Partito Socialista PSI Pomezia

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Dichiarazione del vice segretario Sergio Busti sul decoro urbano a Torvaianica.
04/06/2026

Dichiarazione del vice segretario Sergio Busti sul decoro urbano a Torvaianica.

80 ANNI DI REPUBBLICAOttanta anni fa, il voto plebiscitario degli italiani nel Referendum del 2 giugno 1946 ha segnato l...
02/06/2026

80 ANNI DI REPUBBLICA

Ottanta anni fa, il voto plebiscitario degli italiani nel Referendum del 2 giugno 1946 ha segnato la storia d’Italia. Gli italiani, con uno scarto di circa due milioni di voti, scelsero la Repubblica e mandarono in esilio i Savoia dopo ottantacinque anni di regno.

Allora, l’Italia era un cumulo di macerie e il popolo italiano pativa fame e miserie. Il voto delle donne fu decisivo, poiché la maggior parte degli uomini votò per la monarchia non per convinzione ideologica, ma per onorare quel giuramento di fedeltà al Re fatto per svolgere il servizio militare (allora obbligatorio), e per questo si sentivano moralmente obbligati a votare per la monarchia.
Quando ancora l’Italia non era stata completamente liberata dall’occupazione tedesca e nazi-fascista, dopo la liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno del 1944, il decreto luogotenenziale n. 151 del 25 giugno del 1944, emanato durante il governo Bonomi succeduto al governo Badoglio, tradusse in norma l’accordo che, al termine della guerra, fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello Stato ed eleggere un’Assemblea Costituente.

L’attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e si chiarisse: nell’aprile del 1945, alla fine della guerra, l’Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, il governo aveva ottenuto la definizione di cobelligerante, per l’armistizio di Cassibile reso pubblico l’8 settembre del 1943, e grazie alla Lotta della Resistenza fatta da quella popolazione che contribuì a liberare il paese dall’occupazione tedesca.

Il 16 marzo 1946, il principe Umberto emanò il decreto luogotenenziale n. 98, come previsto dall’accordo del 1944, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Il decreto per l’indizione del referendum recitava, in una sua parte: «qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci…», frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la maggioranza degli elettori votanti. L’ambiguità di questa espressione sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni post-referendarie, comunque ininfluenti per la massiccia partecipazione al voto e la proclamazione del risultato referendario, dove i voti favorevoli alla repubblica furono numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchia. Il decreto sciolse definitivamente i nodi dei poteri dell’Assemblea Costituente e della scelta tra la monarchia e la repubblica. All’articolo 2 del decreto, in caso di vittoria della repubblica, si stabilivano i passaggi successivi a cominciare, come primo atto della Costituente, dall’elezione del capo provvisorio dello Stato (venne poi eletto l’avvocato liberale democratico Enrico De Nicola di Napoli); che a sua volta avrebbe esercitato le sue funzioni fino alla nomina del capo dello Stato, a norma della Costituzione deliberata dall’Assemblea.
Nell’intervallo temporale tra il giorno della proclamazione dei risultati del referendum e l’elezione del capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni sarebbero state esercitate dal presidente del Consiglio in carica nel giorno delle elezioni. Ad avvenuta elezione del capo provvisorio dello Stato, il governo avrebbe dovuto presentare le dimissioni e alla massima carica repubblicana sarebbe spettato l’onere di dare l’incarico nel giorno delle elezioni. Nell’ultimo capoverso dell’articolo 2 era ricompresa l’eventualità di una vittoria della monarchia, con la prosecuzione del regime luogotenenziale fino all’entrata in vigore delle deliberazioni dell’Assemblea sulla nuova Costituzione e sul capo dello Stato.
Con il successivo decreto luogotenenziale n. 99 dello stesso giorno vennero convocati i comizi elettorali per il 2 giugno 1946.
Toccò ad Alcide De Gasperi, in quanto capo del governo, garantire quel delicato passaggio istituzionale.

Oltre ai tradizionali partiti di orientamento repubblicano (PCI, PSIUP, PRI e Partito d’Azione) tra il 24 e il 28 aprile 1946, nell’ambito dei lavori del suo I Congresso, anche la Democrazia Cristiana, a scrutinio segreto, si espresse a favore della Repubblica, con 730.500 voti favorevoli, 252.000 contrari, 75.000 astenuti e 4.000 schede bianche. L’unico partito del CLN a esprimersi in senso favorevole alla monarchia fu il Partito Liberale, che durante il suo congresso nazionale, tenutosi a Roma, votò una mozione in tal senso, con 412 voti contro 261 per la Repubblica. Alla consultazione referendaria, il PLI si presentò insieme con Democrazia del lavoro nella lista Unione Democratica Nazionale. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, di nuova costituzione, assunse una posizione ambigua, il suo fondatore Guglielmo Giannini era di fede repubblicana, ma il suo elettorato e i suoi principali membri erano di fede monarchica, posizionandolo quindi de facto per uno status quo.
Allo scopo di garantire l’ordine pubblico, venne creato un corpo accessorio di polizia ausiliaria, a cura del Ministero dell’Interno diretto da Giuseppe Romita.
Per la prima volta nella storia elettorale italiana venne effettuato anche un sondaggio sulle previsioni del voto, realizzato dalla Doxa, fondata nello stesso anno da Pierpaolo Luzzatto Fegiz e pubblicato dal periodico milanese “Il Sole” il 28 e il 29 maggio 1946, che riportò le seguenti opinioni degli intervistati: per il 9% ci sarebbe stato un “esito sicuramente favorevole alla monarchia”; per il 16% “probabilmente favorevole alla monarchia”; per il 15% l’esito era “incerto”; per il 26% “probabilmente favorevole alla repubblica”; per il 25% “sicuramente favorevole alla repubblica” e un restante 9% “non sapeva”.
Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano circa 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia.
I giornali, e il dato è confermato dai risultati diramati dal Ministero dell’Interno, registravano un’affluenza alle urne che di provincia in provincia variava dal 75% al 90% degli aventi diritto.
Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami.
In virtù dei risultati ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.
L’Italia cessava di essere una monarchia e per volontà del Popolo diventava una Repubblica.
Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,21 %), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,61 %. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Le elezioni evidenziavano anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale, che sino all’avvento del fascismo avevano dominato la vita politica nazionale.
Le donne ebbero un ruolo ed un peso determinanti, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini.
Già all’inizio del 1945, con il Paese diviso dalla Linea Gotica ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23), in risposta alla forte mobilitazione delle associazioni femminili interessate al voto: il Comitato femminile della Democrazia Cristiana – CIF, l’Unione Donne Italiane – UDI, il Gruppo femminile del Partito Repubblicano, la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori – FILDIS, i Gruppi femminili degli altri partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale. Va ricordato, però, che il programma politico di emancipazione femminile, nacque in Italia con il socialismo. Tra le principali figure femminili di fine ottocento e inizio novecento è doveroso ricordare Anna Kuliscioff, Angelica Balabanoff e Flora Tristan.
Il voto del 2 giugno costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943.
Il processo di liberazione dalla occupazione tedesca e la ripresa democratica con i governi del CLN, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944, vennero subito a coagularsi attorno ai due obiettivi fondamentali: la soluzione della questione istituzionale e l’approvazione della nuova Costituzione da parte di un’assemblea liberamente eletta.
La legge elettorale del 23 aprile 1946 suddivideva l’Italia in 32 collegi elettorali, nei quali eleggere 573 deputati (in realtà ne sarebbero stati eletti 556, poiché non vennero effettuate elezioni nell’area di Bolzano e nel collegio Trieste e Venezia Giulia – Zara, sottoposte alla giurisdizione del Governo Militare Alleato), e affidava alla Corte di Cassazione il controllo e la proclamazione dei risultati.
In questo clima maturò la concessione del voto alle donne (avvenuto già nel 1945 per le elezioni amministrative) e il 2 giugno 1946 tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne ed essere elette in elezioni politiche.
Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero le ventuno “prime parlamentari”, denominate, allora, “Madri Costituenti”, assai attente a non deludere le speranze delle italiane, comprese le aspettative delle donne che da partigiane, staffette, antifasciste avevano contribuito alla Liberazione. Le donne elette alla Costituente, erano così suddivise: nove provenivano dalla DC (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio), nove dal PCI (Adele Bej Ciufoli, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due dal PSIUP (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una dal partito dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Cinque di loro sarebbero entrate nella “Commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin (amica di Anna Kuliscioff), Teresa Noce e Nilde Jotti.
Trent’anni più tardi, Nilde Jotti sarebbe stata la prima donna a ricoprire, per tre legislature, dal 1979 al 1992, la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle cinque più alte cariche dello Stato mai ricoperte precedentemente da una donna.
Tina Anselmi, ricordando il 2 giugno, scrisse: “E le italiane fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica !”.

Per i motivi già accennati e per tanti altri che risiedono nei principi di uguaglianza sanciti dalla Costituzione, si potrebbe affermare che la “Repubblica Italiana è Donna”. Anche se ancora la Costituzione resta incompiuta nella sua attuazione, i tentativi ricorrenti per ridurne l’efficacia sono anacronistici, soprattutto quando si toccano i principi di uguaglianza, di libertà, di dignità e di giustizia sociale.

Salvatore Rondello

Ottanta anni fa, il voto plebiscitario degli italiani nel Referendum del 2 giugno 1946 ha segnato la storia d’Italia. Gli italiani, con uno scarto di circa due milioni di voti, scelsero la Repubblica e mandarono in esilio i Savoia dopo ottantacinque anni di regno. Allora, l’Italia era un cumulo ...

La Repubblica democratica poggia sulla Costituzione antifascista.È l’orizzonte per cui i socialisti hanno pagato durante...
02/06/2026

La Repubblica democratica poggia sulla Costituzione antifascista.
È l’orizzonte per cui i socialisti hanno pagato durante la dittatura e hanno combattuto nella Resistenza.
Per questo quelle conquiste vanno custodite e difese.
Buon 2 giugno! Viva la Repubblica 🇮🇹

Walter Tobagi, un giornalista controcorrenteSono passati 46 anni dalla morte di Walter Tobagi, giornalista eclettico e b...
28/05/2026

Walter Tobagi, un giornalista controcorrente

Sono passati 46 anni dalla morte di Walter Tobagi, giornalista eclettico e brillante, assassinato da un commando della Brigata 28 marzo (terrorismo rosso). L’Avanti! ha deciso di ricordarlo non solo perché Tobagi fu un valido collaboratore che lavorò presso questa testata, ma perché a quarant’anni da quella br**ta storia ancora restano coni d’ombra, condanne ingiuste e cattivo operato da parte di una certa magistratura. La morte del giovane giornalista rappresentò la prima rottura tra la Procura di Milano e il Partito socialista. A intervenire allora fu proprio il futuro leader e segretario Bettino Craxi che non credeva alla versione dei terroristi, fatta propria anche dall’accusa, che negavano l’esistenza di mandanti.

Una vicenda che ha dell’incredibile è ad esempio quella del giornalista Renzo Magosso, che aveva conosciuto Tobagi proprio all’Avanti e che nel 2007 è stato condannato a una pena pecuniaria dal Tribunale di Monza per aver pubblicato il 17 giugno 2004 sul settimanale Gente (allora diretto da Umberto Brindani) l’intervista all’ex brigadiere dei carabinieri Dario Covolo (nome in codice “Ciondolo”) che raccontava particolari inediti sull’omicidio di Walter Tobagi. Nell’intervista l’ex sottufficiale dichiarava di aver avvertito sei mesi prima i suoi superiori che alcuni terroristi della Brigata XXVIII marzo stavano progettando il delitto. Ma recentemente, per fortuna, il 16 Gennaio 2020 la Corte europea dei diritti umani ha ritenuto l’Italia colpevole per violazione del diritto alla libertà d’espressione del giornalista Renzo Magosso che alla domanda: Tobagi poteva essere salvato? risponde:

Certamente sì. Lo afferma senza avere dubbi la Corte Europea di Strasburgo con una sentenza diventata operativa dal 16 aprile scorso: dopo 40 anni di polemiche e incertezze finalmente una ufficiale presa di posizione sicura. Eccola: «La corte di Strasburgo osserva che Magosso e Brindani hanno fornito un numero consistente di documenti e di elementi che provano che hanno effettuato le verifiche che permettono di considerare la versione dei fatti riportata nell’articolo come credibile e fondata su una solida base fattuale». Il giornalista Walter Tobagi è stato assassinato il 28 maggio 1980 dai terroristi della Brigata XXVIII marzo. Ma nelle sentenze dei processi dell’epoca si affermavano circostanze che la mia inchiesta (pubblicata nel 2004 su un periodico allora diretto da Umberto Brindani) contraddiceva con elementi di prova inconfutabili. Dimostravo che Tobagi, se avvisato del gravissimo pericolo che stava correndo, avrebbe potuto attuare idonee contromisure. Contro queste prove un generale dei Carabinieri querelò me e Brindani ottenendo la nostra condanna, ora sconfessata dal tribunale europeo, che ha condannato lo Stato italiano per aver emesso, con decisione della magistratura, sentenze sbagliate.

Marco Volpati, Vicepresidente Collegio nazionale Probiviri Fnsi, Consigliere nazionale Ordine dei Giornalisti, ha conosciuto Tobagi all’Avanti! e spiega quanto la sua lezione sia ancora attuale

L’ho conosciuto alla fine del 1968, a Milano. Io avevo 23 anni ed ero già giornalista professionista nella redazione dell’Avanti! di Milano. Lui ne aveva 21, esordiente, eppure sembrava molto più maturo nonostante il suo aspetto da ragazzo. Aveva cominciato a scrivere anni prima: sulla Zanzara, il giornale del Liceo Parini, aveva pubblicato vere e proprie inchieste sui suoi coetanei. Poi aveva scritto di calcio e di sci, sulle riviste MilanInter e Sciare. Era allievo del liceo classico più prestigioso di Milano, ma abitava con la famiglia alla periferia Nord, nel comune di Cusano Milanino. E da qui, ancora ragazzo, redigeva una pagina di cronaca per il settimanale Nuovo Informatore che si stampava a Sesto San Giovanni.
Insomma, era un giornalista nato. Scrupoloso, appassionato, e con una grande cultura. Laureato in Storia Contemporanea, i suoi professori contavano che intraprendesse la carriera accademica. Ma per lui scrivere di attualità, fare il cronista, approfondire gli avvenimenti giorno per giorno era un richiamo troppo forte; e così aveva imboccato la sua strada.
Ugo Intini che guidava la redazione aveva capito subito che Walter era un jolly formidabile, in grado di scrivere praticamente di tutto. Ho rivisto per passione alcuni degli articoli che uscirono nei pochi mesi della sua presenza all’Avanti!: sport, politica estera, letteratura, la riforma universitaria di cui si dibatteva in quel tempo, Stati Uniti, Unione Sovietica.. Era colto, studioso e accurato.
L’anno dopo quando nacque a Milano il quotidiano cattolico Avvenire, il direttore Leonardo Valente lo volle con sé. Walter era socialista e cattolico, profondamente riformista. Aveva manifestato queste sue convinzioni fin dai tempi del Parini e della Zanzara. Poi passò al Corriere d’Informazione e infine al Corriere della Sera. Nel frattempo io dall’Avanti! ero passato alla Rai, a Milano, redazione del Giornale Radio. Ma con Walter e con Giorgio Santerini – ex Avanti! e poi Corsera – i rapporti erano stretti. Li avevamo consolidati occupandoci dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti e della Federazione della Stampa. Del sindacato di categoria di allora non ci andava che fosse schiacciato sul “quadro politico”, lottizzato come la Rai. Dopo che Berlinguer aveva inaugurato la politica del compromesso storico, in molti corpi intermedi della società si diffondeva la tendenza a ricalcare, diremmo quasi fotocopiare, l’articolazione del quadro politico. Pensavamo che questo rispecchiamento fosse un limite all’autonomia tanto del sindacato quanto del mestiere di informare. E non a caso queste inquietudini trovavano in prima fila giornalisti socialisti e cattolici. Tobagi era entrambe le cose.
Fu così che nacque un gruppo, poi divenuto corrente sindacale con il nome di Stampa Democratica, che abbandonò la corrente di Rinnovamento e trovò ampio spazio nelle redazioni, tanto che Tobagi divenne presidente dell’Associazione Lombarda.
Le reazioni alla “scissione” furono astiose. Gli avversari sostenevano che si trattava di una manovra eterodiretta da parte del PSI e di Craxi, per creare un ponte con chi nei giornali era su posizioni moderate o di vera e propria destra. Si parlava addirittura di una operazione Craxi-Montanelli (Il Giornale era nato da poco tra le polemiche, come secessione dal Corriere). Gli avversari di Walter non riuscivano o non volevano vedere la verità: le simpatie socialiste di molti della nuova corrente erano più l’effetto che la causa di quella scissione sindacale. La nascita di Stampa Democratica è nel 1978, l’anno di Moro. E quella tragica vicenda segnò aspramente la dialettica nelle redazioni. La “linea della fermezza” che poi portò al 9 maggio con la uccisione del presidente DC, si rifletteva nei giornali con la “linea del black out”: silenzio totale su documenti e messaggi dei brigatisti, per – si sosteneva – non agevolare la loro strategia. Walter, e noi con lui, ritenevamo che fosse giusto evitare di fare da megafono ai terroristi, ma sbagliato censurarci e limitarci a dire che i loro documenti erano “deliranti”. Era il tempo in cui si scriveva spesso di “sedicenti brigate rosse”. Una specie di verità di stato, in nome di interessi superiori che secondo noi mortificava l’autonomia e la completezza dell’informazione.
Tobagi nel lavoro così come nel suo impegno sindacale era pacato ma determinato: parlava con tutti, compresi gli estremisti, per comprendere il loro punto di vista, il loro animo. Restano capolavori di giornalismo gli articoli in cui aveva sentito anche quelli che proclamavano l’ideologia della violenza. Dopo l’assassinio di Carlo Casalegno le voci di chi non esitava, e allora erano tanti, a “non condannare” gli agguati e le sparatorie.
Un inviato, a quei tempi, stava come su un fronte di guerra. Aveva ricevuto minacce, più volte. E il suo nome era comparso tra le carte p***e, forse di proposito, da un gruppo clandestino. Parecchi di noi cercarono di convincerlo a tenersi lontano dalle cronache del terrorismo, magari scegliendo di proseguire il suo lavoro come corrispondente dall’estero. Non ci diede retta, se non in piccola parte: nelle ultime settimane non seguiva più le piste rosse e nere dell’eversione. Era tornato, con grande bravura, a coprire gli eventi della politica interna. Non fosse per la sua carica di Presidente dell’Associazione dei giornalisti, quel 28 maggio non sarebbe stato a Milano: stava girando l’Italia per seguire la campagna elettorale amministrativa. Rientrò, quasi a sorpresa, per presiedere, al Circolo della Stampa, un dibattito di grande attualità, “Fare cronaca tra segreto istruttorio e segreto professionale”, indetto dopo l’arresto del giornalista del Messaggero Fabio Isman, che aveva pubblicato il memoriale di Patrizio Peci, brigatista pentito. Tra gli intervenuti l’avvocato Giandomenico Pisapia, i magistrati Adolfo Beria d’Argentine e Mauro Gresti, e molti giornalisti. Qualcuno prese nota della sua presenza, e l’indomani mattina il gruppo di apprendisti-brigatisti capeggiato da Marco Barbone lo attese sulla strada che andava da casa al garage dove teneva l’auto, e lo freddò.
Abbiamo poi seguito il processo, che lasciò allibiti i parenti di Walter, soprattutto il padre Ulderico, e tutti noi dell’Associazione Lombarda. Non un processo ai sei del gruppo 28 Marzo che lo avevano ucciso, ma un megadibattiamento con più di 150 imputati: in sostanza tutti quelli che Marco Barbone, “pentito”, aveva accusato di banda armata e azioni terroristiche, più appunto i 6 killer di Tobagi. Ne venne fuori un dare e avere che lasciò l’amaro in bocca all’opinione pubblica, perché alla fine di tutto, tra il “passivo” del delitto, e l”attivo” delle accuse, quattro su sei, quelli che collaborarono con gli inquirenti, tornarono liberi subito dopo la sentenza, dopo tre anni di carcere preventivo.
Solo dopo si seppe, e lo rivelò Craxi dalla Presidenza del Consiglio, che una nota di informatori dei carabinieri aveva segnalato che, proprio in via Solari dove Tobagi abitava, gruppi terroristici stavano studiando un’azione contro Walter. Negli anni successivi commenti e inchieste giornalistiche su questi precedenti hanno prodotto querele e processi. La giustizia italiana ha condannato chi parlava di una possibilità di salvare Tobagi se si fosse dato peso a quella segnalazione. Però, recentemente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dato ragione a chi, Renzo Magosso e Umberto Brindani, aveva scritto di questa vicenda.
A distanza di quarant’anni Walter Tobagi ha ancora molto da insegnarci. In tema di impegno professionale e sociale, di studio, di qualità del lavoro, di rispetto per le opinioni, anche quelle degli avversari più accaniti. Parla a noi, oggi più che mai. I suoi articoli, i suoi saggi, i suoi discorsi nelle sedi sindacali sono oggetto di studio.
Perché colpirono lui? I terroristi lo hanno spiegato più volte: il loro programma era demolire la società democratica e lo stato italiano in nome di un’utopia rivoluzionaria. Chi come Tobagi, o Moro, o il giudice Alessandrini, e così tanti altri come Bachelet, D’Antona e Biagi hanno lavorato per riformare l’Italia, cambiarla in meglio con il dialogo e il metodo democratico, con il riformismo, erano un ostacolo pericoloso. Perciò andavano annientati o ridotti al silenzio.

- A ricordare il giornalista morto giovanissimo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ricorda: “Era un democratico, un riformatore, e questo risultava insopportabile al fanatismo estremista”, oggi il suo ricordo non poteva mancare dal Partito socialista e dal senatore Riccardo Nencini:
Signor Presidente Mattarella, grazie per il suo giudizio sull’avventura di vita di Walter Tobagi. ‘Un giornalista libero’, basta così. Non l’ho mai conosciuto ma di lui ho letto molto. Libero e, aggiungo, eretico rispetto a certo giornalismo di sinistra e a certi salotti che solo raramente affrontarono il nodo terrorismo con decisione e verità. Si, Tobagi fu un democratico e un riformatore, ma per una volta voglio usare un linguaggio politico: era un socialista riformista e libertario, uno dei tanti che, in una stagione di ferro e di piombo, decise di vivere fuori dal coro.
Lo ammazzarono oggi, diversi anni fa. La vera ragione, una volta tanto, la scrissero i suoi sicari: ‘caposcuola di una tendenza intelligente di giornalismo’. Proprio così. Traduzione: articoli sul terrorismo scritti senza ambiguità, diretti, incisivi. Fino all’ultimo. Il socialista Tobagi rompeva i co****ni. A brigatisti e dintorni, e non solo. Walter è il presidente di Stampa Democratica. Scrive Massimo Fini: da quel giorno per certa sinistra vicina al PCI diventammo i nemici.
Alle persone che ha amato, che lo hanno amato, un abbraccio forte davvero.

(dalla redazione dell'Avanti online del 28 maggio 2020)

Domani, Giovedi 28 maggio, alle ore 18.30 presso la sezione del PSI in Via Palladio Rutilio, 15 a Pomezia, si terrà la p...
27/05/2026

Domani, Giovedi 28 maggio, alle ore 18.30 presso la sezione del PSI in Via Palladio Rutilio, 15 a Pomezia, si terrà la presentazione del libro, giunto alla seconda ristampa, dell’autore Pierfrancesco De Robertis ed edito da Neri Pozza Editore:
Un amore Socialista
Il romanzo di Anna Kuliscioff e Filippo Turati.

Un’occasione di confronto e riflessione su una storia intensa, che intreccia amore, politica e ideali.

A seguire piccolo rinfresco.

Chi non ricorda, non pensa. E chi non pensa, finisce per fare del male senza nemmeno accorgersene.  Questo male banale, ...
27/05/2026

Chi non ricorda, non pensa. E chi non pensa, finisce per fare del male senza nemmeno accorgersene.
Questo male banale, fatto di dimenticanza e vigliaccheria, è peggiore del male cosciente del truffatore. Il secondo esiste solo perché il primo cede, sempre.

Arendt lo diceva chiaro: il peggio non è il male radicale, ma il male senza radici.

Pensare al passato significa avere radici, avere un argine contro ciò che ci travolge.

Giovedi 28 maggio, alle ore 18.30 presso la sezione del PSI in Via Palladio Rutilio, 15 a Pomezia, si terrà la presentaz...
25/05/2026

Giovedi 28 maggio, alle ore 18.30 presso la sezione del PSI in Via Palladio Rutilio, 15 a Pomezia, si terrà la presentazione del libro, giunto alla seconda ristampa, dell’autore Pierfrancesco De Robertis ed edito da Neri Pozza Editore:
Un amore Socialista
Il romanzo di Anna Kuliscioff e Filippo Turati.

Un’occasione di confronto e riflessione su una storia intensa, che intreccia amore, politica e ideali.

A seguire piccolo rinfresco.

Indirizzo

Via Palladio Rutilio 15
Pomezia
00071

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