22/04/2026
Caterina, radio clandestina
di Fiorenza Pistocchi
Un romanzo patrocinato dall’ANPI
La vicenda degli Internati Militari Italiani raccontata da Fiorenza Pistocchi, scrittrice pioltellese, figlia di partigiani e iscritta all’ ANPI Pioltello, è una pagina silenziosa e potentissima della nostra storia. Una forma di Resistenza senza armi, fatta di scelte, di dignità, di rifiuti.
Dopo l’Armistizio dell’8 settembre del 1943, circa 650.000 soldati italiani furono catturati e deportati nei Lager del Terzo Reich. Non prigionieri di guerra, ma “internati militari”: una definizione fredda, pensata per negar loro diritti e umanità.
Nei campi, la vita era ridotta all’essenziale, e anche meno. Fame, freddo, violenza. Costretti a lavorare senza tregua nell’industria bellica e nei campi agricoli tedeschi, sopravvivevano con razioni di cibo insufficienti, logorati nel corpo e messi alla prova nello spirito. Eppure, dentro quel buio, qualcosa resisteva.
Resisteva nella scelta.
La Repubblica Sociale Italiana offriva loro una via d’uscita: aderire, tornare a combattere al fianco del nazifascismo. Molti avrebbero potuto salvarsi. Ma la maggioranza disse no. Un no senza clamore, senza armi, senza testimoni. Un no che costava fame, fatica, solitudine, e spesso la vita.
Era questa la loro Resistenza.
E nel cuore dei Lager, dove tutto sembrava perduto, riuscirono persino a costruire una radio clandestina. Un filo invisibile con il mondo libero, una voce rubata al silenzio imposto, un gesto di ingegno e speranza. Ascoltare significava sapere che fuori la vita continuava, che la guerra non era eterna, che la libertà aveva ancora un nome.
Quando finalmente arrivò la liberazione, tra l’inverno e la primavera del 1945, il ritorno fu lungo, difficile, spesso solitario. L’Italia che ritrovavano non sempre li riconosceva. Il loro sacrificio, così ostinato e silenzioso, venne accolto con indifferenza o dimenticanza. Eppure, restano.
Eroi senza retorica, uomini che non avevano voluto quella guerra e che seppero rifiutare un regime quando farlo significava perdere tutto. Non combatterono con le armi, ma con la coscienza. Non gridarono, ma resistettero.
E nel loro silenzio, ancora oggi, parla la libertà.