10/05/2026
A Stroncone una donna è stata aggredita con una violenza brutale in un contesto pubblico, nonostante l’autore fosse già sottoposto alla misura cautelare del braccialetto elettronico.
Sono vicina alla donna ferita e a sua figlia, colpite in modo diretto e devastante.
È fondamentale che quando una donna trova il coraggio di denunciare ne sia garantita la sicurezza. È un diritto, non una concessione.
Denunciare non può diventare un rischio aggiuntivo.
Ogni volta che una donna viene colpita dopo aver chiesto aiuto, si incrina la fiducia di tutte e questo non possiamo permetterlo.
Le donne che denunciano devono sapere che non saranno lasciate sole, che la loro scelta sarà sostenuta, che la loro vita conta più di tutto.
Perché la violenza ha un colpevole, sempre.
E le donne che denunciano devono essere tutelate, sempre.
Di fronte a quello che è accaduto a Terni in queste ore non possiamo limitarci a parole di circostanza, già sentite.
Una donna è stata colpita con una violenza feroce, in un luogo pubblico, davanti ad altre persone, dentro una quotidianità che avrebbe dovuto essere sicura.
E insieme a lei è stata colpita ancora una volta la fiducia di tante donne che ogni giorno cercano di uscire dalla violenza e di salvarsi.
Come Centro per le Pari Opportunità sentiamo dolore, rabbia e un senso di responsabilità profondo.
Ci sembra inutile parlare di parità quando il diritto alla vita e alla libertà delle donne viene ogni giorno colpito e offeso dalla violenza maschile.
Il nostro pensiero ora va a questa donna, alla sua sofferenza, alla paura che sta attraversando, alle gravissime condizioni in cui si trova e naturalmente a sua figlia.
A loro vogliamo dire con sincerità che non sono sole.
Ma sarebbe ipocrita fermarsi alla vicinanza emotiva senza avere il coraggio di dire che evidentemente qualcosa non sta funzionando.
Non funziona una società che continua a considerare la violenza maschile contro le donne come un fatto privato, episodico, inevitabile.
Non funziona un sistema che troppo spesso lascia sole le donne proprio nel momento in cui cercano protezione.
Non funzionano istituzioni che continuano a non investire abbastanza nella prevenzione, nell’educazione, nei centri antiviolenza, nelle case rifugio, nel sostegno economico e psicologico, nella formazione di chi deve intervenire.
Non funziona una cultura che ancora mette in discussione le donne, le loro paure, le loro scelte, i loro racconti.
Ogni volta che accade una tragedia ci indigniamo, ma l’indignazione non basta più.
Serve una responsabilità collettiva reale, continua, concreta.
Serve costruire una rete capace di proteggere davvero le donne prima che sia troppo tardi.
Come CPO continueremo a fare la nostra parte, ma oggi prima di tutto vogliamo stringerci attorno a questa donna e a sua figlia con rispetto, dolore e vicinanza autentica.
Perché nessuna donna dovrebbe vivere nella paura.
Perché salvarsi non dovrebbe essere una battaglia solitaria.