Anpi Cavannacremonesi Paullo

Anpi Cavannacremonesi Paullo Associazione Nazionale Partigiani Italia - Sezione di Paullo

02/09/2026

Un racconto importante di Roberto Neri che da un contributo per aiutare a capire la situazione che si è creata dopo la Resistenza.

“Ci avevano accolti in festa ma eravamo stati sconfitti” commentava di recente l’ex partigiano novantenne Giovanni Gerbi ricordando come si concluse quella settimana di fine agosto 1946 trascorsa da ribelle, di nuovo in montagna e col fucile in mano. Gerbi, che all’epoca aveva 17 anni, stava parlando della controversa “insurrezione di Santa Libera”; a distanza di ottant’anni esatti è una vicenda, forse irrisolta, che merita una breve rivisitazione.

La destituzione di Carlo Lavagnino rappresenta la scintilla della rivolta. Ex comandante dei partigiani garibaldini piemontesi, Lavagnino lavora nella Questura di Asti come capo della polizia ausiliaria; questo corpo, dipendente dal ministero dell’Interno, ha assorbito diversi combattenti attivi nella Resistenza terminata da poco.

A metà agosto però l’ex garibaldino viene sostituito con un reduce del regime fascista, un ufficiale di quella polizia coloniale che, vista la totale perdita di colonie italiane, ormai è priva di senso. Lavagnino (nella foto è quello col berretto) non ci sta e contatta alcuni compagni della lotta passata.

Sia ad Asti che nel resto della neonata Repubblica nell’estate del 1946 molti di coloro che hanno sostenuto la lotta di Liberazione si sentono derubati e delusi. Emanata in giugno, la nota “amnistia Togliatti”, dal nome del ministro comunista primo firmatario, ha favorito un clamoroso colpo di spugna sui reati commessi dai fascisti in un quarto di secolo; e forse grazie ad essa viene reintegrato anche un condannato come il sostituto di Lavagnino.

Appunto il riapparire di esponenti del regime nei posti di comando dello Stato, e poi lo stop all’epurazione di chi aveva servito il Duce, e l’amnistia che i dirigenti del partito comunista faticano a spiegare ai propri elettori, in quelle stesse settimane rappresentano un trauma per chi è stato partigiano. Uno di questi è l’astigiano Armando Valpreda.

Saputo che al vertice della polizia ausiliaria di Asti siederà una camicia nera, il 23enne Valpreda (nella foto a fianco di Lavagnino) raduna alcuni combattenti che aveva guidato nelle Langhe fino all’aprile dell’anno precedente. Insieme la notte fra 20 e 21 agosto 1946 penetrano in Questura, riempiono un camion di viveri e partono destinazione Santa Libera, un nome che è tutto un programma.

Santa Libera è un paesino di collina attorniato da colline e vigneti nel cuore delle Langhe, e appartiene al comune di Santo Stefano Belbo, provincia di Cuneo, zona che Armando conosce bene. I ribelli, che dispongono di armi leggere, in gran parte usate durante la lotta di Liberazione e mai deposte, si asserragliano presso la torre in cima ad un colle da dove si controlla un vasto territorio.

Lavagnino con altri uomini si unisce a Valpreda nelle ore seguenti. La notizia di un gruppo di insorti a Santa Libera rapida si diffonde. Le autorità militarizzano l’area e la minacciano con armi da guerra, ma in molti esultano, in particolare ex partigiani piemontesi, emiliani e pavesi che inondano l’ufficio postale di Santo Stefano Belbo di telegrammi di sostegno all’insurrezione.

Non solo, oltre a registrarsi manifestazioni di simpatia nel Paese, riappaiono ex formazioni partigiane pronte a sollevarsi contro il clima di restaurazione che si respirerebbe nella Repubblica per la quale si sono sacrificate. Ai ragazzi di Santa Libera si uniscono altri aspiranti ribelli; alla fine saranno in tutto una sessantina, e faranno sapere di non avere fini violenti.

Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, negli stessi giorni è impegnato a Parigi per discutere della pace; quindi affrontare gli insorti tocca al suo vice Pietro Nenni, socialista, che sceglie di ascoltare i partigiani delle Langhe, e lo fa probabilmente in disaccordo con l’assente capo del governo. Dalla protesta di Santa Libera scaturisce così una lista di 12 condizioni per evitare che l’insurrezione prosegua.

Le richieste politicamente più importanti sono: la cancellazione dell’amnistia Togliatti, la ripresa delle epurazioni degli uomini del vecchio regime dal nuovo Stato, e la liberazione dei detenuti per reati giudicati comuni ma connessi invece alla lotta antifascista. Altri punti sono di tipo economico, occupazionale, amministrativo e risarcitorio, e rappresentano i soli che Nenni accetterà.

La trattativa incrina il fronte ribelle; Armando è contrario a farla, Lavagnino non sa, e a sorpresa il più conosciuto dei tre, Giovanni Rocca, pluridecorato capo dei combattenti garibaldini, la intraprende, e vola a Roma coi parenti di alcune vittime del nazifascismo per chiudere la partita. Intanto a Santa Libera a colloquio con gli insorti si presentano deputati, dirigenti dell’ANPI e altre personalità politiche.

Su tutte spicca Cino Moscatelli, uno dei più autorevoli ex partigiani piemontesi che -stando alle testimonianze- parla a Valpreda da uomo d’azione a uomo d’azione ma con realismo. E spiega che la rivolta, peraltro giusta, se si estenderà può finire come in Grecia, dove i comunisti sono appena stati sterminati dagli occupanti inglesi e dalle forze monarchiche.

Inoltre -prosegue Moscatelli- il PCI presso gli americani, che ancora occupano l’Italia, vorrebbe accreditarsi come affidabile ma si trova in imbarazzo. Conferma pure che la base comunista è furente per la “necessaria riconciliazione” con cui Togliatti giustifica l’amnistia, e che il partito rischia di ve**re estromesso dal governo. Armando capisce, capitola e smobilita dalla Langhe.

Nenni il 28 agosto 1946 emana il decreto che accoglie le richieste al ribasso concordate con la delegazione volata a Roma, e il giorno dopo gli ex insorti rientrano ad Asti accolti da una folla festante. Seguono i discorsi ufficiali ma la sostanza è quella riassunta all’inizio da Giovanni Gerbi, uno dei ribelli saliti a Santa Libera perché delusi di essersi battuti per una vita diversa, meno iniqua e meno ingiusta.

Nonostante la promessa di impunità avuta dal governo, Valpreda, Rocca e altri ex insorti avranno problemi con la legge per i fatti dell’agosto 1946, ma il primo rilancerà ancora. Gerbi e pochissimi altri compagni fidati saranno coinvolti da Armando nel suo progetto segreto della “Volante 808”; il numero identifica un esplosivo.

A parte l’aggressione a un torturatore fascista, tale Righi, che riappare in circolazione dopo avere beneficiato dell’amnistia, il gruppo eversivo di ex partigiani delle Langhe si scioglierà prima di commettere altri delitti. Di vera impunità godranno invece migliaia di reduci del regime; quelli condannati inizialmente a morte, all’ergastolo o a pene pesanti, e nell’estate 1946 ancora detenuti, saranno tutti liberati nel corso degli anni Cinquanta.

Togliatti, Nenni e i loro partiti nel maggio 1947 verranno estromessi dal terzo governo De Gasperi, archiviando la collaborazione fra le forze antifasciste nata durante quella Resistenza da essi definita poi “tradita”.

Armando Valpreda in conseguenza dell’episodio di Santa Libera perderà il posto di operaio in fabbrica ad Asti; morirà nel 2001 in provincia di Torino.

(scritto di Roberto Neri; fonte principale della vicenda è il filmato con Gerbi protagonista edito nel gennaio 2020 da Officine Video Indipendenti, dal quale è tratta anche la foto con Valpreda e Lavagnino; notizie anche dalla scheda “I ribelli di Santa Libera” pubblicato da Gemma Bigi il 29 novembre 2011 sul sito web di ANPI nazionale).

02/08/2026

SUL COMUNICATO CONGIUNTO ANPI-UCEI DEL 28/07/2026

Gentile Presidente Pagliarulo,
il comunicato congiunto ANPI–UCEI del 28 luglio sta determinando sorpresa e disorientamento al nostro interno, non tanto ovviamente per quanto concerne l’obiettivo di riaprire il dialogo tra le parti sui temi di vitale importanza per la democrazia italiana e la società, ma quanto per ciò che non vi compare: una chiara valutazione delle tensioni dello scorso 25 Aprile a Milano e delle loro cause, affinché nel prossimo anno episodi simili non abbiano più a verificarsi, essendo consapevoli che l’estrema destra al governo potrebbe avvantaggiarsi in campagna elettorale del ripetersi di tali situazioni.

Antifascista è chi l’antifascista fa, per questo non c’è la necessità di fare riferimento ad alcuna religione specifica: semplicemente occorre che vengano riconosciuti e perpetrati i valori antifascisti.
Chi rispetta questi principi è naturalmente incluso nella nostra causa, senza necessità di ulteriori comunicati congiunti.

Al contrario chi si è reso o si rende autore di azioni divisive tendenti ad esaltare chi fomenta e persegue la guerra e il genocidio, naturalmente si allontana dai principi di antifascismo, rispetto e democrazia. Azioni incompatibili con lo spirito del 25 Aprile e con i valori della Resistenza, come l’esibizione provocatoria da parte della Brigata Ebraica di cartelli di sostegno alle politiche del governo Netanyahu e dell’amministrazione Trump, che ci auguriamo non abbiano a ripetersi.

Apprezziamo la volontà delle parti di condividere il valore dell’antifascismo, la condanna degli atti di violenza e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione; occorre però essere conseguenti. La necessità di "riaprire il dialogo" o di "abbassare i toni" non può prescindere da una posizione netta e coerente come quella che l'ANPI ha più volte espresso relativamente al genocidio in corso in Palestina e al doveroso sostegno al popolo palestinese, che da decenni subisce occupazione, violenze e privazione dei propri diritti. E non può prescindere dalla necessità di fermare il genocidio, sostenere il popolo palestinese, riaffermare il ripudio della guerra e il valore universale dell'antifascismo.

Per queste ragioni chiediamo che su una questione di tale rilievo si apra un confronto ampio e partecipato all'interno dell'Associazione, che non può esaurirsi in comunicato emesso il 28 luglio e che riteniamo del tutto insufficiente. Un confronto e una partecipazione da svolgersi nel pieno rispetto dei valori fondativi dell’Associazione e del suo costante impegno contro ogni forma di oppressione, guerra e discriminazione.

Lodi, 2 agosto 2026

Ufficio di presidenza dell’ANPI Provinciale di Lodi

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - ANPI

02/08/2026
01/08/2026

“Si scopre che dal marzo 2026, all’insaputa degli italiani e del Parlamento e persino delle sue Commissioni, un contingente militare della nostra aeronautica è presente ed operativo con armamenti e aerei della Difesa italiana a supporto delle Forze Armate di Arabia Saudita, oltre che di Kuwait e Bahrein. Considerando anche che l’Arabia Saudita è entrata ufficialmente in guerra contro l’Iran, è legittimo immaginare che la missione italiana non sia di peacekeeping ma di guerra.
Mi pare che tale missione contrasti con l’articolo 11 della Costituzione e collochi di fatto l’Italia come Paese belligerante nel conflitto mediorientale. Si aggiunga che a giugno il governo italiano ha ammesso di aver concesso l’uso logistico delle basi sul territorio nazionale all’aviazione statunitense per azioni di attacco all’Iran. È in discussione la sicurezza nazionale, perché tutto ciò espone drammaticamente il nostro Paese ad azioni di ritorsione da parte di Teheran. Per questo chiedo che il governo, in attesa di un confronto parlamentare, sospenda qualsiasi attività del contingente militare italiano in quelle zone”.

✍️ Gianfranco Pagliarulo
Presidente nazionale ANPI

Paullo c'è.
27/07/2026

Paullo c'è.

Viva la nostra pastasciutta antifascista!
26/07/2026

Viva la nostra pastasciutta antifascista!

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