ANPI Comitato Provinciale di Pistoia

Questo di Mariangela Di Marco è un articolo importante, perché ci ricorda non soltanto una pagina a lungo rimossa della ...
29/08/2026

Questo di Mariangela Di Marco è un articolo importante, perché ci ricorda non soltanto una pagina a lungo rimossa della repressione fascista, ma anche quanto sia stata difficile, nel dopoguerra, la costruzione di una memoria pienamente consapevole di ciò che il fascismo era stato.
Per molti anni sono rimaste ai margini o nell'ombra esperienze fondamentali della nostra storia: la partecipazione delle donne alla Resistenza, ridimensionata spesso dentro una narrazione prevalentemente maschile; la scelta degli Internati Militari Italiani, ai quali fu riconosciuto solo molto più tardi il valore resistenziale del rifiuto di collaborare con il nazismo e la Repubblica sociale; la persecuzione degli omosessuali, che il fascismo volle cancellare persino dal discorso pubblico, mentre li colpiva con il confino, l'internamento e l'emarginazione.
Non erano rimozioni prive di rapporto tra loro. Sopravvisse anche dopo la caduta del regime una parte di quella cultura che aveva costruito il proprio modello di società intorno al mito dell'uomo forte e virile, soldato e capofamiglia, alla subordinazione della donna e alla negazione di tutto ciò che non rientrava in quel modello.
Per questo la storia raccontata da Patria Indipendente parla anche al nostro presente.
Quando oggi tornano nel linguaggio politico l'esaltazione dei «maschi forti» e del «patriarcato mediterraneo», la rappresentazione della donna come soggetto da proteggere anziché come persona pienamente autonoma, l'ostilità verso le unioni civili e la pretesa di sottrarre alla visibilità pubblica contenuti definiti «omosessualisti», non siamo davanti soltanto a provocazioni linguistiche.
Riemerge una concezione della società che credevamo consegnata alla storia: gerarchica nei rapporti tra i sessi, discriminatoria verso chi non corrisponde a un modello prestabilito di famiglia e di identità, fondata ancora una volta sull'esaltazione della virilità.
Conoscere fino in fondo la storia del fascismo, comprese le pagine che per troppo tempo abbiamo lasciato nell'ombra, serve anche a questo: riconoscere le idee quando ritornano, anche se si presentano con parole nuove.

22/08/2026
Mai dimenticare
12/08/2026

Mai dimenticare

SANT’ANNA DI STAZZEMA, 12 AGOSTO 1944

Erano le sette del mattino.

Le SS salirono in tre colonne, con i fascisti del posto a fare da guida. Rastrellarono le case una per una, radunarono le famiglie nelle stalle e sul sagrato della chiesa, e le mitragliarono. Sui corpi gettarono le bombe a mano, poi le panche della chiesa, poi la benzina, e diedero fuoco.

In poco più di tre ore.

560 persone. Oltre 130 bambini.

La più piccola si chiamava Anna Pardini e aveva venti giorni.

Don Innocenzo Lazzeri si offrì al posto dei suoi parrocchiani: lo uccisero con loro. Genny Bibolotti Marsili scagliò uno zoccolo in faccia a un SS per dare a suo figlio Mario, sei anni, il tempo di scappare: Mario si salvò, lei no. Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria.

Poi il silenzio, per cinquant’anni. Le carte dell’inchiesta finirono chiuse nell’”armadio della vergogna”, ritrovato solo nel 1994 in uno scantinato della Procura militare di Roma.

Nel 2005 il Tribunale militare di La Spezia condannò all’ergastolo dieci ex SS. Nessuno di loro ha mai scontato un solo giorno di carcere: la Germania non li ha mai estradati e nel 2012 la Procura di Stoccarda ha archiviato tutto.

Per questo la memoria non è e non può essere un rito.

Oggi Sant’Anna è Parco Nazionale della Pace. Le case bruciate sono rimaste dove erano. Ci si sale a piedi, e si legge una lapide dopo l’altra: interi cognomi ripetuti dieci, dodici volte. Famiglie cancellate in una mattina d’agosto.

Onore ai martiri di Sant’Anna di Stazzema.





10/08/2026

Centinaia di adesioni alla candidatura proposta dal professor Mazzarella tramite Avvenire. Anche la leader del Pd, Schlein, si schiera: no al silenzio sulla situazione drammatica dei minori. Padre Ibrahim Faltas: riconoscere il loro sacrificio è un atto di verità e di giustizia

09/08/2026

COMUNICATO SULLA RIPRESA DEL DIALOGO ANPI-UCEI.

Il Comitato Provinciale ANPI di Pistoia ha esaminato il comunicato congiunto sottoscritto il 28 luglio 2026 dalla Segreteria nazionale ANPI e dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI).
Il Comitato ribadisce innanzitutto la condivisione della linea politica più volte espressa dall'ANPI: la ferma condanna delle politiche belliciste e razziste dell'attuale governo israeliano, del genocidio in corso a Gaza, delle gravissime violazioni del diritto internazionale, dell'occupazione dei territori palestinesi, del colonialismo e di ogni forma di imperialismo, nonché il pieno sostegno del diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e alla costituzione di uno Stato libero, sovrano e pienamente riconosciuto.

Nel corso di un confronto avuto dalla Presidente provinciale di Pistoia con il Presidente Gianfranco Pagliarulo il 30 luglio u.s. è stato chiarito che il comunicato congiunto non rappresenta, nelle intenzioni della Segreteria nazionale, alcun mutamento della linea politica dell'ANPI sul conflitto israelo-palestinese. La scelta è stata compiuta con l'obiettivo di riaprire il dialogo con quella parte del mondo ebraico italiano che si riconosca nei valori dell'antifascismo e della Costituzione, nella convinzione che ciò possa contribuire a isolare le componenti più oltranziste che negli ultimi anni hanno alimentato tensioni e contrapposizioni, in particolare a Roma e a Milano.
Il Comitato Provinciale di Pistoia prende atto del chiarimento. Ritiene, tuttavia, che il tentativo di riaprire il dialogo richieda condizioni politiche che, allo stato, non appaiono ancora maturate.
L'ANPI ha sempre distinto tra i governi israeliani, lo Stato di Israele e le comunità ebraiche italiane. È proprio perché questa distinzione ha caratterizzato la sua iniziativa politica che il Comitato Provinciale ritiene necessario interrogarsi sulle condizioni concrete nelle quali essa, oggi, possa continuare a tradursi in un dialogo coerente con i valori dell'antifascismo, della pace, del diritto internazionale e della Costituzione repubblicana.
In particolare, permane la convinzione che la ripresa di un dialogo pubblico con l'UCEI avrebbe richiesto segnali altrettanto pubblici di presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalle gravissime violazioni del diritto internazionale e dal clima di contrapposizione che ha accompagnato le celebrazioni del 25 aprile negli ultimi anni.
I gravi episodi verificatisi a Roma e a Milano, gli insulti rivolti all'ANPI, il ferimento di due iscritti dell'Associazione a Roma e la successiva iniziativa giudiziaria promossa dalla Brigata Ebraica per i fatti del corteo di Milano rappresentano vicende che hanno profondamente colpito molti iscritti e dirigenti dell'ANPI e che rendono difficile comprendere la riapertura del dialogo senza che, sul piano pubblico, siano intervenuti segnali di discontinuità rispetto ai comportamenti e alle posizioni che avevano determinato quella frattura.
Il Comitato Provinciale riafferma che le manifestazioni del 25 Aprile appartengono a tutte le forze democratiche e antifasciste e che devono continuare a svolgersi nel rispetto della pluralità dei partecipanti e dei valori della Resistenza e della Costituzione. Se nessuno deve essere escluso dalle celebrazioni della Liberazione, nessuno, tuttavia, può trasformarle in occasione di legittimazione di governi impegnati in guerre, occupazioni militari o politiche contrarie al diritto internazionale.
Il confronto con le comunità ebraiche italiane costituisce un valore quando si fonda sul comune riconoscimento dell'antifascismo, degli articoli 3 e 11 della Costituzione, del diritto internazionale, del ripudio della guerra e del diritto di tutti i popoli all'autodeterminazione.
L'ANPI ricerca il dialogo e costruisce convergenze con tutte le realtà democratiche e antifasciste, ma lo fa nel pieno esercizio della propria autonomia politica e culturale, senza subordinazioni né identificazioni con alcun soggetto esterno all'Associazione.
Il Comitato Provinciale ritiene che il Congresso debba costituire il luogo nel quale l'intera Associazione possa confrontarsi liberamente su queste questioni, valutando se e in quale misura la strategia delineata dalla Presidenza nazionale possa rafforzare l'azione dell'ANPI nella difesa dei valori della Resistenza, della Costituzione, della pace e dei diritti dei popoli.

Comitato Provinciale ANPI di Pistoia

09/08/2026

Questo grande Signore del Giornalismo si chiamava Enzo Biagi. E non ha bisogno di presentazioni.

Però, nel giorno della sua nascita, il 9 agosto, bisogna che qualcuno racconti la sua vita, e la racconti tutta dall’inizio, perché Enzo Biagi da Lizzano in Belvedere di vite ne ha vissute almeno quattro o cinque, e tutte hanno qualcosa da insegnare a questo Paese senza dignità, memoria né cultura.

Aveva 23 anni, Enzo, quando dopo l’8 settembre 1943 si è ritrovato a scegliere da che parte stare. E lui non ha avuto un attimo di esitazione a scegliere la parte giusta.

È stato partigiano nelle Brigate di Giustizia e libertà, sulle montagne dell’Appennino. Ma la guerra non l’ha mai combattuta col corpo, non faceva per lui, gracile e di salute malferma.

Lui la Resistenza l’ha fatta a suo modo, come l’avrebbe fatto per tutta la vita: con le parole.

Gli affidarono un giornale partigiano, si intitolava “Patrioti”. Solo che erano i “patrioti” veri. I partigiani.
Enzo ne fu l’unico redattore: dirigeva, scriveva, teneva reportage lungo la Linea Gotica fornendo ai cittadini in tempo reale una controinformazione alla propaganda nazifascista.

Quando i tedeschi lo scoprirono, gli fecero a pezzi la tipografia, ma lui tirò dritto per la sua strada, non smise mai di fare il giornalista. E il 21 aprile del 1945, quando le truppe alleate entrarono a Bologna, fu proprio lui, dai microfoni della radio, ad annunciare la Liberazione della sua città.

Fu l’inizio di una carriera tra le più folgoranti e longeve della Storia del giornalismo italiano.

Lavorò per “Epoca”, “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “la Repubblica”, una vita alla Rai, di cui finì per diventare uno dei volti più familiari e credibili, con un garbo e una signorilità che malcelava il rigore assoluto e inflessibile dell’uomo di inchiesta.

Quando nel 1970 fu nominato direttore del “Resto del Carlino”, diede una definizione lucida e attualissima di cosa significhi il mestiere di giornalista:

“Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”.

Molti anni dopo, quella libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo.

Il 18 aprile 2002, da Sofia, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusò Biagi, Santoro e Luttazzi di aver fatto un “uso criminoso” della televisione pubblica e in pratica ne ordinò l’epurazione dalla Rai, in quello che sarebbe passato alla Storia come l’“Editto bulgaro”.

Puntualmente, poco tempo dopo “Il Fatto”, il programma che conduceva, sparì dai palinsesti e Biagi fu allontanato dalla Rai, dopo 41 anni di onorato Servizio pubblico.

Aveva 82 anni.

Continuò a scrivere, a raccontare, a fare il suo mestiere.

Ma da quell’agguato da regime, da quella censura, da quell’ingiustizia palese non si riprese mai fino in fondo.

Tornò anche in televisione, per una breve parentesi, ma le sue condizioni di salute erano ormai peggiorate irrimediabilmente.

Il 6 novembre 2007 Enzo Biagi se ne andò a Milano, a 87 anni, lasciando un vuoto che negli ultimi vent’anni non è mai stato del tutto colmato.

Al suo funerale cantarono “Bella ciao”, come aveva espressamente richiesto.

L’ultimo saluto a un uomo che ha attraversato la Resistenza, la Liberazione, la Prima e la Seconda Repubblica, senza mai cambiare l’idea testarda e radicale che aveva del proprio mestiere: sempre e orgogliosamente al servizio dei propri lettori, ascoltatori o telespettatori.

Il minimo che possiamo fare oggi, nel giorno dell’anniversario, è ricordare Enzo Biagi, un gigante del giornalismo e un uomo perbene.

Ieri sera Pistoia, riunita in piazza del Duomo nelle sue diverse generazioni, ha salutato Francesco Guccini nel modo for...
08/08/2026

Ieri sera Pistoia, riunita in piazza del Duomo nelle sue diverse generazioni, ha salutato Francesco Guccini nel modo forse più bello e più vero: cantando insieme le sue canzoni.
C'erano persone che con quelle canzoni sono cresciute e altre che le hanno incontrate molti anni dopo. Eppure le parole erano le stesse, cantate insieme, come se appartenessero ormai a una memoria comune.
È stato un saluto spontaneo, semplice e commosso a un uomo e a un poeta che ha attraversato più di mezzo secolo della nostra storia, raccontandone speranze, inquietudini, rabbie, disillusioni e desiderio di libertà.
E per Pistoia c'era forse qualcosa in più. Perché Guccini apparteneva anche a questa terra, alla montagna, a Pavana, a quel confine tra Toscana ed Emilia che è entrato tante volte nelle sue parole e nel suo modo di guardare il mondo.
Ieri sera, in piazza del Duomo, si è capito che quelle canzoni non appartengono soltanto al passato. Finché generazioni diverse le canteranno insieme, continueranno a parlarci e a creare comunità pensanti.

Ciao, Maestro. Grazie.
06/08/2026

Ciao, Maestro. Grazie.

Ciao Francesco, ci hai regalato voli di bellezza, passione civile, umanità, amore da vivere fino in fondo.
Grazie.

Il 4 agosto 1922 Pistoia fu ferita per la prima volta  dalla violenza fascista.Il 4 agosto 1922, al termine dello "sciop...
04/08/2026

Il 4 agosto 1922 Pistoia fu ferita per la prima volta dalla violenza fascista.

Il 4 agosto 1922, al termine dello "sciopero legalitario" *, Fabio Gori e Giuseppe Migliorini furono uccisi da una squadra fascista. Furono le prime due vittime della violenza fascista nella nostra città.
La loro morte segnò uno spartiacque nella storia di Pistoia. La violenza politica non fu un episodio isolato, né una conseguenza inevitabile del clima dell'epoca: fu uno strumento deliberato per soffocare il movimento dei lavoratori, intimidire gli oppositori e preparare la conquista del potere da parte del fascismo.
Ricordare Fabio Gori e Giuseppe Migliorini significa comprendere come la democrazia possa essere distrutta quando si accetta che la violenza prevalga sul confronto civile e sul rispetto della legalità.
Per questo la loro memoria appartiene non solo alla storia di Pistoia, ma alla coscienza democratica del nostro Paese. È un richiamo a difendere ogni giorno i valori della Costituzione nata dalla Resistenza: libertà, giustizia, uguaglianza e pace.
La memoria non è solo commemorazione: è la scelta da che parte stare che interroga ogni giorno gli antifascisti.

*Nota. Lo sciopero legalitario fu uno sciopero generale proclamato dall'Alleanza del Lavoro dal 1° al 3 agosto 1922 per chiedere allo Stato di ristabilire la legalità e fermare le violenze delle squadre fasciste. Il suo fallimento segnò una tappa decisiva nell'ascesa del fascismo, culminata pochi mesi dopo con la Marcia su Roma.

Indirizzo

Via Umberto Mariotti 190
Pistoia
51100

Orario di apertura

Martedì 10:00 - 12:00
Mercoledì 10:00 - 12:00

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