01/05/2026
Il primo maggio è un giorno di lotta, un giorno di festa, un giorno per ricordare i sacrifici delle nostre madri, padri, nonni e nonne. I diritti che abbiamo non sono caduti dal cielo.
Il primo maggio è il natale della classe lavoratrice, è la stella polare delle rivendicazioni sociali di tutto il mondo dall’ottocento.
Oggi che i salari non crescono, che il lavoro è più povero e precario che mai, che i nostri diritti vengono calpestati dobbiamo ricordare l’anima di questa giornata e agire.
La storia insegna che vincono la collettività e le masse. La dottrina dell’individualismo su cui si sono basati il neoliberismo e il thatcherismo ha distrutto l’appartenenza di classe, ha illuso tutti di poter diventare, un giorno e con tanto impegno, classe media.
Ci hanno convinti dell’importanza di calpestare l’altro, a vederlo come un rivale del nostro successo personale. Ci hanno fatto credere che non essere ricchi significa avere qualcosa che non va; “accontentarsi” di un lavoro normale, di una famiglia, di un amore e della solidarietà è divenuto motivo di vergogna. Hanno costruito standard troppo alti per farci vivere nell’angoscia del tempo libero, con i sensi di colpa.
La sfida oggi è riconquistare la coscienza persa, gettare le armi di una guerra combattuta tra poveri per tornare in contatto con le nostre radici e sentirci orgogliosi di essere working class. Uno slogan sopra un muro di Madrid recitava: “Non siete classe media ma sottoproletariato un po’ più istruito”. Non dobbiamo fuggire dalle nostre origini ma essere il loro strumento di emancipazione e affermazione, dobbiamo guardare le mani “sporche” dei nostri genitori ed esserne immensamente fieri.