20/08/2026
Venezia, estate 1576. In laguna in una delle città ancora più sfarzose d'Europa la peste avanza casa dopo casa, contrada dopo contrada: quarantene, lazzaretti stracolmi, processioni proibite, migliaia di morti gettati nelle fosse comuni. Chiuso nella sua casa-atelier al Biri Grande, isolato come tutti i veneziani, un vecchio pittore ormai prossimo ai novant'anni lavora alla sua ultima, sconvolgente opera: la Pietà. Il 27 agosto muore. Il prete di San Canzian annota: morto di febbre. Non una parola sulla peste. Forse, davvero, morì di peste.
Nel 450° anniversario della scomparsa di Tiziano, debutta in prima assoluta "Mentre Venezia muore: l'ultimo voto di Tiziano. La Pietà e la peste del 1576", testo inedito di Matteo Melchiorre, che ne firma anche la lettura scenica.
Nato a Feltre nel 1981, dottore di ricerca a Ca' Foscari, dal 2018 Melchiorre dirige il Museo Giorgione, la Biblioteca e l'Archivio Storico di Castelfranco Veneto: uno storico che vive quotidianamente tra documenti d'archivio e capolavori del Rinascimento veneto. Alla ricerca scientifica affianca da anni una scrittura letteraria di razza, capace di trasformare le fonti in narrazione senza mai tradirle: "La via di Schenèr" gli è valso il Premio Cortina e il Premio Rigoni Stern, mentre il romanzo "Il Duca" (Einaudi) ha vinto, tra gli altri, il Premio Bergamo e il Premio Alassio ed è arrivato, tradotto in inglese, nella longlist dell'International Booker Prize.
Questa doppia natura — storico rigoroso e narratore capace di intensità emotiva — è la cifra di "Mentre Venezia muore". Il procedere di Melchiorre non è quello della cronologia scolastica, né quello, opposto, della libera invenzione: è un tendere pazientemente una ragnatela di fili — lettere, cronache, decreti del Senato, registri parrocchiali, testimonianze private — attorno al punto cieco della morte di Tiziano, di cui in realtà si sa pochissimo.
È il contesto, ricostruito filo per filo, a far maturare quella morte, a darle spessore, urgenza, senso. I documenti restano l'unico terreno solido; ma su di essi Melchiorre posa uno sguardo che li ricompone in un racconto capace di prendere alla gola, restituendo la temperatura emotiva di una città che si vede morire e di un uomo vecchissimo che, davanti al proprio finire e a quello del mondo intorno a lui, cerca nella pittura un ultimo, disperato voto di grazia.
Non una conferenza, non uno spettacolo convenzionale: una forma originale in cui ricerca storiografica, narrazione e teatro si intrecciano senza soluzione di continuità. Le parole di Melchiorre dialogano dal vivo con le azioni musicali di Nelso Salton (contrabbasso) e Tommaso Sogne (percussioni), che non si limitano ad accompagnare il racconto ma lo attraversano, aprendo squarci sonori nella narrazione e restituendo fisicamente il respiro affannoso di una città che muore e di un artista che, fino all'ultimo, cerca la grazia dentro la materia stessa della pittura — nei bruni, nei grigi, nei neri e negli improvvisi bagliori di luce dell'ultimo Tiziano.