28/08/2026
❝ 𝘐𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘷𝘰 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢. 𝘝𝘰𝘭𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘦𝘳𝘦.❞
🌿 Il 28 agosto 1924, a Dunedin, in Nuova Zelanda, nasceva 𝗝𝗮𝗻𝗲𝘁 𝗙𝗿𝗮𝗺𝗲, una scrittrice che avrebbe conosciuto molto presto quanto possa essere pericoloso lasciare che siano gli altri a decidere chi siamo.
Cresciuta in una famiglia numerosa e modesta, Janet amava i libri e le parole. Sua madre aveva scritto poesie e in casa la letteratura non era qualcosa di lontano, riservato agli altri: era una possibilità, un modo di guardare il mondo. Janet avrebbe voluto insegnare, ma soprattutto desiderava diventare scrittrice. La vita, tuttavia, avrebbe preso una strada completamente diversa da quella che aveva immaginato.
🕊️ Nel 1947, dopo una serie di lutti e una profonda crisi personale, venne ricoverata in un ospedale psichiatrico. Le fu diagnosticata la schizofrenia, ma quella diagnosi era sbagliata. Per otto anni passò da un istituto all’altro, sottoposta a numerose sedute di elettroshock, mentre la sua identità veniva progressivamente sovrapposta a quella che gli altri avevano deciso per lei: una donna malata, fragile, incapace di tornare alla vita.
Eppure, anche dentro gli ospedali, Janet continuava a scrivere.
📖 Nel 1951 terminò una raccolta di racconti, 𝘓𝘢 𝘭𝘢𝘨𝘶𝘯𝘢 𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦, che vinse nel 1952 un importante premio letterario neozelandese. La notizia arrivò in ospedale proprio quando era stata presa in considerazione per sottoporla a una lobotomia. L’intervento venne annullato.
È uno di quegli episodi in cui la realtà sembra assumere, per un istante, la forma di un romanzo: un libro che arriva dall’esterno delle mura dell’istituto e interrompe un destino che sembrava già scritto.
🌺 Ma sarebbe ingiusto ricordare Janet Frame soltanto per essere scampata alla lobotomia grazie alla letteratura. Perché la sua grandezza non sta soltanto nella vicenda biografica, per quanto drammatica, ma nella scrittura che da quella vicenda seppe nascere.
In 𝘝𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢, pubblicato nel 1961, Frame tornò all’esperienza degli ospedali psichiatrici attraverso la storia di Istina Mavet, una donna che trascorre anni dentro le istituzioni. Non è un’autobiografia, ma un romanzo potente e doloroso, nel quale il mondo dell’ospedale viene raccontato dall’interno e le persone che lo abitano smettono di essere semplicemente “pazienti” per tornare a essere esseri umani, con la loro memoria, le loro paure, i loro desideri e la loro irriducibile complessità.
🌙 In 𝘎𝘪𝘢𝘳𝘥𝘪𝘯𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘶𝘮𝘢𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘪 𝘤𝘪𝘦𝘤𝘩𝘪, invece, la scrittura di Frame diventa ancora più visionaria e inquieta, attraversando il silenzio, l’isolamento e il rapporto fragile fra ciò che accade dentro di noi e ciò che gli altri credono di vedere. È una letteratura che non offre risposte semplici e non si lascia chiudere dentro una sola interpretazione.
📚 Nei suoi libri — tra cui 𝘎𝘳𝘪𝘥𝘢𝘯𝘰 𝘪 𝘨𝘶𝘧𝘪, 𝘝𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘶𝘯’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘢 𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 e 𝘜𝘯 𝘢𝘯𝘨𝘦𝘭𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘵𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢 — Janet Frame continuò a tornare sulla memoria, sulla solitudine, sull’infanzia e su quella sottile distanza che spesso separa una persona dal resto del mondo.
Ma è proprio nell’autobiografia 𝘜𝘯 𝘢𝘯𝘨𝘦𝘭𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘵𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢 che la sua storia acquista una forma compiuta: non la storia di una “malata mentale” che è riuscita a guarire, ma quella di una donna alla quale era stata attribuita un’identità e che, lentamente, attraverso la scrittura, si è ripresa il diritto di raccontarsi.
💭 Forse è questo ciò che colpisce di più, rileggendo oggi la sua vicenda. Perché le parole con cui descriviamo una persona possono diventare molto più potenti della persona stessa. Possono finire per sostituirla, per restringerla, per convincere persino chi le pronuncia di sapere tutto ciò che c’è da sapere.
Janet Frame ha conosciuto sulla propria pelle il peso di quelle parole. E ha risposto costruendo, libro dopo libro, una lingua che non accetta di semplificare gli esseri umani.
🌸 La sua scrittura guarda con particolare attenzione a chi rimane ai margini, a chi non trova facilmente il proprio posto, a chi viene considerato strano o diverso. Ma non lo fa con pietà. Lo fa con una forma di rispetto profondo, quasi ostinato, restituendo a quelle persone ciò che ogni definizione rischia di togliere: la loro complessità.
Nel 1990 Jane Campion portò sullo schermo la sua autobiografia con il film 𝘜𝘯 𝘢𝘯𝘨𝘦𝘭𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘵𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢, facendo conoscere al grande pubblico la ragazza dai capelli rossi che aveva attraversato gli ospedali psichiatrici ed era diventata una delle più importanti scrittrici neozelandesi del Novecento.
✨ Janet Frame morì nel 2004, nella sua Nuova Zelanda, dopo aver dedicato una vita intera alla letteratura. Non aveva bisogno di essere trasformata in un simbolo, né di essere ricordata soltanto per ciò che le era accaduto.
Era, prima di tutto, una scrittrice.
E forse oggi, nel giorno della sua nascita, il modo più bello per ricordarla è proprio questo: tornare alle sue pagine e ascoltare quella voce che per tanto tempo altri hanno cercato di definire, correggere, rinchiudere.
Una voce che alla fine è rimasta libera. 📖🌿