L'abbiamo sentita evocare nel corso dell'ultimo quarto di secolo dai palchi più autorevoli e da quelli più improbabili, da destra, dal centro e perfino da sinistra, ma, passata l'euforia di un applauso, di risultati concreti ne sono rimasti pochi, giusto gli spiccioli. Al contrario abbiamo visto snodarsi, giorno dopo giorno, governo dopo governo, alternanza dopo alternanza, la più ineluttabile det
erminata e fantasiosa rivoluzione illiberale che i paesi più sviluppati abbiano conosciuto. E i tempi sono stati segnati dal costante aumento delle tasse sulle persone fisiche e sulle imprese, dalla distruttiva proliferazione del debito pubblico, dall'espansione della politica nella sfera delle libertà economiche, dall'esondazione del potere giudiziario fuori dai suoi confini, dall'arrembaggio inarrestabile e ipocrita della parte più illiberale della cosiddetta società civile. Accogliamo con soddisfazione ogni segnale di inversione di rotta, non lo sottovalutiamo, ma conosciamo la forza di resistenza degli interessi costituiti. Di quelli ne abbiamo a iosa. Ne escono tutti i giorni dagli editoriali o dai commenti dei maggiori quotidiani nazionali. Sono stampati in libri molteplici e preziosi, scorrono lungo innumerevoli siti di fondazioni, think tank, blog individuali e collettivi. Non c'è mai stato tanto liberismo nelle reti di comunicazione sociale e tanta impotenza liberale nei luoghi della decisione politica. Non non ci accontentiamo di questo. Vogliamo vedere le carte. Vogliamo giocare la partita vera. Quella dove conta più il carattere delle decisioni che la sincerità delle intenzioni. Al diavolo i corrotti e al diavolo gli onesti, se alla fine il loro comune segno distintivo è l'incapacità di cambiare l'italia e l'acquiescenza a modelli di conformismo politico e culturale.