di forza dagli antichi ordinamenti delle esclusive consorterie aristocratiche alle nuove o rivitalizzate istituzioni, aperte a tutti, dello Stato, che acquista sempre più poteri e funzioni, sia lo svuotamento di efficacia delle vecchie consuetudini, thesmoi, in favore delle nuove leggi, nomoi.

Entrambi gli eventi segnano il passaggio da ciò che veniva considerato eterno e immutabile a ciò che viene consapevolmente istituito e codificato, ritenuto suscettibile di modifiche, in base alle circostanze. Se prima lo Stato era concepito essenzialmente come una concreta struttura privata e familista, strumento di potere dei ghenē, ora comincia ad affermarsi il nuovo concetto astratto di Stato come ente pubblico costituito dall’universalità dei cittadini, dispensatore di eguali diritti per ciascuno.

Si tratta di un progetto ambizioso, che verrà portato avanti ma che purtroppo non avrà compimento.

Oltre che alla potenza dei nemici che circondano Atene, il fallimento sarà dovuto alle contraddizioni interne: i nuovi esponenti politici ripeteranno, chi più, chi meno, gli errori commessi dai membri della vecchia classe dirigente, ricadendo negli stessi atteggiamenti di chiusura egoistica, di aggressione e sopraffazione, tanto da consentire agli avversari di parlare non più di isonomia, ma di democrazia, ‘dominio del popolo’, che si sarebbe meramente sostituito all’antica aristocrazia come classe dominante.

Il nuovo regime di Atene avrà una vita di circa due secoli, il V e il IV a. C., rimanendo per lunghissimo tempo, dopo la sua estinzione, un unicum nella storia. Ma nei suoi primi decenni esso riesce ad avere la meglio, grazie alla sua giovane vitalità, su tutti i nemici che lo aggrediscono, quelli interni, gli aristocratici, e quelli esterni, l’oligarchica Sparta e i Persiani.

Eschilo, nato nel 525 ad Eleusi, nei pressi di Atene, è nobile per nascita, ma, come altri della sua classe sociale, aderisce pienamente al progetto della nuova Atene, combatte come soldato valorosamente per essa, la istruisce facendosi interprete e maestro sulla scena dei nuovi ideali.

In un momento in cui la tradizione tendeva a cedere di fronte all’avanzare dell’innovazione, non senza forti resistenze, Eschilo fu apertamente un innovatore, nel senso autentico di questa parola: egli non ruppe di principio con la tradizione, ma la esaminò e la corresse consapevolmente laddove trovava errori, non esitando a dichiararlo francamente sulla scena. Non c’è dubbio che fu uno spirito libero, nemico di ogni conformismo, cosciente del suo ruolo di intellettuale: se il suo patriottismo era indiscutibile e le vittorie di Atene sui nemici erano esaltanti, egli però non temette di ammonire la sua Patria sulle conseguenze di una politica estera aggressiva: dopo ogni guerra “ciascuno ha negli occhi colui che scortò alla partenza. Ma ora, nelle case non tornano uomini vivi: funebri vasi, invece, e cenere!” (Agamennone, 433-436, utilizzo l’originale e felice traduzione dell’Orestea di Ezio Savino, Milano, 1978)

Eschilo fu il creatore della ‘tragedia greca’. Prima di lui c’era un solo attore, l’hypocritēs, che dialogava con il Coro. Eschilo introdusse il secondo attore, il deuteragōnistēs, e lo fece dialogare con il primo, che diventò allora il prōtagōnistēs , così trasformando quello che prima era sostanzialmente un canto corale nella effettiva rappresentazione di un’azione, in greco drama.

Un’altra innovazione di Eschilo fu la ‘trilogia legata’.
Ogni autore che voleva partecipare al concorso che si svolgeva all’inizio della primavera durante le feste di Dioniso, doveva presentare una tetralogia, ossia tre tragedie e un dramma satiresco, che era una rappresentazione di argomento più leggero, che doveva alleviare, per così dire, secondo la concezione greca della moderazione, il patimento e l’angoscia che gli spettatori provavano durante la visione delle tragedie.

Un esame preliminare selezionava tre autori che, uno alla volta, rappresentavano le loro opere in un solo giorno, dal sorgere al tramonto del sole. Una giuria designava poi il vincitore. Eschilo per la prima volta presentò tre tragedie, ciascuna delle quali metteva in scena i successivi momenti di un’unica vicenda, che veniva così seguita in tutto il suo svolgimento e sviluppata nelle sue varie implicazioni.

Curiosamente, per l’autorità di Eschilo, la trilogia legata sarà ritenuta la forma canonica e sarà erroneamente considerato un innovatore proprio il conservatore Sofocle, che prediligerà invece la trilogia sciolta. È chiaro l’intento di Eschilo sia di scandagliare la profondità della materia mitica, senza la quale non vi sarebbe stata la tragedia, sia di coinvolgere gli spettatori in una riflessione dialettica, articolata su più punti di vista.

Eschilo non narra il mito, lo interpreta, trasfigurandolo, come se fosse un nostro contemporaneo, in funzione dei problemi che vuole affrontare. E poiché i suoi problemi sono ancora i nostri, egli è anche un classico. Oltre che della musica e della danza, la tragedia di Eschilo si avvale di una scenografia spettacolare: diremmo oggi che si tratta di una rappresentazione multimediale.

Con l’ Orestea, l’unica trilogia che ci rimane, Eschilo vinse, nel 458, il suo ultimo premio. L’argomento delle tre tragedie, Agamennone, Coefore, Eumenidi, è la saga del ghenos degli Atridi, cosparsa di orrendi delitti.

L’origine religiosa della tragedia greca faceva si che per legge fosse vietato agli autori la rappresentazione palese di scene di sangue. Questa circostanza esalta l’abilità di Eschilo nel creare momenti di paura e di angoscia, quando il delitto viene occultato alla vista degli spettatori o ad esso si allude nei dialoghi o nei canti del coro.

L’uccisione, per mano della moglie Clitennestra, di Agamennone, che aveva sacrificato la loro figlia, Ifigenia, per propiziarsi la felice navigazione verso T***a, il matricidio compiuto da Oreste, per vendicare l’assassinio del padre, sono gli ultimi anelli di una catena di crimini, le più recenti chiazze di sangue in una reggia, dove sono indelebili le tracce dei continui misfatti. Può questa catena essere spezzata?

Per un’antica concezione, in parte accolta dallo stesso Eschilo, ciò non è possibile. Un delitto genera un altro delitto, come una causa genera il suo effetto; il sangue versato richiede altro sangue, secondo l’ordine imposto dalla legge della vendetta. All’origine c’è una colpa: essa genera nella discendenza quella inclinazione al male che causa altre colpe; insieme ai beni materiali, la furia, la follia, lo strazio del dolore sono un’eredità che si trasmette, col sangue del ghenos, dai genitori ai figli.

Secondo una concezione parallela, il male degli uomini è dovuto all’invidia degli dei (phthonos tōn theōn).

Quando un uomo vive una vita prospera e felice, allora essi, invidiosi che un mortale possa sfiorare la loro condizione di beatitudine, lo inducono a rendersi colpevole di hybris, tracotanza.
Per chi si macchia di tale colpa, che consiste in qualunque atto mediante il quale l’uomo oltrepassa i propri limiti di essere per natura finito, che non deve mai pretendere per sé “nulla di troppo”, in piaceri, ricchezza, potere, la rovina segue immancabile e proviene dagli dei.

Ma qui interviene Eschilo con la sua riflessione personale.

La tradizione etica e religiosa è per lui in parte errata e deve essere corretta. La colpa è ereditaria, ma può essere espiata, spezzandone così la catena; il male proviene dagli dei, ma come punizione per le colpe commesse autonomamente dagli uomini e strumento di espiazione, non certo per loro invidia, perché la Divinità non è invidiosa degli uomini, è per sua essenza giusta e non può certo indurre al male. Zeus, “chiunque mai è, se così gli è amabile sentirsi chiamato”, (Agam., 160-161) impone agli uomini l’espiazione delle loro colpe mediante il dolore e li guida, attraverso l’esperienza della sofferenza, a raggiungere quella consapevolezza della propria finitezza, la misura del limite, in cui consiste la saggezza. “Zeus, che segnala ai mortali la strada dei savi pensieri a questo impose vigore di legge: ‘sapere attraverso il soffrire’ (pathei mathos). Perfino nel sonno, sul cuore - goccia su goccia - cade la f***a, il rimorso che ha buona memoria. Così a chiunque tocca misurare i pensieri; anche a chi non vorrebbe. E’ questo il dono brutale - per dire - dei numi…” (Agam., 176-183)

Eschilo è consapevole della propria novità, tanto da dichiarare esplicitamente: “Io mi stacco: isolato da tutti il mio pensare”. (Agam., 757-758 )

Se è opinione antica e comune che la felicità umana per la malevolenza degli dei tracolla in rovina, si tratta di un errore: “[ecco] la prova: alle case in cui vige giustizia tocca sempre - è destino- onorata progenie”. (Agam., 761-762)

E la giustizia non è un privilegio di casta. “Giustizia fa luce anche nei casolari lordi di fumo. Fa spiccare un vivere probo… Si dirige alle case pure e non venera il lustro del ricco- falso conio di parole. Tutto scorta al traguardo”. (Agam., 772- 782)

Il tetro mondo arcaico, dominato da cieca necessità e divinità ostili, arretra in Eschilo di fronte all’avanzare di un nuovo mondo, nel quale il male e la rovina non hanno più il carattere ineluttabile di eventi naturali.

Il destino, cui si è soggetti per nascita, fa luogo al principio della responsabilità personale, che implica la possibilità della libertà dell’uomo come individuo. Al determinismo etico ci si può sottrarre grazie ad una libera scelta fra il male e l’osservanza del culto della più alta forma del divino, D**e, la Giustizia, che è Dio stesso.

Nel finale dell’ultima tragedia dell’Orestea, le Eumenidi, si assiste alla trasposizione politica di tale discorso, che costituisce il culmine dell’azione drammatica dell’intera trilogia e forse l’aspetto maggiormente innovativo dell’opera di Eschilo, dove egli rivela più apertamente la sua adesione ai nuovi ideali politici.

Oreste, che ha ucciso la madre, istigato da Apollo a vendicare il padre, è giunto ad Atene dove è supplice davanti al simulacro della dea protettrice della città, Atena, di cui invoca la protezione per sfuggire alla persecuzione delle Erinni, demoni che perseguono invece la vendetta della madre.

Oreste è colpevole o innocente?

Fra Apollo e le Erinni, al centro la sorte di Oreste, si accende un conflitto sul quale la stessa Atena dichiara la propria impotenza a giudicare: se valgono ancora gli istituti del vecchio mondo, tale conflitto è irrisolvibile.

Allora Atena decide di concepire un ordine dove valgano nuove leggi. A tale scopo la dea istituisce, facendone dono prezioso alla città, il Tribunale dell’Areopago, che prende il nome dalla collina di Atene dove storicamente teneva le sue udienze, dal quale Oreste deve essere sottoposto a giudizio, da imputato in un processo, ossia un pubblico dibattito mediante il quale, vagliate le ragioni dell’accusa e quelle della difesa, una giuria imparziale stabilirà se egli è colpevole o innocente.

Una procedura razionale di accertamento della colpa sostituisce l’irrazionalità della vendetta, che colpisce alla cieca. La giustizia privata dei ghenē, deve così cedere definitivamente il seggio alla giustizia pubblica dello Stato, portando a compimento una evoluzione storica, iniziata un secolo prima con le leggi di Dracone, cui Eschilo conferisce massimo prestigio e autorità attribuendole origine divina.

La vendetta di sangue, che genera le faide e turba l’ordine della comunità, è abolita; le antiche norme consuetudinarie e rituali devono perdere il loro vigore. Il nuovo Stato, con le sue leggi, prende su di sé il compito di assicurare a tutti la giustizia, proteggendo gli innocenti e punendo i colpevoli. La catena delittuosa può essere spezzata grazie alla nuova autorità dello Stato, che ha liberato l’individuo dalla soggezione ad un potere privato e familistico. Da membro soggetto di associazioni private e chiuse, l’individuo è divenuto libero cittadino di una istituzione pubblica e aperta, lo Stato.

Strumento dello Stato e fonte della sua autorità sono le leggi, che sebbene devono ispirarsi alla divina Giustizia, sono opera umana, promulgate in seguito ad un pubblico dibattito, simile a quello processuale. E di fronte alla legge, tutti i cittadini sono eguali in conseguenza del nuovo principio dell’isonomia.

Oreste viene assolto con il voto determinante di Atena, che presiede pro tempore il tribunale. La figlia di Zeus placa poi la rabbia delle Erinni, a cui Atena ha riconosciuto il diritto, negato da Apollo, di esporre le loro ragioni. Secondo l’altrettanto nuovo principio dell’isēgoria, fondamentale nel nuovo ordinamento politico, tutte le opinioni hanno eguale dignità chiunque sia colui che le esprime e hanno dunque il diritto di essere ascoltate e prese in considerazione: un’attenta valutazione stabilirà quali di esse siano le migliori.

E le Erinni hanno buone ragioni, che Atena è disposta a riconoscere.
Le Erinni così placate diventano Eumenidi, ossia divinità benefiche.

Nel vecchio mondo, di cui vale la pena conservare il meglio, esse avevano il compito di infondere negli uomini il timore della colpa. Nel nuovo mondo, anche se fondato, in positivo, sulla legge e non, in negativo, sulla paura, Atena ritiene che la loro funzione sia ancora utile, come deterrente al delitto. Così Atena trova anche per esse un posto adeguato nel nuovo ordine etico e politico di cui garante è il padre Zeus, il Dio-Giustizia.

Ma da ora in poi spetterà agli uomini approssimarsi a questa norma ideale, tendendo ad adeguare ad essa le loro leggi. Dal mondo della tragedia questo problema passerà con Platone all’universo della riflessione filosofica.

È solo il caso di ricordare che Eschilo è soprattutto un artista, uno dei più grandi. Egli sa far vibrare tutte le corde. Può far fremere di orrore il pubblico intonando il canto delle Erinni: “Avvolge carne immolata/ questa nenia frenetica/ demenza che svuota/ canto d’Erinni/ magico cerchio sul cuore, muto/ di cetra, di un uomo/ lascia la cenere”. (Eumenidi, 328-333)

Ma sa anche con incomparabile leggiadria descrivere la bellezza di Elena: “…impressione di calma,/ di mare senza vento. Venne/ come un fregio discreto di ricchezza,/ lampo d’occhi illanguiditi/ primizia d’amore che addenta il cuore”. (Agam., 737- 743)

Siracusa Teatro greco

La "Medea" di Euripide nel suo tempoNella primavera del 431 a. C., ad Atene, l’agone tragico delle Grandi Dionisie fu vi...
18/06/2024

La "Medea" di Euripide nel suo tempo

Nella primavera del 431 a. C., ad Atene, l’agone tragico delle Grandi Dionisie fu vinto da un ‘figlio d’arte’: l’onore del primo dei tre premi, infatti, venne conferito ad Euforione, figlio di Eschilo. Il secondo premio fu assegnato a Sofocle.

Il terzo ed ultimo premio, di consolazione per aver superato almeno la selezione iniziale dei tre poeti in gara, toccò ad Euripide, che aveva presentato una trilogia della quale faceva parte la Medea.

Il pubblico ateniese non era nuovo a contenuti forti sulla scena tragica, ai quali era d’altra parte abituato dalla tradizione mitologica, ma nel caso della Medea è probabile che rimanesse sfavorevolmente colpito dall’intensità, e dalla qualità, della violenza dell’azione drammatica, culminante nell’ uccisione dei propri figli da parte della protagonista, Medea, che così si vendicava dei torti che ella aveva patito dal loro padre, Giasone.

L’infanticidio, come vendetta per il tradimento, un ripudio sul piano legale, dovette apparire un gesto abnorme, tale da non rappresentare, neppure indirettamente, come era consuetudine, sulla scena. L’uccisione della rivale e del padre di lei, pur raccapricciante nel racconto fatto da chi vi aveva assistito, era tollerabile, l’infanticidio no. Ed il pubblico ateniese espresse la sua disapprovazione.

Medea è un’opera complessa, in cui si intrecciano tematiche diverse. Il primo dato cui tener conto è che siamo alla vigilia di una guerra già dichiarata. A breve Atene attende l’invasione spartana dell’Attica e si prepara a resistere e a contrattaccare.

Tutto è pronto, messo a punto ed ordinato, almeno nei piani del comandante supremo, Pericle. Con lui Atene è consapevole della sua potenza, mai avuta a tal punto in passato, della sua superiorità di mezzi e di strategia, che nelle sue intenzioni dovrebbe logorare inevitabilmente il nemico. Ma la guerra si annuncia comunque lunga e spietata, data anche la forte contrapposizione ideologica tra la democratica Atene e la oligarchica Sparta e i suoi alleati.

Si attende dunque un’esplosione di violenza e brutalità. “Risalgono i monti le acque dei sacri fiumi, giustizia è sovvertita, ogni valore è sconvolto… Svanito è il rispetto del giuramento, scomparso il pudore della grande Grecia: si è dissolto nell’aria”. (Medea, 410-411, 439-440; traduzione italiana di Umberto Albini, Milano, 1999)
Così esclama Euripide, che dinnanzi a sé vede il dramma della violenza domestica e fratricida e nella vicenda che narra e nell’incendio che arderà la Grecia, violenza efferata e senza scampo. Il pubblico ateniese che censurò la tragedia probabilmente non colse questo nesso o lo volle esorcizzare. Certamente non poteva premiare il poeta che gli metteva davanti l’orrore cui si andava incontro.

Euripide utilizza la tradizione mitica come un repertorio di vicende e di personaggi che estrapola dal loro contesto e utilizza in funzione del suo tempo. In questo senso si dice che Euripide, consapevolmente anacronistico, ha smitizzato gli eroi e risolto il mito nel quotidiano. Ma il mito è intrinsecamente pluralista: di una stessa vicenda esistono diverse versioni, un medesimo personaggio mostra vari aspetti. Euripide fa di questa apparente incoerenza uno strumento per indagare la complessa psicologia reale degli uomini. Medea è originariamente nel mito una potente maga, nipote del dio Sole.

In questa veste, crudele, vendicativa e sprezzante, appare nella tragedia sia quando elimina la sua rivale con un atroce inganno, inviandole come segno di rappacificazione una veste e un diadema avvelenati, che la sventurata con ingenua vanità subito indossa, sia, nel finale, quando assisa sul carro alato, dono dell’avo divino, ormai al sicuro, come gli eroi omerici scioglie il suo vanto su un Giasone impotente e disfatto.

Ma Medea è anche altro nel mito ed allora veste gli abiti di una contemporanea di Euripide e per certi aspetti anche nostra. Così Medea diventa donna straniera ripudiata dal marito che ha seguito nella sua terra, donna tradita e umiliata dall’uomo che ha intensamente amato e per il quale ha sacrificato tutto; semplicemente donna, che si ribella alla condizione di inferiorità e sudditanza che la società maschilista assegna al sesso femminile nei confronti degli uomini.

Dietro tutto ciò si agita nella tragedia euripidea lo spettro di un dubbio critico che investe quella società e quella politica, che, proclamandosi libere e democratiche, non perdono occasioni, da parte loro, per tessere lodi di se stesse. Euripide non è un precursore del femminismo o del pacifismo: non dobbiamo cadere noi nell’anacronismo, interpretandolo secondo categorie che all’epoca non esistevano. (Si pensi che Euripide, malevolmente, è stato accusato, all’opposto, addirittura di misoginia).

Semplicemente, di fronte a ciò che la tradizione e il sentire comune, nella morale, nelle consuetudini sociali, nelle convinzioni ideologiche e politiche, considerano certo, saldamente acquisito e indiscutibile, Euripide esercita il diritto di critica, contrappone ad esso opinioni nuove e diverse, vuole scuotere le coscienze assopite sul guanciale del dato di fatto. Euripide, soprattutto, contesta le certezze di coloro che, singoli o collettività, nutrono troppa fiducia in se stessi, di chi ritiene che la propria intelligenza, le proprie convinzioni sul giusto e sull’utile, non lo portino mai sulla strada sbagliata.

Ha agito per il meglio Pericle quando nel 450 ha fatto promulgare una legge che riconosce la cittadinanza soltanto a chi ha padre e madre entrambi ateniesi? Non è stato così causa del ripudio di tante mogli straniere?
“Andare a letto con una barbara non comportava per te una vecchiaia gloriosa”- rinfaccia Medea a Giasone. (ibidem, 591-592)

Può Atene, che si vanta della propria costituzione democratica, chiudersi egoisticamente in se stessa, escludere dal godimento dei diritti che la sua cittadinanza assicura coloro che non possono vantare una discendenza 'pura'? Ha ancora senso una drastica discriminazione fra cittadino e straniero? O tra greci e 'barbari'? E, ancora, può una società che si considera all’avanguardia del progresso umano, un faro per la civiltà, trattare i legami coniugali e sentimentali solo in termini di convenienza ed interessi? E, soprattutto, può mantenere le donne in uno stato di inferiorità e di soggezione tale da far dire ad una di loro: “Fra tutte le creature dotate di anima e intelligenza, noi donne siamo le più sventurate”? (ibidem, 230-231)

E per la ragione che gli uomini e non le donne affrontano i pericoli della guerra? Ma ribatte Medea: “Che assurdità! Preferirei cento volte combattere che partorire una volta sola”. (ibidem, 250-251) Ai suoi riluttanti concittadini Euripide poneva queste domande.

Medea è una maga, nel mito un modo di definire una donna che sa. Proiettandola nella realtà, Euripide ne fa, per così dire, il proprio alter ego e, in generale, il simbolo dell’intellettuale incompreso. Egli, come Medea, è consapevole dei rischi del suo ruolo: di essere considerato una perditempo o di suscitare un’invidia ostile, soprattutto se la propria sapienza appare superiore a quella di chi è ritenuto un uomo colto ed esperto in vari campi.
“Il mio sapere- si duole Medea- o suscita gelosia o mi fa ritenere addirittura una nemica”. (ibidem, 304- 305)
Si tratta di un rischio, per i sapienti e i saggi, ancora attuale.

Medea probabilmente sarà apparsa alla maggioranza del pubblico ateniese solo una belva assetata di sangue e di vendetta, ma così non è. La sua determinazione vacilla quando sta per uccidere i figli, ben consapevole dell’orrendo crimine di cui si macchieranno le sue mani di madre. E come tale si rivolge loro: per loro ha penato, ha sopportato le doglie del parto, ha sperato che essi l’avrebbero assistita nella vecchiaia e poi pietosamente seppellita.
“Mi perdo di coraggio …quando vedo il volto sereno dei miei figli… come sono belli i miei figli… com’è dolce il [loro] respiro”. (ibidem, 1043, 1070-1071, 1075)

Ma Medea non può tollerare che vincano i suoi nemici, che essi si facciano beffe di lei, perché sua deve essere la vittoria. Ma caro sarà il prezzo da pagare: “Avviati, Medea, verso una vita di dolore… che donna infelice sono”. (ibidem, 1245, 1250)
Atene sta per affrontare una guerra che nei suoi piani sarà vittoriosa, avendo, come Medea, tutto ben previsto. Ma Atene è consapevole, come lo era Medea, che in ogni caso le spetterà di pagare un prezzo non lieve?

Euripide ammonisce la sua amata Atene: “Al mondo non esiste una persona felice. Se sopravviene il benessere, un uomo può essere più fortunato di un altro, ma non felice: mai”.(ibidem, 1228-1230)

Non è il frutto di un’ideologia pessimista, ma dell’esperienza del limite intrinseco all’uomo. La Medea si chiude come altre sue tragedie con quello che può essere dunque considerato il sigillo di Euripide: Dio è arbitro di molti eventi, Egli trova la strada per l’impossibile, ma molti propositi umani non trovano compimento. Eppure il poeta non si sottrae al compito di indicare alla sua Patria quello che egli ritiene debba essere il suo compito: rinunciare alla politica di potenza che ora essa sta perseguendo e continuare invece il cammino che essa ha intrapreso, arduo e faticoso come abbiamo sopra visto, verso una più alta saggezza e civiltà, con l’aiuto di Afrodite che “manda gli Amori per compagni alla Sapienza; con essa sono artefici di ogni virtù”. (ibidem, 844-845)

Laura Marinoni nelle vesti di Medea al Teatro Greco di Siracusa

..Con un fremito s'abbandonò allora il corpo, e la vita gemendo fuggì angosciata fra l'ombre...Ast illi solvuntur frigor...
13/05/2024

..Con un fremito s'abbandonò allora il corpo,
e la vita gemendo fuggì angosciata fra l'ombre.
..Ast illi solvuntur frigore membra
vitaque cm gemitu fugit indignata sub umbras.
Eneide, XI e XII (ed.it. Torino, 1989)

Perché la 'vita', lo spirito vitale, dell'eroe morente è 'indignata', angosciata (come ben traduce Calzecchi Onesti)? Virgilio lascia che a spiegarlo sia Omero, al cui testo rinvia la memoria del lettore:

Mentre così diceva, la morte lo avvolse,
l'anima lasciò le membra e volò nell'Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la forza e la giovinezza.

Ὣς ἄρα μιν εἰπόντα τέλος θανάτοιο κάλυψε,
ψυχὴ δ' ἐκ ῥεθέων πταμένη Ἄϊδοςδὲ βεβήκει
ὃν πότμον γοόωσα, λιποῦσ' ἀνδροτῆτα καὶ ἥβην.
Iliade, Π e Χ (ed.it. Milano, 2007)

'Indignata' traduce 'γοόωσα' (piangendo), un'operazione ipertestuale con la quale Virgilio rende omaggio al grande modello omerico, ma insieme orgogliosamente rivendica di averne degnamente raccolto l'eredità, nel segno del grande amore della vita, che diventa rimpianto e nostalgia quando essa dilegua.

“[..] Così parlava: e io volevo – e in cuore l’andavo agitando- stringere l’anima della madre mia morta.E mi slanciai tr...
12/05/2024

“[..] Così parlava: e io volevo – e in cuore l’andavo agitando-
stringere l’anima della madre mia morta.
E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava a abbracciarla;
tre volte dalle mie mani , all’ombra simile o al sogno,
volò via: strazio acuto mi scese più in fondo,
e a lei rivolto parole fugaci dicevo:
«Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti,
che anche nell’Ade, buttandoci al collo le braccia,
tutti e due ci saziamo di gelido pianto?
o questo è un fantasma che la lucente Persefone
manda perché io soffra e singhiozzi di più?»
[…]
Odissea
trad. it. Torino, 1989

01/05/2024

[Ἀναξαγόρας] μὲν οὖν φησι διὰ τὸ χεῖρας ἔχειν φρονιμώτατον εἶναι τῶν ζώιων ἄνθρωπον.

Anassagora dice che l'uomo è il più sapiente dei viventi perché ha le mani.

DK 59 A 102

28/04/2024

Nell’Iliade di Omero gli Dei non sono, generalmente, portatori di un messaggio etico. Una notevole eccezione è costituita però dall’intervento di Apollo nel libro XXIV (Ω 33-54) l’ultimo del poema. Gli dei devono decidere sulla sorte del ca****re di Ettore, sottoposto da Achille ad un trattamento oltraggioso.
Apollo è sdegnato per il vilipendio del corpo dell’eroe troiano e ne prende le difese, scagliandosi violentemente contro Achille, con motivazioni che vanno al di là del dovuto riconoscimento della devozione che Ettore ha sempre manifestato agli dei e della predilezione che Apollo ha sempre avuto verso di lui. Gli dei che parteggiano per Achille, li rimprovera Apollo, sono crudeli e funesti: non era forse puntuale Ettore nelle offerte rituali? Ma la collera del dio investe soprattutto il comportamento di Achille.
In questo canto Apollo non è il vendicativo dio ‘dall’arco d’argento’ che bersaglia con le sue saette gli Achei rei di aver offeso il suo sacerdote, o il nume tutelare di T***a che respinge Patroclo dalle mura della città e lo consegna inerme ad Ettore, ma svolge già un ruolo che gli sarà proprio nell’età classica: è il dio promotore della civiltà. Come tale è raffigurato, per esempio, sul frontone occidentale del tempio di Zeus ad Olimpia (471-456 a.C.): l’armonia e la compostezza della sua figura gli conferiscono una forza, calma e sicura, simbolo dell’autorità della ragione, con la quale egli domina una scena di lotta, metafora dello scatenarsi caotico degli istinti, delle passioni incontrollate e selvagge.
Apollo come emergente dio della razionalità, fatta di misura e di ordine, non può dunque tollerare il comportamento di Achille: la sua hýbris, la ‘tracotanza’, che egli manifesta agendo sfrenatamente secondo gli impulsi e le sue passioni, il dolore, l’ira, la rabbia, il furore, non è conciliabile con l’ordinamento civile di cui Apollo si fa promotore e garante. Le passioni ‘private’ di Achille devono cedere di fronte alle norme ‘pubbliche’: il suo rapporto con Ettore, con il nemico, non può regolarsi secondo il modello regressivo e selvaggio della ‘faida’ privata. Ad Ettore morto, secondo le norme, spettano onoranze funebri, familiari e pubbliche: non è nella disponibilità di Achille negare al nemico l’estremo legittimo onore, estendendo oltre misura la sua vendetta.
Invece Achille è ‘rovinoso’, non ha ‘mente assennata’ né ‘un animo trattabile’: si comporta come una belva, un leone feroce che si lascia trascinare dalla sua violenza e dal suo ‘cuore superbo’. Agisce in modo irrazionale e asociale. Nel suo furore si accanisce contro ‘insensibile terra’, esibisce, per la perdita dell’amico Patroclo, un comportamento isterico (cfr. Graves R. Greek Myths 163.3), non consono alla comune natura umana, che le Moire, le dee del destino, hanno dotato di un cuore ‘adatto a soffrire’ e a rassegnarsi: questo, dice Apollo, non è dignitoso e non gli reca alcun vantaggio. E’ necessario invece che Achille ritrovi in sé la ‘compassione’, éleos, e soprattutto il ‘pudore’, aidốs, che (nell’efficace traduzione del Monti, XXIV v. 62) “l’uom castiga co’ rimorsi e il giova”.
Aidồs è un elemento fondamentale dell’etica sociale greca: la sua mancanza, in Esiodo, caratterizza l’Età del ferro, quella del poeta, l’ultimo stadio del processo di caduta delle stirpi umane dal paradiso dell’Età dell’oro; per Protagora, secondo l’omonimo dialogo platonico (Prot. 322 c-d), insieme con la giustizia, dikē, aidốs è la virtù indispensabile per la civile convivenza fra gli uomini e per questo, mediante l’educazione, familiare e sociale, essa deve essere acquisita da tutti. Aidốs è il sentimento della vergogna che si prova per la violazione di una norma condivisa e il cui rispetto costituisce un’attesa sociale largamente diffusa. Chi prova vergogna si cura di esibire un comportamento onorevole, che gli procurerà la pubblica approvazione e gli eviterà le sanzioni e la riprovazione sociale. Zeus, “che sa imperituro consiglio”, vuole infatti che Achille, ottemperando alla norma, acquisisca ‘vanto’, kýdos, e non venga considerato invece un ‘folle’, uno ‘sconsiderato’, un ‘empio’: tale è appunto chi si pone al di fuori, o al di sopra, della norma comune, la legge, e, per ciò stesso, fuori dalla convivenza civile.
Achille è un ‘nobile’, agathós, un membro dell’élite, che gode di ‘onore’, timế, adeguato al suo rango e al suo merito, ma non per questo, sostiene Apollo, gli è permesso di vivere solo secondo i ‘propri’ istinti, desideri, codici, ma deve anche finalizzare la sua condotta alla realizzazione dell’ordine ‘comune’. Nell’invettiva di Apollo sono dunque adombrati due temi, diversi ma convergenti, uno etico, l’altro che possiamo definire politico. Il primo è la nascente convinzione che la civiltà è frutto del dominio della ragione sugli impulsi e le passioni, il secondo è la contestazione, qui ancora aurorale, della hýbris aristocratica che costituisce un grave pericolo per la vita ordinata della comunità.

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